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Giulia Cianca: la parola all'improvvisazione

Giulia Cianca: la parola all'improvvisazione

Courtesy Emilia De Leonardis

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La giovane cantante romana Giulia Cianca è comparsa quasi all'improvviso sulla scena jazzistica registrando in un paio d'anni diversi lavori per la New Ethic Society, un'associazione con finalità artistiche e culturali, ma anche sociali e politiche, promossa da Marco Colonna. In quei lavori la cantante ha messo in luce uno stile davvero molto personale e non facilmente etichettabile, nel quale il lavoro sul suono delle parole e dei singoli fonemi prende un'importanza superiore all'interpretazione canora e la voce assume un ruolo paritetico a quello degli strumenti in un modo decisamente singolare. Abbiamo parlato con lei dell'evoluzione dell'interessante inizio del suo percorso artistico.

All About Jazz: Prima di parlare della New Ethic Society e dei dischi che hai fatto con lei, mi piacerebbe sapere come ci sei arrivata, cioè quali sono stati i tuoi esordi.

Giulia Cianca: Direi anzitutto che sono partita da un percorso completamente diverso, perché ho studiato canto pop al Saint Louis College di Roma, iniziando quando ero piuttosto giovane, attorno ai diciannove anni. Ero una ragazzetta e quindi non sapevo bene esattamente cosa volessi fare della musica, anzi, neppure che cosa mi piacesse veramente. Però cantavo da sempre, fin da piccola, e quindi per me la musica era quello: qualcosa che mi mi era molto vicino, le canzoni che avevo sempre cantato, e ho iniziato da lì. Il jazz, invece, non lo ascoltavo minimamente: arrivarci è stato perciò un percorso lento. E ancor più lento è stato avvicinarmi alla musica improvvisata, che era qualcosa di totalmente sconosciuto per me.

AAJ: E come ti ci sei avvicinata?

GC: Finito il Saint Louis ho frequentato, quasi per caso, Siena Jazz. E quello per me è stato non solo il passaggio che mi ha permesso di avvicinare l'improvvisazione, ma anche un po' il trampolino per arrivare all'idea di lavorare come musicista, perché mi ha permesso di conoscere un sacco di cose e di persone, di farmi un'idea più matura del mondo della musica, ma soprattutto di conoscere Marco Colonna.

AAJ: A Siena Jazz sei andata per caso?

GC: Sì, mi sono iscritta tre anni fa, senza tuttavia avere realmente molta intenzione di andare proprio là: volevo approfondire la mia conoscenza della musica, ma quella era solo una delle molte opzioni, e non la privilegiata. Poi, parlando anche con il contrabbassista Mario Cianca, che come me voleva continuare a studiare, ho deciso di provare a seguirlo a Siena. Ero piuttosto scettica, perché io e il jazz, allora, eravamo proprio due cose molto distanti. Anche per questo, però, mi sono detta: vabbè, proviamo. E mi sono iscritta. Da lì è iniziato tutto, ed è stato anche molto veloce, proprio perché ho conosciuto Marco e ho iniziato quasi subito a fare le prime cose insieme a lui—un'attività che fino a oggi non ha avuto pause. È lavorando con lui che, pian piano, ho capito veramente che cosa mi piacesse e come costruire una musica che mi rappresentasse. Così, tante cose che facevo prima adesso ho smesso di farle, ovviamente perché sono qualcosa che non mi appartiene più. C'è stata un'evoluzione, una trasformazione in questi anni in cui ho lavorato con Marco. Fortunatamente.

AAJ: Infatti io ti ho conosciuto lui, con i primi lavori della New Ethic Society, in particolare con la Suite per il Burkina Faso, Post Colonial Blues -A Thomas Sankara.

GC: Quel progetto lo abbiamo realizzato proprio all'inizio del mio lavoro con la New Ethic Society, perché mi ero appena iscritta a Siena Jazz.

AAJ: Ecco, la New Ethic Society: tu ne fai parte, anche se non sei presente in tutti i dischi che ha pubblicato. Puoi spiegare più precisamente cos'è?

GC: Fondamentalmente si tratta di un gruppo di persone—in genere siamo in sei, ma il gruppo si può allargare—che insieme pensano e danno vita a dei progetti, a volte a nome di qualcuno, a volte a nome di qualcun altro, ed è per questo che in certi album c'è la voce e in altri invece no: perché sono progetti diversi per temi, titolarità e partecipanti. Ma New Ethic Society è anche un gruppo che attraverso la vendita della musica sostiene una ONLUS, che si chiama Si può fare e opera in Burkina Faso. Attraverso la vendita della nostra musica riusciamo a dare una mano a questa ONLUS, anche perché produciamo musica in maniera assolutamente indipendente, con le sole nostre forze. Ovviamente le azioni che facciamo sono sempre molto piccole; del resto, anche noi siamo piccoli, non siamo certo una grande organizzazione. Però, pur nel nostro piccolo, un po' di cose siamo riusciti a farle. Anche perché dopo Post Colonial Blues, che è stato il primo progetto, ce ne sono stati molti altri—adesso siamo arrivati a tredici pubblicazioni, ed è attraverso la vendita di questa musica che finanziamo i progetti con i quali aiutiamo numerose famiglie e portiamo avanti una speranza.

AAJ: Accanto a questo, comunque, New Ethic Society porta avanti anche un ideale artistico piuttosto coerente, come si percepisce dall'ascolto degli album e pur nella differenza di gruppi e autori. A questo come ci siete arrivati?

GC: Quel che accomuna un po' tutti i progetti è anzitutto la musica improvvisata; poi certo conta anche la presenza ricorrente di alcuni di noi, che condividono determinate preferenze musicali e un certo modo di stare dentro la musica.

AAJ: Vedo che è frequente la presenza di testi, in genere o poetici, o connessi all'impegno politico—cosa che non stupisce, visto l'impegno extramusicale del gruppo—ma comunque prevalentemente non legati al più tradizionale canto, bensì al loro significato simbolico, meno ancorato alla semantica.

GC: Sì, e questo per me è stato molto importante, mi ha aiutato parecchio all'inizio, perché non è stato semplice fare i conti con l'inserimento della parola nell'improvvisazione. Sia perché per me questo tipo di uso del testo e della voce era nuovo, sia perché più in generale l'improvvisazione per la voce è comunque sempre un territorio nel quale si rischia di banalizzare la parola. Invece, dopo aver fatto un po' di ricerca e poi uno studio anche con degli attori di teatro, sono pian piano riuscita a trovare un mio modo di trattare anche la parola. Che alla fine è fondamentale per comunicare sia musica che contenuti. Anche quando, come in alcuni dei nostri progetti, viene in parte privata del suo significato, per comunicare comunque qualcosa aldilà del significato stesso.

AAJ: Un modo che è realmente molto "tuo" e anche difficile da etichettare. Le etichette hanno una loro importanza, non perché le cose corrispondano ad esse, ma perché servono per orientarsi tra le cose; per cui, nonostante la categoria del jazz sia come noto molto molto mobile e forse anche un po' imprecisa, quello che fai richiama più la musica contemporanea che non il jazz, proprio perché, come dicevi anche tu, la parola non viene usata come nelle canzoni, siano pop o jazz, bensì per favorire in modo esclusivo l'uso strumentale della voce, spesso con la scansione dei fonemi, con la modulazione delle singole parole o con altri artifici insoliti. Come sei arrivata a questo, e come ti ci senti?

GC: Non non posso negare che all'inizio, quando ho cominciato a introdurre il lavoro sulla parola, non mi ci trovavo molto bene, anzi mi sentivo persino piuttosto ridicola; oggi credo fosse perché per me si trattava di una cosa nuova. Ero sempre stata abituata a utilizzare il testo in funzione di una melodia, cioè a inserirlo in un contesto molto preciso, di conseguenza nella musica improvvisata mi sono trovata senza la terra sotto i piedi: non sapevo più come utilizzarlo, non capivo che interpretazione dargli. Così a un certo punto mi sono detta che forse dovevo reinventare le parole stesse, cioè utilizzarle in un modo mio personale, anche privandole di significato—perché nel momento in cui la si scompone o le si dà un accento diverso, la parola perde un po' del suo contenuto semantico e invece assume una stranezza che desta stupore ed evoca diversità. Sperimentando questa cosa mi sono resa conto che mi piaceva, perché riuscivo a essere molto espressiva, soprattutto quando il significato della parola veniva in qualche modo riacquisito, così che essa prendeva persino una maggiore importanza.

Lavorando sulla parola libera dal suo significato semantico, la scomponevo completamente, disintegrandola; ma a un certo punto essa riprendeva un suo significato che, all'interno del mutato contesto, finiva per ricomporre la parola in qualcos'altro da quello che era in partenza. Ovviamente il mio è stato un percorso lento: mi ricordo che feci un primo esperimento improvvisato sulla parola e ne uscì una sorta di "canzone Disney," cioè una melodia da cartone animato che mi fece sentire assolutamente ridicola e fuori luogo... Poi però, piano piano, sono riuscita a trovare la mia modalità, anche se tuttora provo comunque a cercare sempre qualcosa di nuovo in quello che faccio.

AAJ: Però adesso quel tuo stile è diventato importante, tanto che è centrale non solo nei lavori che hai fatto con Marco Colonna, ma anche nel trio con Anais Drago e poi, più recentemente, persino in un tuo lavoro in solitudine, nel quale la parola si affranca persino dalla musica.

GC: Sì, Undici Pianeti. È una composizione per voce sola che ha scritto Marco nel 2022 e che mi ha regalato subito dopo averla terminata, dicendomi: questa è per te, custodiscila e fanne ciò che vuoi. Allora, però, io ero all'inizio del mio percorso e non sapevo minimamente cosa farci, per cui lo ringraziai e la presi, ma ero persino un po' spaventata, per cui subito dopo la piegai e la misi in un cassetto, pensando: vabbè, vediamo, prima o poi qualcosa ci farò. L'ho lasciata lì a lungo, finché, a un certo punto, è successo tutto in modo molto veloce e spontaneo: preparavo la mia tesi di laurea di musica improvvisata a Siena Jazz, sulla voce, e poiché dovevo preparare anche il concerto, mi sono detta: beh, fantastico, è arrivato il momento di tirare fuori la composizione che mi ha regalato Marco! Lo feci, e solo a quel punto mi resi conto di quanto fosse proprio la cosa giusta da fare in quel momento, perché se l'avessi fatta prima sarei stata probabilmente troppo immatura per affrontare un lavoro del genere. Invece in quel momento —che poi è novembre scorso, quindi parliamo di pochi mesi fa —mi sentivo finalmente pronta per farlo.

AAJ: Puoi parlarci di questo lavoro?

GC: Si tratta di una partitura che Marco ha scritto basandosi su un'opera del poeta palestinese Darwish Mahmood ed è una partitura tutta grafica, che comprende le parole del testo poetico; le parole sono quindi centrali per il suono stesso dell'opera. Qui, per la prima volta, mi sono trovata a comporre, a fare musica completamente da sola, perché non sono accompagnata da strumenti ed è attraverso il canto e le parole che faccio nascere la musica. È stata un'esperienza importante per capire tante cose: come costruire una musica completamente da sola e come farlo con il solo uso delle parole, che ho sicuramente privato del loro significato testuale, ma che in realtà venivano comunque già proposte con significati diversi da quelli originali.

AAJ: Ma la partitura che indicazioni ti dava dal punto di vista strettamente musicale?

GC: Sono tutti segni grafici, che io cerco di interpretare, anche attraverso le parole che sono scritte; non ci sono segni o riferimenti fissi, definitivi, così come non ci sono indicazioni perentorie, che spingano a interpretazioni giuste o sbagliate: ogni segno va interpretato, anche in funzione di ciò che sento mentre canto. Il tutto si articola in undici quadri attraverso i quali io mi sposto, cercando di dare al percorso un significato narrativo. E anche questo per me è stata una sfida: costruire una narrazione cercando innanzitutto di non cadere nella banalità e tuttavia dandole un senso, quantomeno per me, ma che possa anche essere identificabile dall'ascoltatore. Perché in questo ambito c'è sempre il rischio di fare qualcosa di inascoltabile...

AAJ: Certo, è un rischio che incombe ogni volta. Quindi nella partitura non ci sono prescrizioni di note, di altezze o di altri parametri musicali, ma soltanto indicazioni grafiche strutturali da tradurre liberamente in musica. L'hai suonato dal vivo?

GC: Solo una volta, in occasione del concerto di laurea. E lo ricordo come un momento bellissimo per me, perché ero completamente a mio agio, tranquilla, rilassata e stavo facendo una cosa che mi piaceva. Mi sentivo proprio nel posto giusto al momento giusto, quindi è stato un bel momento. Dovevo replicare il concerto, circa due mesi fa, poi purtroppo è saltato per motivi logistici, ma ho comunque tutta l'intenzione di rifarlo, perché è un progetto a cui tengo.

AAJ: Quanta prossimità e quanta differenza ci può essere, in una composizione di questo genere, tra una performance e un'altra?

GC: Beh, sicuramente quello a cui tengo è conservare ogni volta un senso, quello che ho dato al lavoro nel corso della sua preparazione; ma quest'ambizione nasconde il rischio di rifare tutte le volte esattamente la stessa cosa, proprio come se fosse solo una composizione scritta: quella è e quella faccio. Questo in realtà è proprio ciò che voglio assolutamente evitare di fare, perché per una composizione come questa vorrebbe dire farla morire: la bellezza, in questi casi, sta proprio nel creare qualcosa di spontaneo, sicuramente legato alla scrittura che interpreto, con il medesimo senso, ma che sia sempre qualcosa di nuovo. Che è poi la ragione della musica improvvisata: che ci sia sempre qualcosa di diverso, di nuovo. D'altronde, quando ho eseguito il lavoro dal vivo, alla mia tesi di laurea, in realtà l'avevo già cantato e registrato—per il disco che poi è stato pubblicato—ma per precisa scelta ho preferito non riascoltarlo prima, perché non volevo essere condizionata. E infatti, proprio per questo quel giorno è venuto fuori qualcosa di totalmente diverso. Ed è la ragione per cui mi è piaciuto così tanto: perché sembrava qualcos'altro, ma comunque conservava quel senso forte che il lavoro porta sempre con sé.

AAJ: Passando ad altri lavori con la New Ethic Society, la Post Colonial Suite, il primo, ha una struttura che—pur non tradizionale o "già sentita"—sta comunque ancora dentro l'eredità del jazz; ma già in Nuda Pelle le cose cominciano a cambiare: lì c'è una interazione più stretta tra la tua voce e gli strumenti, vi metti in primo piano questo tuo approccio stilistico incentrato sulle parole e sui fonemi. Ecco, lì come ti sei trovata e come si sono sviluppate le cose?

GC: Nuda Pelle è stato il mio primo progetto, che ho scritto insieme a Marco. Alcuni pezzi li abbiamo scritti insieme e un paio sono solo suoi. E gli strumenti presenti sono frutto di una scelta precisa, perché volevo che il suono fosse molto scarno, quindi privo di strumenti armonici. Proprio per questo ci sono solo il tamburo a cornice, il clarinetto e la voce: è veramente molto, molto asciutto. Le composizioni sono nate innanzitutto partendo dalle parole, perché per me in questo progetto era importante mettere in risalto la parola, in quanto avevo appena iniziato a fare un lavoro sul suo uso. Piano piano, la costruzione è venuta fuori da sola, cercando di privilegiare a volte la melodia, a volte solo la parola e a volte invece mettendosi in discussione per trasformare tutto in qualcosa di diverso. Certo è che Nuda Pelle, sia come esiti, sia come processo realizzativo, è qualcosa di completamente diverso rispetto alla Suite, dove siamo in sei e c'è tutt'altro suono: se questa è un cavallo di battaglia, estroversa e politica, Nuda Pelle è un po' più particolare, una musica più intima.

AAJ: Più simile a Nuda Pelle, quantomeno all'ascolto, è Blades of Grass, dove assieme a Marco Colonna è presente il violino di Anais Drago. Quello come nasce e che rapporto ha con gli altri lavori di cui parlavamo?

GC: Blades of Grass è un progetto di Marco, pensato, scritto e costruito interamente da lui. Ed è anche quello un progetto creato per sostenere una campagna di microcredito femminile sempre per la ONLUS Si Può Fare. La musica è stata costruita volutamente per cercare di far sì che tre strumenti alla fin fine molto melodici, come sono voce, violino e clarinetto, suonassero a volte in modo melodico, a volte in modo più ritmico. Ne è venuta fuori una musica che definirei "gentile," orecchiabile—ci sono diverse melodie -e se vogliamo perfino femminile, come del resto doveva essere, vista la campagna per cui è stata pensata. Per ora l'abbiamo suonato dal vivo soltanto una volta, a Pisa Jazz, poi non c'è stata più occasione.

AAJ: C'è poi Unshaped Words un lavoro con una formazione "internazionale," un quintetto nel quale compaiono due musicisti straordinari come Mat Maneri alla viola e Gordon Grdina alla chitarra: quella che esperienza è stata?

GC: È iniziato tutto bevendo limoncello insieme a Marco Colonna e Mario Cianca. Volevamo accoglierli con una buona colazione all'italiana e alla fine ci siamo ritrovati con la bottiglia sul tavolo. Era la prima volta che suonavo con musicisti stranieri e loro due sono pazzeschi. Molto diversi tra loro sia musicalmente che caratterialmente. Quello che non riuscivo a smettere di pensare era di condividere un concerto, una registrazione e un disco con due grandi come loro. Un momento memorabile.

AAJ: Un altro lavoro, più recente, è 1984 Trasformazione Conforme: ha una formazione allargata e riprende in parte la tradizione jazzistica che caratterizzava Post Colonial Suite; qui, però, tu conservi le modalità espressive sviluppate nei lavori di cui stavamo parlando.

GC: Sì, diciamo che lì ho cercato di spingermi anche un po' oltre a quello che avevo fatto precedentemente. Si tratta di un lavoro quasi totalmente grafico, perché a differenza di Undici Pianeti —che è interamente grafico —1984. Trasformazione Conforme ha anche delle parti in cui ci sono delle delle notazioni precise, delle indicazioni strettamente musicali da seguire. Però anche qui predominano le indicazioni grafiche e la parola è centrale. Anzi, in alcuni pezzi ci sono solo parole. Anche per questo ho cercato di spingermi oltre ciò che già facevo, perché in fondo si rischia sempre un po' di rimanere nella propria "zona di comfort," riproponendo le cose provate e che sono venute bene, ma che però poi pian piano perdono il loro sapore di novità, di freschezza e anche di di significato. Così in 1984 ho cercato qualcos'altro dalla voce, che poi era poi quello che voleva anche Marco, tant'è che anche lui mi ha spinto a cercare, a scavare di più nel suono della mia voce.

AAJ: Tra i vari dischi che avevi realizzato precedentemente ce ne sono due legati ad altrettante figure di artisti extramusicali: Pier Paolo Pasolini e Lorenzo Viani. Come nascono e come si legano anche alle altre cose di cui abbiamo parlato finora?

GC: Quello dedicato a Lorenzo Viani, Subalterni, è un progetto che abbiamo fatto insieme a una pittrice, Susanna Barsotti: lei ha realizzato degli acquerelli e noi abbiamo abbiamo suonato guardandoli. Si tratta di un lavoro fatto proprio agli inizi del mio rapporto con l'improvvisazione, infatti mi è capitato di riascoltarlo recentemente e ho avuto la sensazione di essere oggi già un po' lontana da quel modo di cantare. Però devo dire che mi diverte riascoltare cose che ho fatto agli esordi di questo percorso, perché mi dà la consapevolezza di come le cose evolvono, di come si trasformano. Anche lì, comunque, era tutta improvvisazione: eravamo in tre, è stata la prima volta che ho improvvisato guardando delle immagini e proprio per questo è stata un'esperienza interessante. Che mi piacerebbe anche ripetere adesso che ho una piccola esperienza in più rispetto ad allora. Invece il disco su Pasolini, Le ceneri del mio tempo, è un altro progetto di Marco, in forma di suite, che prevedeva voce, clarinetto e chitarra. Ma lì c'è anche l'uso di effetti e di audio registrati, i brani sono scritti e ci sono delle parti precise da seguire, il formato è un po' più "standard," visto che ci sono proprio delle canzoni, anche famose, per esempio una di Modugno, anche se non manca l'improvvisazione.

AAJ: Insomma sono stati gradini per arrivare alla tua attuale interpretazione del ruolo.

GC: Sì, anche se poi mi rendo conto che, sebbene facendo la mia musica mi spinga sempre un po' oltre nello sperimentare, alla fin fine cantare canzoni, soprattutto italiane, è qualcosa che continua a far parte di me —in altre parole mi piace, me lo sento nel sangue. E credo che comunque continuerà sempre a fare parte di me, nonostante che in tantissime altre situazioni la voce la utilizzi in modi completamente diversi, spingendomi nella ricerca e cercando di valorizzarne la qualità del suono e la timbrica.

AAJ: Nell'interazione con gli strumenti come ti trovi, vista la libertà e l'autonomia che di solito hai nei progetti improvvisati ove devi mettere a punto i mille aspetti timbrici della tua voce?

GC: In realtà devo dire che con gli strumenti mi trovo molto bene, anzi, paradossalmente penso che potrei avere qualche difficoltà con altre voci, proprio perché sono talmente abituata ad avere a che fare con gli strumenti che per me sono ormai molto più familiari delle voci. Tra l'altro c'è anche da tener conto della tendenza del cantante ad autolimitarsi, a chiudersi dentro pareti che si costruisce da solo, che è quello che facevo anch'io e in cui di tanto in tanto ricado: gli strumenti non lo fanno, almeno non quelli suonati dalle persone con cui ho avuto la fortuna di lavorare, ed è anche per questo che con loro mi trovo molto bene, riesco a dialogare e a costruire insieme una narrazione, un racconto. Con le voci finora non mi è ancora capitato di improvvisare e sarei molto curiosa di vedere se succederebbe la stessa cosa o meno.

AAJ: Siamo stati assieme a Pisa nel FonterossaLab, il laboratorio di improvvisazione organizzato da Silvia Bolognesi, e lì eri assieme ad altre cantanti, oltre che all'interno di un'orchestra di quasi trenta elementi; in effetti mi sei sembrata a volte un po' timida: era per la presenza di altre voci?

GC: No, direi di no. Credo che l'impressione dipendesse dal fatto che, essendo in tanti, ho sempre cercato di non invadere lo spazio degli altri. Quando si è in molti—a Pisa eravamo in quattro, in un'occasione addirittura cinque—secondo me basta un attimo per esagerare, per fare anche quello che non serve. E quindi cerco di utilizzare il mio spazio senza invadere quello degli altri. Sì, forse questo potrebbe apparire timidezza, ma in realtà non lo è.

AAJ: Capisco perfettamente, è una cosa che percepisco anch'io e che ho potuto sperimentare in altri seminari d'improvvisazione, nei quali se i musicisti non sanno autodirigersi ascoltandosi e rispettando gli spazi, tutto diventa caos assordante, a prescindere dalla qualità dei singoli.

GC: Sì, nell'improvvisazione questo è fondamentale, specie quando si è in tanti: se ci si suona addosso l'un l'altro non si capisce più niente e qualsiasi cosa si suoni perde ogni senso. Eppure è una cosa che succede spesso, non so perché: forse perché ciascuno pensa di dover dimostrare qualcosa, forse per la paura del silenzio—che invece è il medio fondamentale della musica, se viene a mancare non funziona più niente. Ma per capirlo bisogna viverlo, sentirlo, farne esperienza.

AAJ: Per concludere: e adesso?

GC: Adesso sto per pubblicare un disco intitolato Se otto ore, nato dal Premio Gianni Lenoci che ho vinto lo scorso luglio: il premio includeva la possibilità di pubblicare un nuovo disco, che ho quindi registrato a novembre in Puglia. Si tratta di un lavoro in trio per voce, contrabbasso e batteria: al contrabbasso c'è Mario Cianca e alla batteria Alessandra D'Alessandro. Dovrebbe uscire a breve, prima dell'estate, per l'etichetta Lydian, di Mesagne, in Puglia. Anche qui la parola è centrale e l'impostazione è simile a Nuda Pelle. Sono molto contenta, e anche emozionata dall'idea di riascoltarlo, perché tra una cosa e l'altra è tanto che non non lo ascolto più e risentirlo mi incuriosisce molto... da pubblicato, però, perché c'è più gusto!

AAJ: Quel premio su che base l'avevi vinto?

GC: Il bando prevedeva di candidarsi con un proprio progetto che includesse anche composizioni di Lenoci, riarrangiate in chiave improvvisativa. In modo originale, ovviamente, ma anche mostrando le affinità con le idee musicali di Lenoci. Siamo riusciti a vincere il primo premio, nonostante gli altri partecipanti fossero tutti bravissimi musicisti. Non me lo aspettavo e sono stata molto contenta.

AAJ: Senza contare che vincere un premio a nome di un musicista straordinario qual era Gianni è un bell'orgoglio.

GC: Sì, infatti. Io non ho avuto il privilegio di conoscerlo di persona, però la sua musica è pazzesca e le cose che mi ha detto di lui chi lo conosceva mi hanno formato l'immagine anche di una grande persona. Quindi vincere un premio a suo nome è stato molto lusinghiero. E lo sarà anche ricordarlo con il mio disco.

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