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Jemeel Moondoc - Roy Campbell - Hilliard Greene - Klaus Kugel
Personaggio di culto della scena newyorchese, Jemeel Moondoc fa parte a pieno di titolo di quell’ampia leva di artisti che potremmo definire “seconde linee” del free jazz a stelle e strisce; musicisti dall’indiscutibile spessore e originalità che, pur nella recente invasione di personaggi legati all’ambito improvvisativo afroamericano, faticano a riscuotere i doverosi consensi e solo raramente giungono sui palchi del vecchio continente.
Eppure il curriculum del sassofonista è di tutto rispetto, potendo vantare collaborazioni con Cecil Taylor, assidue frequentazioni con l’ormai onnipresente William Parker, una corposa discografia e, per chi se ne fosse dimenticato, persino una manciata di lavori pubblicati nei primi anni ottanta dall’italiana Soul Note.
Ad accompagnarlo per questa serata milanese all’insegna della generazione post loft, il compagno di sempre Roy Campbell, uomo ovunque del neo-free, il portentoso contrabbassista Hilliard Greene, spalla fidata di Charles Gayle, e il teutonico batterista Klaus Kugel.
Teatro del concerto, unica data italiana, un magazzino dismesso della stazione ferroviaria di Corsico; un luogo suggestivo e insolito, trasformato in tempio della musica creativa, e dell’arte in genere, dalle amorevoli cure dell’associazione culturale Gheroartè. E mentre un paio di interregionali sfrecciavano al di là dei vetri del locale - spettacolo unico nel panorama del live jazz mondiale credo - la serata si è mossa entro il perimetro definito dai modelli cari ai quattro musicisti: free sanguigno e verace, senza fronzoli o giri di parole, diretto come un pugno nello stomaco e nero come la pece. Ornette Coleman e Albert Ayler le stelle polari, anche se il quartetto ha dimostrato di possedere, almeno nelle voci dei singoli, una propria originalità e una propria idea peculiare riguardo alla lezione dei padri.
Eroe del set, e piacevole riscoperta, il contralto di Jemeel Moondoc ha convinto e incantato per l’originalità del fraseggio, per lo spiccato gusto melodico - Jimmy Lyons ha fatto scuola - e per la controllata acidità della pronuncia. Una voce del tutto peculiare quella del musicista nativo di Chicago, che ha assimilato la lezione ornettiana rileggendola alla luce della scuola AACM. Da applausi a scena aperta un paio di lancinanti intro e un trascinante duetto con la batteria di Kugel.
Di spessore anche l’apporto del trombettista Roy Campbell, figura di spicco dell’underground newyorchese e da oltre un trentennio presenza carismatica nella scena free americana. Lirico e struggente al flicorno, misurato e forse un po’ algido alla tromba, Campbell ha dato il meglio di sé alla pocket trumpet, strumento suonato con sfumature orientaleggianti e strizzatine d’occhio alla madre Africa. Palese l’influenza di Don Cherry, anche se in certe squillanti impennate è risuonata chiaramente la formazione hard-bop, il nostro fu allievo nientemeno che di Lee Morgan.
A fronte di un Hilliard Greene a dir poco granitico, invece, è apparso alquanto fuori luogo il contributo di Klaus Kugel. Spesso sopra le righe e costantemente al massimo del volume, il batterista ha dato l’impressione di non disporre di sufficiente sensibilità e fluidità nell’accompagnamento dei fiati. Insomma, impeccabile il sostegno ritmico, ma anche il free più devastante richiede un minimo di ascolto e predisposizione alla misura.
Sorpresa nel finale, quando al trio formato da Campbell, Kugel e Greene si è unito il trombettista cubano Gendrickson Mena, per una sfida tra flicorni in stile jam session.
Visita il sito dell'associazione culturale Gheroartè
Foto di Dario Villa
Ulteriori immagini di questo concerto sono disponibili nella galleria immagini
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