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Instabile Jazz Festival
Partito dieci anni fa come manifestazione incentrata sull'Italian Instabile Orchestra, nel corso del tempo il festival pisano ha sempre più aperto la programmazione a piccoli gruppi satelliti, formati prevalentemente da membri dell'orchestra stessa, inserendosi di diritto fra le rassegne più coraggiose del panorama italiano. La decima edizione dell'Instabile Jazz Festival ha ulteriormente diversificato l'offerta: ha cioè incluso nel cartellone cinque formazioni, o solisti, che nulla hanno a che fare con l'Instabile, prevedendo fra l'altro proficue collaborazioni fra alcuni improvvisatori italiani e loro colleghi stranieri. Ne è risultato un campionario rappresentativo delle varie espressioni dell'attualità.
Giancarlo Schiaffini, in rappresentanza dell'Associazione Instabile, è stato fra l'altro il compassato e ineffabile presentatore dei concerti. Nell'ascoltare l'improvvisazione radicale del trio Edoardo Ricci - Eugenio Sanna - Roger Turner non ho potuto fare a meno di riandare col pensiero al Gruppo Romano Free Jazz, di cui lo stesso Schiaffini fu uno dei pilastri. Appunto quella formazione, esattamente quarant'anni or sono, fu fra le prime al mondo a sperimentare quel tipo di prassi musicale, discostandosi sensibilmente dal free di Coleman e degli altri protagonisti neroamericani. Il confronto fra le due esperienze (il Gruppo Romano di ieri ed il trio esibitosi a Pisa) mi ha sollecitato un paio di considerazioni. Innanzi tutto, per quanto riguarda i circuiti organizzativi e comunicativi, questo tipo di musica è rimasto, oggi come allora, a livello catacombale, recluso in un isolamento criptico, rifiutando per sua scelta intrinseca, quasi per autodefinizione, qualsiasi compromesso con le logiche più o meno commerciali di produzione e distribuzione.
Riguardo invece alla concezione musicale, alla configurazione stilistica, si è verificata una certa evoluzione, raggiungendo una consapevolezza ed una maturità sempre maggiori. Quella che allora era un'invenzione quasi assoluta, una dichiarazione di libertà, svincolata dal rispetto di qualsivoglia codice, anche se perseguita con mezzi "poveri", si è trasformata in un linguaggio con propri connotati distintivi, con soluzioni ricorrenti e con una sedimentata memoria del proprio passato. Il concentrato interplay fra Ricci, Sanna e Turner (ance e strumenti vari il primo, rispettivamente chitarra e percussioni gli altri due) ha ribadito tutto ciò. I tre hanno fatto emergere progressioni dinamiche e tessiture, fragili o grevi, di grande ricchezza timbrica, proclamando la propria convinzione a perseverare in una ricerca ossessiva, ludica e autoreferenziale.
Diametralmente opposta si è confermata la scelta espressiva e poetica del trio Gianluigi Trovesi - Umberto Petrin - Fulvio Maras. Anticipando quanto contenuto nel disco ECM, la cui uscita è prevista per il prossimo febbraio, essi hanno rivisitato alcuni frammenti dalle opere di Josquin Desprès, Luca Marenzio, Claudio Monteverdi, Orlando Di Lasso ed Alfredo Piatti, violoncellista e compositore bergamasco del tardo Ottocento, intrecciandoli con brevi originals. Il tocco elegante e classico di Petrin, le morbide modulazioni delle ance di Trovesi e le tenui coloriture dei suoni campionati e delle percussioni di Maras hanno dato forma ad una musica cameristica, raffinata e distesa, calibratissima in ogni passaggio, che ha preso definitivamente le distanze tanto dalle astruse ricercatezze disciplinari dell'improvvisazione estrema, quanto dalla più estroversa e codificata pulsazione jazzistica.
In un punto intermedio fra gli estremi rappresentati dai due trii sopra recensiti si potrebbe collocare la proposta del duo formato dal clarinettista milanese Giancarlo Locatelli e dal contrabbassista romano Gianfranco Tedeschi, legati da frequenti collaborazioni negli ultimi anni, anche se questa è stata la prima esibizione in duo. La loro musica "contemporanea" ha presupposto un evidente palinsesto scritto che nascondeva sotto traccia parafrasi di composizioni altrui: il primo lungo brano, coordinato da Locatelli, si reggeva sulle armonie di temi monkiani, mentre il secondo, a firma di Tedeschi, rielaborava composizioni di Hindemith. La scrittura non ha comunque escluso frastagliati sviluppi improvvisativi, in cui il controllo mentale ha sempre prevalso sulla esuberanza emotiva, dando origine ad un percorso sinuoso, inusuale e avvincente, dai delicati equilibri.
Con un altro romano DOC, Enrico Pieranunzi (probabilmente la presenza più anomala in questo festival), si è entrati in un ambito più propriamente jazzistico, illuminato dalla tecnica e dal sentimento dell'interprete. Delle varie frecce che ha al suo arco, il pianista ha scoccato dapprima quelle più poetiche e contemplative, passando da lontani esotismi trasfigurati dal sogno a un narrativo "My Funny Valentine". Ha poi proposto una più dinamica e contrastata versione di "On Green Dolphin Street", per poi concludere con tre originals, che hanno ricapitolato diverse atmosfere: ancora movimentata in "Je ne sais quoi", delicatamente intimista e sospesa in "Trasnoche" ed infine tumultuosa, con cadenze quasi tristaniane, in "Così poco tempo".
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