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MiTo Settembre Musica
Seconda edizione del MiTo, rassegna che ha letteralmente sommerso Milano (ed ovviamente Torino) con uno tsunami di concerti lungo tutto il mese di settembre. Certo la logica è più quella dell'evento che non della promozione culturale (a proposito: possibile che Milano sia ormai da diversi mesi senza assessore alla cultura?), e viene da pensare che con lo stesso budget si potrebbe generare un cartellone che copre un'intera stagione, invece che tre sole settimane. Ed è ancora troppo presto (siamo solo al secondo anno) per dire se l'evento MiTo è una cattedrale nel deserto, oppure se è in grado di mettere in moto, attraverso un virtuoso effetto volano, altre iniziative cittadine. Segnaliamo comunque con piacere che, grazie anche ad un'ottima attività promozionale e di comunicazione, i segnali positivi non mancano: l'affluenza di pubblico ai concerti è stata ottima, e durante le settimane del MiTo la città tutta ha messo la musica al centro dei propri interessi. Segno che Milano ha fame di buona musica, segno che quando l'informazione arriva, quando i concerti hanno un prezzo corretto, la città risponde bene. Speriamo che chi di dovere ne sappia trarre le giuste conseguenze.
Giovanni Falzone Electric Quartet
In uno scenario dall'acustica imperfetta ma decisamente suggestivo (l'Officina Teodosio dell'ATM), tra strumenti di lavoro e tram storici, abbiamo ascoltato l'ultimo progetto del trombettista Giovanni Falzone, la suite Electrip, realizzata con l'Electric Quartet (Valerio Scrignoli alla chitarra elettrica, Michele Tacchi al basso elettrico e Riccardo Tosi alla batteria). Dopo anni di ricerca a cavallo tra jazz e classica contemporanea, Falzone ha indirizzato ora i propri interessi verso il rock. Pur senza rinunciare ad alcuni dei suoi tratti caratteristici (concezione elastica del tempo, cifra compositiva che risente di Bartok, Stravinski, Monk), pur ampliando i suoi orizzonti jazzistici (il movimento Formiche rivela un deciso interesse per Threadgill; il fraseggio e soprattutto il timbro, nei passaggi più lirici ricordano a tratti Enrico Rava), con questo quartetto Falzone ha compiuto una decisa sterzata verso il rock e l'elettricità. Non solo con un quartetto di formazione non-jazzistica che abbonda di tensioni rockettare, ma facendo ampio uso egli stesso di elettronica ed effetti. La musica del quartetto si sviluppa dunque nel confronto, che a tratti diventa contrasto, tra i diversi linguaggi. La chitarra di Scrignoli che con timbro friselliano si muove prevalentemente su scale blues, la tromba di Falzone che rimane comunque su un fraseggio di marca jazz, la sezione ritmica di Tacchi (ottimo!) e Tosi che tiene la musica saldamente ancorata alla quadratura. Davvero un gran bel concerto, chiuso con un bis su due brani della tradizione popolare siciliana (terra natale di Falzone), rivisitati in chiave jazz.
Maratona Jazz
Riprendendo una consuetudine degli anni '70 (i concerti della serie "Jazz at Philharmonic" coordinati da Norman Granz) nella giornata di domenica 14 Settembre il MiTo ha proposto tre concerti molto distanti tra loro per orizzonti esplorati e poetica espressa. Un percorso musicale che, partendo dagli standard, ci ha fatto approdare alle avanguardie newyorkesi dimostrando ancora una volta (se mai ce ne fosse bisogno) che le molteplici tendenze dell'universo jazzistico altro non sono che diverse declinazioni di uno stesso, comune, linguaggio.
I primi a salire sul palco sono stati i due grandi vecchiMartial Solal e Lee Konitz. Di ottimo umore, i due hanno giocato a scomporre e ricomporre, disaggregare e ri- aggregare, citare o più semplicemente giustapporre, frammenti di storia del jazz. Ogni brano è stato dunque sviluppato in forma di medley, con Solal, esuberante sia dal punto di vista tecnico che da quello espressivo, ad aprire mille scenari e Konitz, eccessivamente morbido e sornione, a ricondurre la musica verso quegli orizzonti cool che gli sono più familiari.
Più orientato alla contemporaneità il linguaggio della Hellbent Band di Michael Blake (oltre al leader al sax tenore, Charlie Burnham al violino, Calvin Weston alla batteria e Marcus Rojas alla tuba). Il quartetto ha presentato un programma piuttosto variegato, che ha affiancato composizioni originali a brani dei Beatles, frammenti di Ellington a hit dei Jackson Five, dando vita ad un concerto dall'andamento altalenante. Ottimo nelle parti scritte e nei momenti più lirici, nei quali l'inconsueta configurazione strumentale sviluppa un sound davvero originale. Meno convincente quando il quartetto preme in modo deciso sull'acceleratore: il volume cresce, i pedali diventano strutture granitiche, la sciabola prende il posto del fioretto. Un concerto comunque più che positivo, che una maggiore sobrietà in chiave interpretativa avrebbe, paradossalmente, reso travolgente.
Travolgente davvero, invece, è stato il concerto Raining on the Moon del contrabbassista newyorkese William Parker (Leena Conquest a voce e danza, Lewis Barnes alla tromba, Rob Brown al sax alto, Eri Yamamoto al pianoforte, Hamid Drake alla batteria). Musica carica di soul (evidenti i riferimenti alla musica nera degli anni '70), che dal punto di vista jazzistico riprende, sviluppa ed attualizza, gli scenari dipinti da McCoy Tyner nei quartetti di John Coltrane. Musica con un forte legame con la tradizione ed un altrettanto forte legame con la contemporaneità, eseguita da un organico impeccabile, in grado di conciliare (ri-conciliare?) gli amanti del jazz più classico e quelli delle avanguardie.
Goran Bregovic Wedding and Funeral Ensemble
Sotto l'insegna del MiTo si è svolto anche il primo appuntamento degli Aperitivi in Concerto, che ha avuto per protagonista Goran Bregovic, in compagnia della sua Wedding & Funeral Band e dell'Absolute Ensemble diretto da Kristjan Järvi.
In programma Three Letters to Three Prophets, sottotitolo “Forgive Me, Is This the Way to the Future?”, concerto per violino e orchestra in tre movimenti (le tre lettere appunto, idealmente indirizzate ai tre profeti dell'Islam, del Cristianesimo Ortodosso e del Cattolicesimo), a simboleggiare il contrasto tra tradizioni, culture, religioni diverse, che dopo una fase conflittuale giunge ad una pacificazione, ad un incontro su un terreno comune. La musica si sviluppa dunque come la trama di un film. La fase dell'incomunicabilità è resa attraverso una serie di call & response tra i due organici (la Wedding & Funeral Band e l'Absolute Ensemble) che in realtà suonano più come la giustapposizione di monologhi, come un dialogo tra sordi, tanto sono distanti le atmosfere espressive ed i linguaggi. Poi, gradualmente, le posizioni si avvicinano, i due organici iniziano a dialogare davvero, la Wedding & Funeral Band e l'Absolute Ensemble suonano insieme (ah, se la vita fosse come la musica!). Ineccepibile ed assai suggestivo dal punto di vista simbolico, sotto il profilo musicale il progetto risulta, nella fase dell'incomunicabilità, eccessivamente frammentario e discontinuo, a tratti anche privo di consistenza e peso specifico. Più convincente invece nei momenti corali, dove emerge la scrittura del Bregovic più consueto (quello dell'unza unza e dei malinconici intrecci balcanici dei fiati), dove la musica si sviluppa secondo modalità espressive che il nostro conosce e padroneggia più agevolmente. Curioso il ruolo che Bregovic si è auto-assegnato: molto defilato, a metà tra l'apprendista-direttore e lo “spettatore seduto in mezzo all'orchestra”. Ha suonato pochissimo, cantato ancora meno. L'impressione complessiva che si è avuta è che il progetto non sia ancora giunto a piena maturità (alcune imprecisioni esecutive lo confermano) e che Bregovic abbia voluto soprattutto ascoltare quanto si svolgeva sul palco per apportare eventuali modifiche e aggiustamenti di rotta.
Dowland Project: Romaria
Come noto, il Dowland Project è l'incontro di musicisti specializzati nella musica antica (il tenore John Potter, Milos Valent a violino e viola, Jacob Heringman a liuto e chitarra), con il jazzista John Surman a sax soprano e clarinetto basso. Romaria è il terzo album del quartetto, intorno al quale si è focalizzato questo concerto. Romaria in Portoghese significa pellegrinaggio, e l'organico ha quindi affrontato brani di diversa estrazione geografica (dalla penisola iberica ai fiamminghi), concedendosi anche una divagazione temporale verso epoche più vicine a noi (due frammenti dei Carmina Burana). L'esecuzione dal vivo lascia senza fiato per la bellezza dei temi, per precisione e delicatezza interpretativa, e per la capacità dell'organico di rendere attualissime musiche che risalgono anche al XIV secolo. Tuttavia mi sembra che il quartetto si concentri troppo sui mezzi tempi rendendo il concerto, quantomeno dal punto di vista del metronomo, eccessivamente uniforme. Inoltre le (pochissime) parti solistiche sono sempre molto misurate, sia come durata che come energia. E per il jazzofilo, vedere un improvvisatore del calibro di Surman non dare libero sfogo alla propria vena creativa, è una sofferenza.
Il Gesto del Suono. La Musica del Nostro Tempo tra Immagini e Ascolto Nei giorni del MiTo, Palazzo Reale ha ospitato un video-documentario sulle performance di alcuni grandi musicisti della nostra epoca, integrato dalle fotografie di Rita Antonioli, Silvia Lelli, Roberto Masotti e Luciano Rossetti. Musicisti come John Cage, Fred Frith, Meredith Monk, Peter Brotzmann, Butch Morris, Frank Zappa ed altri, ritratti in un percorso tra immagini e ascolto, come dice il sottotitolo della mostra, che rende evidente e diremmo quasi palpabile come la musica non sia soltanto un fatto uditivo ma anche, nella sua essenza più profonda, un fatto gestuale. Queste immagini, cogliendo e fissando tali gesti, aiutano noi spettatori ad acquisire consapevolezza della fisicità che si cela dietro una nota.
Foto di Roberto Cifarelli (Solal/Konitz, Blake, Parker), Lelli&Masotti (Falzone, Bregovic, Download Project).
Ulteriori immagini di questo festival sono disponibili nella galleria fotografica del concerto di: Michael Blake "Hellbent Quartet"
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