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Parma Jazz Frontiere

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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"Suoni Segreti, Sacri Richiami"

Parma - 25.11-02.12.2006

Giunto all’undicesima edizione, Parma Jazz Frontiere, rassegna diretta da Roberto Bonati, si conferma una realtà importante del panorama festivaliero italiano, grazie alla qualità della musica e alla forte progettualità che la contraddistingue. Suoni Segreti, Sacri Richiami s’intitola quest’anno il festival, e proprio la dimensione intima, raccolta e profondamente personale dell’ascolto è il sottile filo rosso che collega progetti anche molto distanti tra di loro.

Si apre con una perla, la rassegna. Perché se Chants, Hymns and Dances aveva già lasciato il segno con l’omonimo CD targato ECM, dal vivo si scrolla di dosso l’eccessiva raffinatezza che a volte caratterizza l’etichetta tedesca per (r)aggiungere una dimensione d’intensità emotiva viva e palpabile. Vassilis Tsabropoulos è pianista accademico che ama flirtare con la musica improvvisata come testimoniano le incisioni con l’Achirana Trio. Anja Lechner è anch’essa musicista di formazione classica, abituata a frequenti incursioni in altri generi. Il loro incontro, avvenuto sul terreno di una musica ostica ma intrisa di richiami mistici come quella dell’armeno George Gurdjieff, non poteva che dare frutti prelibati. E’ musica sospesa, ricca di echi ancestrali, aperta, che lascia spazio alla meditazione e all’immaginazione. Ci sono le ombre, i toni cupi, le melopee evocate dall’archetto di Anja e chiosate dalle linee di basso di Vassilis, e ci sono improvvisi squarci di libera improvvisazione. Le danze godono naturalmente di ben altra vivacità, il pizzicato di Anja ricorda le leggendarie introduzioni gospelizzanti di Mingus, mentre le melodie dapprima esposte all’unisono si biforcano, progressivamente soggiogate dalla sensibilità interpretativa dei due protagonisti.

Si cambia completamente scenario con il secondo set. Al Volo, programmatico richiamo di estemporaneità, è un evento da cogliere nella sua unicità esecutiva, apparentemente casuale, quasi scherzo goliardico, ma in realtà risultato di non casuali frequentazioni. Vincenzo Mingiardi alla chitarra e all’elettronica, Stefano Battaglia al pianoforte, Roberto Bonati al contrabbasso e Roberto Dani alle percussioni, creano una musica materica, viscosa, insinuante, magmatica. Che procede per accumulazione, con gli strumenti che suonano altro da se stessi. La chitarra assume i contorni indefiniti della manipolazione elettronica, evocando inquietanti scenari o lanciando lingue di fuoco, le percussioni sono battiti di un cuore inondato da mille sensazioni, il pianoforte crea dissonanze e lancia criptati segnali melodici, il contrabbasso è la camera magmatica che alimenta e sostiene le deflagrazioni sonore. Coraggioso e un po’ farraginoso.

Dopo la serata di mercoledì, che non abbiamo potuto seguire, dedicata al compositore, sassofonista, flautista Eugenio Colombo e alle sue composizioni interpretate dalle Bande di Borgotaro e di Fornovo, è la volta di Paolo Fresu e Dahfer Youssef. Duo ampiamente collaudato e con alle spalle una serie infinita di esibizioni live in Italia ed in Europa, il trombettista sardo e lo specialista tunisino dell’oud, focalizzano il loro concerto su una sorta di dialogo intimo, fatto di cenni, di sussurri, di piccole sfumature, di emozioni colte al volo e rimandate allo spettatore rivestite di nuove sensibilità. Rispetto al passato vi è una maggiore presenza della dimensione spirituale, evocata dall’uso sempre più frequente della voce di Dahfer ed un’attenzione particolare alle sonorità ipnotiche, a tratti trance. Ma i momenti migliori sembrano quelli contrassegnati dal ritmo incalzante, con Dahfer che produce linee dai sapori blues e la tromba di Fresu che libera fantasia e creatività, in un misto di tribale ed evocativo davvero originale.

E’ in gran forma Tiziana Ghiglioni. Venerdì sera sul palco del Teatro al Parco si presenta con Alberto Tacchini al pianoforte ed Emanuele Parrini al violino, ovvero il Tea Trio, una formazione insolita con la quale esplorare nuovi territori. C’è una grinta rinnovata nella Ghiglioni, una ricerca sull’uso della voce che abbandona la tradizionale dicotomia tradizione/avanguardia, per privilegiare una visione a 360° gradi dei concetti di scrittura, di composizione istantanea o di libera improvvisazione. Si muove tra il prediletto Lacy, Ornette e brani di Tacchini, e lo fa con un’autorevolezza, una convinzione, una sensibilità ed una visione prospettica davvero sorprendenti. Esibendo quella vocalità unica fatta di pianissimi, di onomatopee, di scarti improvvisi, di intime dolcezze, la Ghiglioni offre uno splendido spaccato della sua arte, coadiuvata da due musicisti in perfetta sintonia con la sua estetica musicale.

Poi è la volta dei giovani musicisti della Classe di Jazz del Conservatorio A. Boito di Parma diretti dal grande Bruno Tommaso ed impegnati nella rilettura in forma di suite di alcune delle pagine più significative della musica di Mingus. L’ensemble di diciotto elementi, con ben quattro chitarre elettriche, fornisce una buona prova, in sintonia con lo spirito del grande contrabbassista di Nogales, mettendo in mostra qualche buona individualità.

Aveva partecipato undici anni fa alla prima edizione del Festival da musicista emergente, fresco di contratto con la prestigiosa etichetta ECM, si ripresenta quest’anno da star riconosciuta a livello internazionale. Parliamo di Anouar Brahem, il musicista tunisino che ha rivoluzionato l’uso dell’oud, e che apre la serata conclusiva della rassegna presentando Le voyage de Sahar, ultimo lavoro per l’etichetta bavarese, con Francois Couturier al pianoforte e Jean-Louis Matinier alla fisarmonica. E il concerto dimostra tutta la grandezza di Brahem: la sua è musica sostanzialmente contemplativa, nella quale purezza di suono ed uso del silenzio svolgono un ruolo fondamentale, ma che al contempo possiede una straordinaria tensione interna, sottesa alle delicate, spesso insistenti linee melodiche delle sue composizioni. Vi è un aurea di sacralità, un afflato spirituale alimentato dal pianoforte di Couturier, minimalista nel sostegno armonico e intensamente lirico negli inserti solistici, e dalla fisarmonica di Matinier, abilissima nel sostegno ritmico e fantasiosa nel creare magistrali pennellate timbriche. Prezioso.

Chiusura all’insegna dell’ironia, della saggezza popolare, del divertissement con il duo Trovesi-Coscia. Entrambi impegnati da anni nel recupero/rivisitazione del materiale folklorico e popolare più disparato (danze, mazurke, villanelle, filastrocche, tanghi, etc…) incontrano nel loro ultimo lavoro la musica dei cabaret berlinesi degli anni venti, così efficacemente raccontata da Kurt Weill. Ma le pagine del compositore tedesco sono solo il pretesto per intraprendere un viaggio musicale del tutto fantastico nel quale le sonorità fanciullesche de “Le giostre di Piazza Savona“ si incontrano con quelle severe di un classico del jazz come “Django“, le cadenze di un tango sgangherato con l’esuberanza di una villanella napoletana. Il tutto condito dai gustosi intermezzi dialogati dei due musicisti, impegnati in uno scambio di battute sulla memoria storica e musicale del nostro paese, a ricordarci che la musica, come la vita, è un giuoco tremendamente serio.

Foto di Danilo Codazzi [altre foto di questo festival sono disponibili nelle gallerie dedicate ai concerti di Tiziana Ghiglioni e Vincenzo Mingiardi, Stefano Battaglia, Roberto Bonati & Roberto Dani]


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