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MOL Budapest Jazz Festival – IV Edizione
La scena jazzistica ungherese degli ultimi anni non è molto vivace ed è quindi doppiamente meritoria l'attività del Budapest Music Center, organizzazione che si configura come un ibrido tra un'associazione culturale, una casa discografica, una fonoteca (ed in cantiere uno studio di registrazione ed un jazz club), che per il quarto anno consecutivo ha organizzato questo festival jazz che ha intensamente coinvolto, tra strutture all'aperto, concerti sui barconi del Danubio, e nei locali, tutta la zona orientale della capitale ungherese.
La scena magiara, dicevamo, non è particolarmente vivace, e questo rende anche comprensibili alcune scelte organizzative in linea di principio non proprio impeccabili, come ad esempio quella di inserire musicisti locali all'interno di formazioni già consolidate. Poiché la rassegna ha anche un intento propedeutico (creare un pubblico interessato al jazz, far conoscere i jazzisti locali, favorire l'interazione tra musicisti di diversa estrazione) sospendiamo volentieri ogni giudizio, verificando poi, nel lungo periodo, se gli obiettivi che l'organizzazione si è preposta saranno raggiunti.
Detto questo, il jazz vive anche di contaminazioni e di incontri estemporanei, ed in alcuni concerti l'inserimento di elementi locali in formazioni consolidate ha avuto esiti felici. E' il caso del Darche Trumpet Project (Alban Darche e Sylvain Rifflet ai sassofoni, Laurent Blondiau, Geoffroy Tamisier ed Eric Vloeimans alle trombe, Sébastien Boisseau al contrabbasso, Emmanuel Birault alla batteria), arricchito in questa serata dall'apporto del chitarrista Gábor Gadó (che, in verità, vive per buona parte del suo tempo in Francia ed ha quindi grande consuetudine con il jazz d'oltralpe). La musica proposta dalla formazione è molto strutturata, e vive più di composizione ed orchestrazione che di momenti solistici (che tuttavia non sono mancati e sono sempre stati di ottimo livello). I brani, vari e dinamici, fanno molta presa sull'ascoltatore pur mantenendo molto rigore e senza concedere nulla alla spettacolarizzazione. Un ottimo gruppo, di cui sentiremo senz'altro parlare anche in futuro.
Assai meno interessante, invece, l'incontro tra il trombonista Robin Eubanks ed il quintetto del pianista József Balázs (Zoltán Zana al sax, Gábor Czvikovszky alla tromba, Mátyás Szandai al contrabbasso, Elemér Balázs alla batteria). Nella prima parte del concerto, Eubanks si è esibito in solo, facendo ampio uso di gadgets elettronici. Come sempre in questi casi, la musica procede sovrapponendo loop campionati sul momento, per stratificazioni successive. Uno schema che ormai abbiamo ascoltato troppe volte e che per noi non ha più nulla di coinvolgente. La perizia strumentale di Eubanks è fuori discussione, ed in alcuni momenti il concerto ha fornito anche spunti interessanti. Forse, però, il trombonista dovrebbe rivedere l'impostazione della performance e, piuttosto che campionare i loop sul momento, portare una libreria di loop direttamente “da casa”. L'ingresso sul palco del quintetto di József Balázs ha impresso una brusca sterzata al concerto, che ha puntato su lidi più consolidati (Nardis ed altri brani tratti dagli anni '60), forse congeniali al pianista, ma che non hanno reso giustizia agli altri membri della band, qui forzati in un contesto loro estraneo, e che hanno dunque svolto il loro bravo compitino, ma nulla più. Un concerto decisamente poco convincente.
Così come poco convincente è stato il concerto del trio di Miroslav Vitous (Franco Ambrosetti alla tromba e Fabrizio Sferra - unico musicista italiano presente al festival - alla batteria), cui si è affiancato il sax soprano dell'ungherese László Dés. Chi vi scrive non aveva mai ascoltato Vitous dal vivo e le aspettative erano ovviamente molto elevate. Dal percorso discografico del contrabbassista, ero ben consapevole che il Vitous di oggi è ben lontano dalle vette musicali raggiunte con i Weather Report, od anche con i tre meravigliosi album in quartetto pubblicati per l'ECM negli anni '80. E però non pensavamo di ascoltare una sequenza di standards privi di un'autentica costruzione musicale, in cui l'apporto solistico è il momento unico e fondante della musica. E se l'uso dell'elettronica (la famosa Orchestral Sample Libraries di Vitous) ci è apparso molto ingenuo ed anche inutile, a poco è avvalso anche l'apporto del sound acido del sax di Dés, che ci è parso decisamente fuori contesto e poco a suo agio.
Divertente, ma penalizzato dall'ora tarda in cui si è svolto, il concerto dei francesi Rockingchair (Airelle Besson alla tromba, Sylvain Rifflet a sax e clarinetti, Pierre Durand alla chitarra, Eric Jacquot al contrabbasso, Nicolas Larmignat alla batteria e Gilles Olivesi al sound engineering). Una musica che racchiude in sé tutti i migliori tratti del jazz francese (arrangiamenti curati, aperture al free senza perdere di vista la cantabilità, ampio spazio alla partitura scritta), ma che non teme di esplorare territori più arditi come le sperimentazioni elettroniche o ritmiche martellanti di derivazione pop.
Venerdì 15 apertura di serata con Gábor Winand with the Gábor Gadó Quintet, ovvero l'incontro tra il più importante cantante jazz ungherese, Gábor Winand appunto, ed il quintetto del chitarrista Gábor Gadó (Matthieu Donarier al sax, Airelle Besson alla tromba, Sébastien Boisseau al contrabbasso, Joe Quitzke alla batteria), cui si sono aggiunti per l'occasione anche Ákos Ács ai clarinetti, Ferenc Schreck al trombone, Dániel Viktor Nagy al trombone, Boglárka Fábry alle percussioni. Chi vi scrive non ama particolarmente il jazz cantato, ma in questo caso lo stile assolutamente non jazzistico di Winand e la bellezza delle composizioni (a firma di Gábor Gadó) mi hanno fatto decisamente apprezzare il concerto. La scrittura di Gadó è felice. I brani sono molto movimentati sia dal punto di vista ritmico che da quello armonico. La permanenza del chitarrista ungherese in Francia mostra frutti interessanti. Il nostro pare aver assimilato molti dei tratti caratteristici del jazz transalpino ed il suo stile chitarristico, atipico pur senza essere troppo distante dai modelli consolidati, diventa particolarmente interessante quando si muove sulle sequenze accordali.
E poi c'è stato il duo del sassofonista Michel Portal con il chitarrista Sylvain Luc. Ogni concerto di Portal porta con sé momenti di altissima musica, ma in questa serata il nostro ci è sembrato decisamente ispirato. Spinto dai riff di Sylvain Luc (che come ogni chitarrista delle nuove generazioni si porta dietro un retroterra rock-funk che non si vergogna di metter in mostra) Portal ha messo da parte le sue tipiche inquietudini per lanciarsi verso delicate armonie, scorribande gioiose, autentici divertissement. Citando ampiamente se stesso e gli ultimi trent'anni della storia del jazz (e non solo) in una sorta di continuo medley. E così gli amati Weather Report convivono in modo semplice e naturale con la classica contemporanea, passando attraverso lembi di kitsch (Spain di Chick Corea) che Portal tocca volentieri trasformandoli in gemme preziose ed inattese. Grandissimo concerto!
Dopo tali esibizioni, salire sul palco diventa molto difficile per un musicista, così come per l'ascoltatore diventa molto difficile trovare lo spazio e l'energia mentale per seguire un ulteriore concerto. Sorvoleremo quindi sulla performance del Walk Away International Edition (Krzysztof Zawadzki alla batteria, Marek Podkowa al sax, Steve Logan al contrabbasso, Birta Miklós alla chitarra, Szabó Dániel al pianoforte). Fusion allo stato puro, in pieno stile anni '80, come speravamo non se ne facesse più da tempo e invece ...
Chiusura di serata con il trio Fugimundi del trombettista Eric Vloeimans (Anton Goudsmit alla chitarra ed il giovanissimo Harmen Fraanje al pianoforte). Jazz di chiara estrazione olandese, ricco di mille influenze e sempre permeato da una evidente ironia che spesso sfocia nella caricatura (inarrivabile da questo punto di vista l'apporto quasi teatrale di Goudsmit). Rispetto ad altri concerti del trio cui abbiamo assistito, in questa serata la musica ha preso una direzione spesso cameristica, poetica e soave. Inattesa e proprio per questo ancora più convincente.
Nella serata di sabato 16, i primi due concerti cui abbiamo assistito hanno avuto un rilievo trascurabile. Solido mainstream senza infamia ma anche senza grandi sussulti ed emozioni per il Béla Szakcsi Lakatos Trio (Béla Szakcsi Lakatos al piano, György Orbán al contrabbasso, András Lakatos Pecek alla batteria), affiancato in questa occasione dalla tromba dell'inglese Gerard Presencer. Latin jazz cantato per il trio della cantante e contrabbassista Esperanza Spalding (Leo Genovese al piano, Rochelle Lyndon alla batteria), un gruppo forse ancora un po' acerbo per tenere il palco principale di un festival che presenta in cartellone anche nomi di grande rilievo internazionale.
La serata si è comunque risolta ottimamente grazie al quartetto di Tomasz Stanko (oltre al leader alla tromba, Marcin Wasilewski al pianoforte, Slawomir Kurkiewicz al contrabbasso, Michal Miskiewicz alla batteria). Su CD, la musica della band ci ha sempre dato l'impressione di un eccessivo controllo, a discapito dell'emozione. Dal vivo, invece, la formazione procede a briglia sciolta. Alla melancolica rugosità della tromba di Stanko si contrappone l'energia e la vitalità del giovane trio (cui in questa serata Stanko ha lasciato moltissimo spazio), che ha sfiorato ambiti insospettabili rievocando a tratti McCoy Tyner.
Grande energia e vitalità anche per i Maäk’s Spirit (Laurent Blondiau alla tromba, Jeroen van Herzeele al sax, Sébastien Boisseau al contrabbasso, Jean-Yves Evrard alla chitarra, Eric Thielemans alla batteria). Un gruppo che risente di forti influenze nord africane, e che propone una musica dagli intenti sciamanici. Ampio spazio dunque alla reiterazione, con fiati in levare, la ritmica che picchia molto duro e una chitarra che si muove su linee inconsuete. Un gioco divertente ed anche coinvolgente, dal punto di vista delle dinamiche un po' troppo schiacciato verso l'alto (forte e fortissimo), che forse gioverebbe di qualche momento di riflessione in più.
Serata conclusiva con il Tin Tin Quintet affiancato dalla tromba di Kornél Fekete-Kovács (Szabolcs Szoke a gadulka, ektar e kalimba, András Monori a flauti e sax, Péter Szalai alle percussioni, Iván Nyusztay alle percussioni, Dániel Kardos alla chitarra). Musica che punta chiaramente ad oriente, ben strutturata nelle parti collettive (con qualche chiaro riferimento a Rabih Abou Khalil), meno convincente nelle parti improvvisate, sempre ruotanti intorno a pedali di uno-due accordi. Si ha dunque la sensazione che il potenziale musicale ed emotivo dei brani non venga completamente sfruttato. Comunque sia, il gruppo è capace di raccontare una storia, ed in Ungheria ha un buon seguito di pubblico.
Chiusura di rassegna con il trio del trombonista canadese Tom Walsh (Mátyás Szandai al contrabbasso, Elemér Balázs alla batteria). Dopo un primo brano interlocutorio, aperto da Walsh su ampie citazioni da Mangelsdorf, il concerto ha preso il volo sulle note di una musica complessa ma ritmicamente accattivante. Interessanti i dialoghi tra il leader ed il contrabbasso suonato con l'archetto da Szandai. Ed interessante è stato confrontare la performance fornita dalla sezione ritmica in questo concerto con quella fornita con Eubanks. Se allora Szandai e Elemer ci erano sembrati musicisti ordinari, qui ci hanno colpito per la loro perizia ed originalità. In particolare, ci ha fatto un'ottima impressione il giovane contrabbassista Mátyás Szandai. Qualche prestigiosa collaborazione già all'attivo (una su tutte: Hamid Drake), sicuramente un luminoso futuro davanti a sè.
Foto di Roberto Cifarelli (M. Vitous) e Claudio Casanova (T. Stanko)
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