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Jazz Brugge 2008

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Bruges (Belgio) - 02-05.10.2008

Rara avis nel panorama festivaliero contemporaneo, Brugge Jazz 2008 si è distinto per una felice progettualità, volta ad integrare le più creative tendenze del jazz europeo, in bilico tra ironia teatrale, gesto, canto, parola e suono.

Un evento dove ancora la musica non cede il passo alla legge dei grandi numeri (i biglietti da vendere) e le sirene del richiamo turistico, che invece sostanziano il ben più ricco Gent Jazz.

Un festival nell’insieme allestito con coerenza e libertà, testimoniate da un entusiasmante raggio di proposte, che spaziano dall’improvvisazione più libera (il trio Schiaffini/Cappozzo/Branciamore) a soluzioni orchestrali (Barry Guy New Orchestra) di grande impatto.

È stato questo il filo conduttore di un affascinante mosaico, che si è aperto alle tendenze più visionarie dell’improvvisazione europea. Come valore aggiunto, l’incantevole cornice di Bruges ad attrarre un pubblico colto, cui è stata offerta l’occasione di ascoltare jazzisti di culto.

Artisti tra i più creativi del panorama d’oggi, amati da colleghi e addetti ai lavori, ma poco conosciuti dalle platee più vaste: tra questi spiccano il duo Aki Takase/Silke Eberhard (2 ottobre), Le Trio De Clarinettes (2) e Theo Jogensmann (3).

Ma non tutto è andato per il meglio, per via di qualche discutibile proposta come Bert Van Der Brink, Christy Doran’s New Bag, Bela Lakatos e Anders Bergrantz. I loro sono stati concerti davvero modesti, non all’altezza di questo festival.

Imperdibile la Barry Guy New Orchestra, per un set votato all’imprevisto e l’indeterminazione, per integrare in forme assai diverse composizione ed improvvisazione. Ad informarlo, una musica sapientemente costruita per l’occasione (3 ottobre), volta ad esaltare le rilevanti potenzialità individuali, davvero eccelse in questa stratosferica big band: tra tutti, l’estro destrutturante di Evan Parker, la fantasia di Herb Robertson alla tromba e le infinite risorse di Johaness Bauer al trombone: potente, ardito e magniloquente.

Una formazione davvero eccellente, meritevole di essere apprezzata su larga scala dal pubblico europeo. Lo stesso dicasi per il gruppo di Louis Sclavis (4 ottobre) e l’Henry Texier Strada Sextet; entrambi accomunati dal saper magnificamente coniugare versatilità e dinamismo con l’estemporaneità della più sfiziosa improvvisazione contemporanea. Tensione e distensione in continua giustapposizione all’insegna della flessibilità metrica e tematica, con fiammate improvvise.

Quanti prediligono le atmosfere più rassicuranti e stemperate, hanno trovato elementi di interesse nei concerti più classici di Bart Defoort/Emanuele Cisi Quintet e Rita Marcotulli, la cui presenza è risultata ridondante dopo la partecipazione nel 2006. Bravissima come al solito, ma uniforme rispetto all’edizione precedente. Perché allora riproporla ancora una volta?

Entusiasmante la performance di Tomasenko, dove i brani originali del leader vengono arrangiati in modo funzionale alla personalità dei singoli. Ironia, divertimento e tanto groove alla sua base, per un set tra i più coinvolgenti dell’intera rassegna.

Stucchevole quello dei Monk’s Casino: una jazzistica bolla di sapone mediaticamente ben congegnata quanto sopravvalutata, nella sua sterile reinterpretazione di Monk. E non sono bastate l’ironia, le pause, il ritardare i tempi dell’esecuzione a far decollare un set soporifero, a tratti irritante per il suo scontato andamento.

Mediocre il set del gruppo svedese guidato da Anders Bergrantz e per giunta proposto come concerto conclusivo del festival. Un quintetto anonimo sia nella sterile proposta mainstream che nella qualità dei singoli.

Nutrita la schiera del jazz italiano, ben rappresentato da Schiaffini, Bearzatti, il duo Salis/Satta e Francesco Branciamore, musicista tra i più avventurosi del jazz italiano. Ma ciò che rende unico questo festival è l’ospitare i concerti di mezzogiorno all’interno del Groningenmuseum, con le tele di Magritte ad integrare sinesteticamente il piacere della musica.

Una musica, che - almeno qui- trae ispirazione dalla propria storia (l’avanguardia europea degli anni ’70), senza per questo rimanere imprigionata dalle forme espressive di riferimento.

Cento di queste edizioni!.

Foto di Thomas van der Aa (le prime tre) e Lieven Verhoye (la quarta)


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