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Jazzfestival Saalfelden 2007
Chiusa la stagione del tendone ai margini dell'abitato e la direzione artistica di Gerhard Eder, la formula dello scorso anno (clicca qui per leggerne la recensione) è stata confermata con i concerti di maggior rilievo (cinque al giorno) presentati nella Congresshaus ed altri appuntamenti dedicati ad artisti e gruppi emergenti di varie tendenza stilistiche: alcuni offerti nella Kunsthaus Nexus ed altri (gratuiti) nella Rathausplatz.
Rispetto al passato, l'attenzione alla nuove proposte non è stata così acuta ma l'organizzazione resta impeccabile e il pubblico ha decretato ampio successo: i numerosi che non avevano i biglietti (esauriti quasi tutti in prevendita) si consolavano nella piazza antistante la Congresshaus bevendo ottima birra negli stand e guardando i concerti principali in diretta dal megaschermo. Un'iniziativa che porta il festival entro il tessuto cittadino ma fa sospettare qualche concessione sulle scelte artistiche: mai come quest'anno è stato netto il divario tra concerti di altissimo livello e proposte orientate al semplice divertimento di massa, alcune francamente scadenti.
Comunque sia il pubblico in sala che quello fuori ha mostrato d'apprezzare tutti, senza far troppe distinzioni.
Tra i concerti memorabili ricordiamo quello della Nublu Orchestra di Butch Morris, il set di Threadgill con gli Zooid e la Salzburg Young Philharmonics, il trio Abrams-Mitchell-Lewis, il progetto "'31 Band" di Elliott Sharp, il David Torn "Prezens" ed in parte gli "Harriet Tubman" di Brandon Ross, Melvin Gibbs e J.T.Lewis. Tra le cose da dimenticare citiamo il progetto di David Krakauer (insulso connubio tra klezmer e soul), gli Electric Barbarian del bassista Floris Vermeulen ed in parte il duo tedesco Lunarplexus e la Kiki Band di Kazutori Umezu.
Short Cuts
Ma andiamo con un certo ordine, partendo dai concerti del programma Short Cuts di giovedi 23 agosto, dedicato alle proposte emergenti.
Il trombonista austriaco Daniel Riegler apriva il primo dei suoi tre progetti, in qualità di artist in residence, mentre chiudevano la serata i francesi del gruppo NeBelNeST. Accompagnato da Maiken Beer al violoncello, Michael Bruckner alla chitarra e Mathias Koch alla batteria, Riegler ha presentato una musica prevalentemente scritta che si sviluppava tra sequenze aleatorie e squarci ritmici reggae di forte impatto. Un progetto ("The Ten Thousand Things") concepito espressamente per il festival in cui non sono riuscito a trovare una logica che desse un senso alla casualità degli eventi. Più strutturato e coinvolgente (per chi ama il genere) il progetto successivo, fortemente connotato in ambito rock, con lunghi assoli metallici e una ritmica marcata stile grind. I musicisti erano comunque bravi e la band coesa.
I concerti della serie Short Cuts sono andati avanti nel primo pomeriggio dei due giorni seguenti presentando ancora due progetti di Daniel Riegler (un duo con l'ottimo trombonista tedesco Matthias Muche e un nuovo progetto sperimentale intitolato "Piktogramm II - 2007"), la band austriaca Tumido Extended Version (in equilibrio tra rock ed elettronica) e la solo performance della pianista tedesca Ulrike Haage. Quest'ultima è una strumentista di valore che predilige un pianismo iterativo in cui si trovano momenti di tensione (con schegge di free), abbandoni lirici e lunghe improvvisazioni cantabili. Uno stile "di moda" che ricorda un po' quello di Svensson e che la Haage ha cercato di modificare (peggiorando) con l'utilizzo di basi ritmiche techno.
Main Stage: 24 agosto
I due eventi della serata - il trio Muhal Abrams/Roscoe Mitchell/George Lewis ed il quartetto Prezens di David Torn - non hanno tradito le attese. Due proposte ovviamente diverse dal punto di vista stilistico ma accomunate dalla ricerca di nuove soluzioni espressive, in un gioco di relazioni mai del tutto prevedibile. Sia il primo che il secondo ensemble hanno offerto set profondamente diversi da quanto documentato nei loro rispettivi dischi, Streaming (Pi Recordings) e Prezens (ECM). Qui sta la grandezza di artisti che rinnovano ad ogni incontro i motivi della loro relazione, dialogando in piena libertà nel rispetto delle forme estetiche condivise.
L'interplay improvvisato di Abrams-Mitchell-Lewis s'è snodato in forme tanto logicamente coerenti da sembrare preordinato. Lunghi quadri minimalisti si sono alternati ad altri accesi, legati alla stagione del free storico. George Lewis ha usato con parsimonia il suo laptop, imbracciando il trombone e dialogando con passione soprattutto con Roscoe: ne sono nati episodi incantevoli, sostenuti dal pianismo percussivo di Muhal. Cinquanta minuti di musica intensa e serrata, senza cali di tensione che ha trovato il suo culmine nel lungo e appassionante solo di Roscoe Mitchell al soprano, condotto in respirazione circolare.
David Torn ha presentato il quartetto con cui è tornato - dopo vent'anni d'assenza - in casa ECM. Con lui erano Tim Berne al sax contralto, Craig Taborn alle tastiere e Gerald Cleaver alla batteria. Il set ha presentato in forma estesa due brani del disco, "Ak" e "Sink", sviluppati per oltre 70 minuti. Una musica "esasperata" che prende sia dal rock che dal free e sviluppa le intuizioni davisiane della fase elettrica (in qualche frammento ben riconoscibili). Quadri collettivamente improvvisati dal clima sospeso che aprono a possenti iterazioni ritmiche dove sia Torn che Berne (superlativi!) hanno modo d'intervenire a lungo. Interessante anche il bis con il sassofonista a improvvisare su uno sfondo privo di scansione ritmica, con lancinanti suoni di chitarra e liberi giochi percussivi.
Aveva aperto la serata il JazzWerkstatt Workshop Ensemble, nonetto austriaco d'avanguardia, da un paio d'anni sulla cresta dell'onda nel loro Paese. Hanno eseguito composizioni di vari autori unite in forma di suite, risultando tecnicamente apprezzabili ma freddi: una musica ricca di riferimenti che si sovrappongono ed elidono l'un l'altro, senza trovare una chiara direzione.
Troppo uniforme, nella sua ipnotica iteratività, la proposta di Tim Motzer alla chitarra, Burnt Friedman agli strumenti elettronici e Jaki Liebezeit alla batteria. Ben più coinvolgente è stato l'ensemble Flat Earth Society formato da tredici musicisti olandesi e belgi che hanno chiuso la serata. Fondata da Peter Vermeersch, l'orchestra ha galvanizzato il pubblico con i suoi possenti collettivi, gli agili arrangiamenti e gli apprezzabili interventi dei solisti, bravi ed entusiasti.
Main Stage: 25 agosto
La giornata è iniziata alle 16 con Nublu Orchestra diretta da Butch Morris, un evento presentato in anteprima europea. Il grande compositore e leader ha presentato la formazione nata tre anni fa, che si ritrova settimanalmente al Nublu Club di New York e con cui ha già inciso un disco. Ne facevano parte tra gli altri i trombettisti Graham Haynes e Fabio Morgera, il sassofonista Ilhan Ersahin, il chitarrista Zeke Zima, il batterista Kenny Wollesen (magistrale pilastro ritmico) e il percussionista Mauro Refosco.
Sono stati quaranta minuti di musica appassionante in cui Butch ha guidato l'orchestra in sue quattro conduction (intitolate semplicemente "Conduction 1 - 2 - 3 - 4" ). Vista la costante frequentazione la formazione rispondeva ad ogni suo gesto in modo impeccabile, in tempo reale, come raramente accade di vedere, e la musica è risultata magistrale: tanto varia e complessa quanto coinvolgente per la solare impronta ritmica ed i continui riferimenti alla tradizione afro-americana.
Impossibile descrivere la varietà dei percorsi: Butch Morris ha confermato d'essere una delle personalità più innovative e fantasiose della musica contemporanea. Il pubblico ha risposto con una standing ovation, richiedendo tre bis.
La giornata è andata avanti con il bel trio del pianista svizzero Colin Vallon, giovane organico dall'interplay già maturo, capace di ottima padronanza del timing, solido nelle strutture tradizionali e aperto alla ricerca. Vallon è un artista che cerca la sua strada, senza porsi sulla scia di facili mode.
Dopo la brutta esibizione degli Electric Barbarian (un rock scontato con incursioni nel rap) abbiamo ascoltato il trio di Martin Koller alla chitarra, Patrice Moret al contrabbasso e Jojo Mayer alla batteria. L'estetica di riferimento è ancora il rock ma i risultati sono migliori: un "grunge" affilato come un coltello, intenso e diretto, senza commistioni con altri generi. Ci si può chiedere il perché della sua presenza in un jazz festival ma questo è un altro discorso.
Ha chiuso la serata l'organico del clarinettista David Krakauer in un'improbabile quanto irritante (per il sottoscritto, non per il pubblico) fusione tra motivi klezmer, ritmi funk e parodie rap. Con lui Fred Wesley a capo di una sezione fiati R&B, che accentuava il carattere unicamente spettacolare della proposta.
Main Stage: 26 agosto
È stata questa la giornata più ricca ed emozionante.
La prima mondiale del progetto di Threadgill con gli Zooid e la Giovane Filarmonica di Salisburgo ("Dedicated to Jazzfestival Saalfelden and Thomas Stöwsand") avevano tutti i crismi dell'avvenimento e così è stato. Il compositore e polistrumentista è riuscito a integrare la scrittura classico-contemporanea, erede della scuola atonale viennese, entro la sua personale concezione, sviluppando un lavoro austero e pregnante. Senza sudditanza verso le forme musicali europee, Threadgill le ha utilizzate nelle forme e nei modi funzionali alla sua estetica; ha reso protagonista l'improvvisazione, lasciando ampio spazio agli interventi solistici e utilizzando le tecniche della Conduction, esplorate per primo da Butch Morris.
Tutta l'enfasi ritmica del suo stile, gli spostamenti di metro e timbro, le sovrapposizioni ritmiche, sono fiorite in modo ottimale. Il termine Zooid si riferisce a un organismo cellulare in grado di muoversi indipendentemente all'interno di un altro e indica la grande flessibilità della formazione, capace di operare entro un ampio spettro di riferimenti, jazzistici e non.
Dopo tanta raffinatezza le performance dei Lunarplexus e di Kazutoki Umezu sono apparse ancor più insipide e scontate. Il duo tedesco col pianista/cantante Jens Thomas e il percussionista Saam Schlamminger ha proposto undici canzoni, disegnate in modo sperimentale, con viva enfasi teatrale e poca sostanza. Ben peggiore la Kiki band del sassofonista giapponese che pure ha un passato ragguardevole: il suo sax stentoreo, tendente ai registri estremi e all'urlo, era circondato da una massiccia ritmica rock in cui svettava Joe Trump, l'ex batterista dei Carbon. Più che nel free jazz storico i riferimenti vanno trovati nei Napalm Death e simili.
A ricordarci dell'esistenza del jazz ci hanno pensato, per fortuna, gli Harriet Tubman di Brandon Ross e il gruppo di Elliott Sharp, che hanno concluso magistralmente il festival.
Dopo gli iniziali problemi con l'amplificazione, Ross ha confermato di essere un chitarrista d'alto valore, capace di sensibilità e senso della tradizione. Ha eseguito un intenso blues e uno spiritual, trasfigurati nella modernità mantenendo il loro fascino antico. Efficace anche J.T.Lewis alla batteria mentre il bassista Melvin Gibbs è parso girare a vuoto.
La "'31 Band" di Sharp (con Curtis Fowlkes, Steve Swell, Rudresh Mahanthappa, Anthony Coleman, Dave Hofstra e altri) ha presentato la colonna sonora ("Spectropia Suite") scritta per il film di Tony Dove, Spectropia, A Ghost Story on the Infinite Deferral of Desire. La scelta di accostare quadri d'avanguardia con suoni synth ad altri tradizionali, legati al jazz degli anni trenta, è nata in funzione del racconto filmico ma regge bene anche da sola. In trasparenza alla suite era evidente l'estetica dei Terraplane che ha saputo fondersi benissimo con lo swing della tradizione: all'interno di sofisticate orchestrazioni hanno avuto un ruolo decisivo gli interventi di Coleman al piano, Duane Eubanks alla tromba e Fowlkes al trombone e dello stesso leader alla chitarra, clarinetto e tenore. Per chi ha accostato troppo frettolosamente Sharp alla sperimentazione e all'avanguardia è giunto il momento di ricredersi.
Foto di Claudio Casanova. Ulteriori immagini tratte da questo festival sono disponibili nelle gallerie dedicate ai concerti di : Muhal Richard Abrams - Roscoe Mitchell - George Lewis e Lawrence D. "Butch" Morris & Nublu Orchestra
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