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Jason Moran - Nasheet Waits - Lee Konitz
Come consuetudine, la conferenza stampa di presentazione del Brianza Open Jazz Festival 2006 è stata affiancata da un concerto realizzato in collaborazione con una casa discografica. Dopo anni di ECM, quest'anno è stata la volta della Blue Note, e dunque di Jason Moran, presentatosi in trio con Nasheet Waits e Lee Konitz.
Un trio davvero strano. Se Moran e Waits hanno una lunga consuetudine ed una visione artistica contigua, Konitz, non solo anagraficamente, è piuttosto distante dall'estetica del pianista. Ma il jazz, lo sappiamo bene, è fatto di incontri strani ed estemporanei, e quello di questa serata monzese ne fa parte a pieno titolo.
Programma della serata: standards, forse l'unico terreno comune tra Moran e Konitz, ma anche rivelatore di una mancanza di un autentico repertorio e forse anche di prove. Non a caso, il concerto si è aperto con i tre musicisti che si sono presentati, a turno, sul palco per eseguire un brano in solo. Poi è stata la volta di Konitz-Waits. E così, un bel venti minuti di concerto se ne vanno, senza colpo ferire, in modo totalmente improvvisato. Dopo questo lungo “prologo” (non sappiamo come altro definirlo), finalmente il trio si presenta sul palco al completo.
Il repertorio è sempre quello degli standard, ma il pianismo di Moran è di concezione talmente evoluta che riesce a far amare questi brani persino a chi vi scrive (e con questo - piccola nota a margine - spero di non scatenare una serie di mail che mi ricordano tra gli improperi l'importanza degli standards, eccetera eccetera).
Il problema è che il trio non è un trio. Ovvero: Moran e Waits suonano una musica da un certo angolo visuale, Konitz da tutt'altra prospettiva. Il che potrebbe anche essere interessante se questi due differenti punti di vista trovassero poi un terreno di incontro. Ma ciò, in questa serata monzese, non è avvenuto. Anzi, a tratti Konitz ci è sembrato togliere spazio a Moran, inframmezzando i soli del pianista con orpelli al sax assolutamente inutili che hanno spezzato la poesia (o la tensione, a seconda dei casi) della musica.
Tutto questo, unito alla lucidità armonica davvero impressionante mostrata dal pianista nel corso di tutto il concerto (ed in particolare in Giant Steps), ci ha fatto pensare che un concerto in solo di Moran sarebbe stato decisamente più interessante.
Foto di Claudio Casanova
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