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Pat Metheny - "The Orchestrion Tour"
E' fuor di dubbio che il nuovo tour di Pat Metheny sarà ricordato più per gli aspetti tecnici che per quelli musicali. La decisione di effettuare tutta una serie di concerti in completa solitudine, controllando attraverso interfacce elettro-meccaniche un'intera orchestra di strumenti reali (non virtuali o simulati), questo mettersi alla prova in condizioni estreme per una performance da Guinness dei primati, appare più come una sfida personale alle capacità tecniche del musicista che il frutto di una reale esigenza espressiva.
In effetti, a vedere sul palco la muraglia di strumenti che lo circonda (prevalentemente tastiere e percussioni varie compresi vibrafoni e marimbe) si rimane un tantino intimoriti dalla grandiosità del progetto, decisamente esagerato.
Il concerto si apre, come consuetudine del chitarrista, con alcuni brani per sola chitarra, presi dalla sua recente collaborazione col pianista Brad Mehldau. Il primo, "Unrequited," è eseguito sulla chitarra classica; segue "Make Peace," con la chitarra acustica, e poi "Sound of Water" per la Picasso guitar (uno strumento speciale costruito appositamente per lui, e dotato complessivamente di ben 42 corde disposte in più gruppi). A partire dal brano successivo, "Unity Village," si comincia a sentire l'Orchestrion [al centro dell'ultimo disco di Metheny, intitolato, appunto, Orchestrion], anche se limitatamente a un accompagnamento di cimbali per la Gibson semiacustica di Metheny: è il preludio alla Orchestrion suite in cinque movimenti, che occupa interamente i 55 minuti che seguono; prima dell'ultima parte, "Soul Search," c'è una breve introduzione di Metheny all'Orchestrion stesso, che riprenderà dopo la conclusione della suite per approfondire alcuni aspetti tecnici, e per una dimostrazione pratica di come si possa improvvisare controllando l'Orchestrion attraverso i solenoidi e le interfacce MIDI allestite sulle chitarre. In mezzo alle improvvisazioni dimostrative con la solenoid guitar e la sequencer guitar c'è spazio per alcuni brani del Pat Metheny Group, "Antonia," "Dream of the Return" e "Stranger in Town," prima della conclusione definitiva con il bis di "Sueno con Mexico" (dal suo primo album realizzato in completa solitudine, New Chautauqua). In totale sono due ore e mezzo di concerto, ancora una volta il chitarrista non si risparmia, dimostrandosi generoso col proprio pubblico.
Al di là della curiosità di assistere dal vivo a una simile impresa (perché di questo essenzialmente si tratta), la musica di per sé aggiunge poco a quanto Metheny ha già espresso estesamente in oltre trent'anni di carriera. Sicuramente non abbastanza da far cambiare idea sia ai suoi sostenitori che ai detrattori, entrambi i gruppi vi troveranno elementi a sufficienza per rafforzare le proprie opposte convinzioni.
Il pregio principale di Metheny, che gli va sicuramente riconosciuto, è quello di essere uno straordinario solista, capace di improvvisare melodie stupende e coinvolgenti, soprattutto quando stimolato da compagni all'altezza; però le sue composizioni più ambiziose come questa "Orchestrion Suite" o "The Way Up" di pochi anni fa restringono eccessivamente la sua creatività con l'effetto di limitarla anziché liberarla; in questo senso l'Orchestrion non è un partner sufficientemente propositivo, dovendo essere programmato in anticipo per rispondere in un certo modo a determinati segnali, e la mancanza di interlocutori reali alla lunga si fa sentire. Non a caso i brani migliori della serata sono stati quelli dove l'accompagnamento era limitato. Non si può parlare di concerto deludente, perchè comunque sia Metheny è pur sempre un ottimo strumentista; ma se come probabile questa esperienza non avrà un seguito, saranno pochi a provarne rimpianto.
Foto, di repertorio, di Roberto Cifarelli
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