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Novara Jazz 2008

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Auditorium del Conservatorio/Broletto - Novara - 30.05-08.06.2008

Con buona ragione si può assegnare a Novara Jazz 2008 il primato di aprire l'estate jazzistica italiana. Non tanto per la sua data d’inizio, quanto per un paio di fattori logistici: il fatto di svolgersi all'aperto e la gratuità dell'ingresso. Dopo che il maltempo ha costretto la serata d'apertura a ripiegare nell'Auditorium del Conservatorio, le due serate seguenti sono state ospitate, come previsto, nella corte del centralissimo Broletto, spazio che s’intende valorizzare anche con gli appuntamenti jazz. La gratuità ha confermato gli aspetti positivi e negativi del caso: a fronte di una massiccia affluenza di pubblico, si è verificato, come altrove, che le frange esterne della platea talvolta si sono comportate come se fossero convenute ad un ritrovo e non ad un concerto.

Riccardo Cigolotti e Corrado Beldì, i giovani organizzatori del festival, hanno dimostrato lo spirito dei veri imprenditori: dinamici, sempre col sorriso sulle labbra, non solo sono stati capaci di stanare le adeguate risorse finanziarie e umane, ma sono riusciti anche a portare in porto un progetto impensabile, assurdo, come quello di convincere due personaggi antitetici, quali sono Evan Parker e Michael Nyman, a salire assieme sul palco. I due musicisti inglesi si conoscono e si stimano fin dalla gioventù, ma, a parte qualche marginale contatto professionale, non avevano mai suonato assieme, tanto meno in duo.

Da tempo Riccardo e Corrado accarezzavano l'idea di questo incontro; la sua realizzazione si è resa possibile quando il padre del minimalismo ha scovato presso un antiquario di Berlino un pianoforte Niendorf verticale assolutamente scordato, da sottoporre a restauro. Ha pensato che solo quello strumento potesse fornire il pretesto per misurarsi con il maestro dell'improvvisazione radicale e ha preteso che, così com'era, fosse trasportato a Novara. Cosa che è stata fatta, permettendo di assistere all'inedito duo. Probabilmente si tratterà anche dell'unico incontro fra i due, un po' come avrebbe dovuto succedere nell'autunno 2007 ad Angelica Festival fra Cecil Taylor ed Anthony Braxton (che però hanno saputo evitare il confronto diretto in duo, eleggendo il buon William Parker a fare da trait d’union).

Appunto il piano verticale ha costituito la chiave di volta della performance: era talmente scordato da fare la funzione di un piano preparato, emettendo sonorità metalliche e risonanti. Da esso Nyman ha ricavato accordi lunari e ripetitivi, mentre Parker al tenore ha cercato di adeguarsi senza forzare la sua tipica pronuncia e inventando frammenti melodici consonanti. Tutto sommato l'incontro si è dimostrato abbastanza peregrino, una pruriginosa curiosità, un compromesso timido, anche se onesto e rispettoso, fra due espressività totalmente diverse fra loro.

La breve performance, dai toni prevalentemente notturni e lugubri, e conclusa da due bis più circoscritti, era stata preceduta da due esibizioni solitarie dei protagonisti. Nel proporre su un gran coda sue composizioni, che però hanno sofferto della mancanza dei geometrici intrecci polifonici delle versioni per ensemble, Nyman ha confermato di non essere certo un virtuoso della tastiera. Parker ha invece riproposto le sue improvvisazioni in respirazione circolare, inserendo però inaspettatamente accenti in omaggio a Lacy e, per traslazione, un tema monkiano.

Due sere prima l'apertura del festival era toccata al concerto d'esordio di Geo(metric)s, il nuovo trio di Tiziano Tononi assieme al fido Alberto Tacchini al piano e all'emergente contrabbassista senese Silvia Bolognesi (contradaiola dell'Istrice, ci tiene a precisare). Per la verità già in passato il batterista milanese aveva battezzato con lo stesso nome altri sodalizi: quello con lo stesso Tacchini e Roberto Ottaviano al soprano (unico concerto ad Iseo nel luglio 2002) e quello con Mark Dresser ed ancora Tacchini, che compare nel recentissimo CD della Splasch. Nel tempo comunque il messaggio musicale del leader non è cambiato quasi per nulla, improntato ad un free pulsante, empatico, timbricamente ricco; il che costituisce il credo estetico di Tononi, saldandosi ad esperienze di ieri e di oggi, americane ed europee. La stretta e paritaria interazione fra i tre strumenti ha travalicato ampiamente, e fatto dimenticare, i ruoli definiti dalla tradizione jazzistica per la classica formazione piano, basso, batteria.

Una sezione ritmica ancor più compatta e propulsiva (formata da William Parker e Hamid Drake, più che mai strepitosi, e dalla pianista giapponese Eri Yamamoto, da tredici anni residente negli States, irrobustita e sempre più autorevole) ha costituito non solo la struttura portante, ma anche una delle sezioni più trascinanti del set del sestetto Raining on the Moon, pilotato dal contrabbassista. Come sempre Lewis Barnes, Rob Brown e Lena Conquest completavano l'intreccio polifonico con modulazioni vibranti e personali. All'interno di un'ottica tipicamente nero-americana, i temi di Parker, semplici e finalizzati come preghiere, hanno innescato reiterazioni ubriacanti, sviluppi interminabili, di densa consistenza.

È incredibile come in un'epoca di ibridazioni culturali, di globalizzazioni di ogni tipo, di interferenze elettroniche, l'attuale musica di Parker, così pervicacemente legata alle radici nero-americane, alla forza generatrice del sound, riesca a conservare tanta vitalità e credibilità, una carica espressiva tanto genuina, un'identità culturale tanto spiccata.

In un clima di transavanguardia, al contrario, ci si è trovati calati con il quartetto di Ethan Winogrand, in cui anche la matrice rock è stata trasfigurata dall'ammiccante consapevolezza di un atteggiamento postmoderno. I temi esotizzanti, gli stop improvvisi, i pedali pulitissimi e quasi banali del contrabbasso di Carlos Barreto, le note sgranate della chitarra di Ross Bonadonna, il drumming volutamente schematico del leader, il fraseggio insistito e lezioso del sassofonista e flautista Gorka Benitez (non deve trarre in inganno la sua gestualità alla Tobias Delius) hanno caratterizzato una musica accattivante e compiaciuta, non priva di un sofisticato intellettualismo nell'impedire che prendesse campo un approccio energetico. Questo equilibrato mélange ha comunque presentato momenti di contagiosa euforia.

Il concerto del quintetto di Pasquale Innarella si è basato su originals, tratti dall'ultimo CD L'uomo del 300 Gilera, e su un interplay organizzato, definito dal modo di transitare dai temi agli sviluppi, di coniugare tensioni e distensioni, dal tipo di sostegno fornito da basso e batteria (Andrea Veneziani e Roberto Altamura), dagli inserimenti aerei del vibrafono di Francesco Lo Cascio, dalle bordate del trombone e della tuba (Beppe Caruso) e dallo scabro fraseggio del leader, suggestivo e variamente screziato. Ne è risultato un jazz dall'impronta swingante e dalla misura classica, certo non nel senso dei canoni mainstream, ma in quanto naturalmente connesso con esperienze di ricerca degli anni Sessanta e Settanta. Non a caso l'apparizione del quintetto è iniziata con un ricordo di Mario Schiano, partenopeo verace col quale lo stesso Innarella ha condiviso umori e scelte musicali, oltre che collaborazioni professionali.

A chiusura del primo fine settimana della quinta edizione di Novara Jazz, il trio di Norma Winstone, completato da Glauco Venier al piano e Klaus Gesing alle ance (entrambi calibratissimi nei loro interventi), ha proposto un repertorio variegato, dai disegni melodici ora diafani ora nitidi, una musica intessuta di impalpabili finezze, di tonalità pastello, di delicati equilibri, di un lento, intimo dipanarsi: il classico progetto d’impronta cameristica, forse più opportunamente fruibile su disco piuttosto che in una piazza estiva.

Foto di Roberto Cifarelli

Altre immagini di questo festival sono disponibili nelle gallerie dedicate ai concerti di Tiziano Tononi e Michael Nyman ed Evan Parker.


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