Home » Articoli » Live Review » Gent Jazz Festival - seconda parte: All That Jazz?
Gent Jazz Festival - seconda parte: All That Jazz?
17 luglio
Tutto ruota attorno ad un punto interrogativo. All that jazz?
Dopo tre giorni di pausa, il festival di Gent riprende proprio da una domanda che immediatamente rappresenta anche una risposta. E sì perché gli artisti che si esibiranno d'ora in poi, col jazz, in senso stretto, hanno davvero poco a che fare. Prendete ad esempio la Buscemi Big Band, ospite Michel Bisceglia. Un quartetto d'archi, Prova Quartet, una sezione ritmica di base, una chitarra, una tromba, un pianoforte e una consolle per dj, diretta da Buscemi.
Che più che svolgere una funzione di complemento rappresenta il vero beat maker sul quale la band raddoppia il groove o improvvisa. Stiamo nei paraggi dell'acid jazz che fece la fortuna di band come gli Incognito, per fare uno dei nomi più importanti. E nel set della band si ascolta di tutto e di più. L'impasto sonoro è avvolgente, ma spesso si fa troppo untuoso, troppo carico e manca il guizzo di personalità che farebbe la differenza.
Quello che viene abbozzato dalla band di Buscemi è meglio definito dagli Herbaliser, duo inglese che produce un sound caldo e potente, via di mezzo tra le colonne sonore dei film spy- story, James Brown e le marcette militari di Sua Maestà. Il Moog infittisce le trame e sprizza guizzi di space-rock. Sembrano i Blues Brothers britannici.
Il tempo, quello meteorologico, non dà tregua: piove sempre. La star della serata è Erykah Badu. Che sia una diva lo dimostra il fatto che si fa lungamente attendere prima che compaia come una vestale di un villaggio africano sperduto nel deserto del Sahara. È magnetica, dallo sguardo sembra un cobra che ipnotizza la vittima prima di sferrare il colpo mortale. Nel set presenta il suo ultimo CD di combat soul New AmErykah: Part One (4th World War) e rilegge anche il suo recente passato. La band è affiatata, due coriste la sorreggono, lei gigioneggia con percussioni elettroniche. La voce - di meglio in giro è difficile trovare - e la presenza scenica sono le sue armi letali. Se riuscisse ad immaginare vere canzoni potrebbe insediare il trono di Aretha Franklin.
18 luglio
Ci siamo: è il giorno dedicato alla musica cubana. C'è fibrillazione in giro e nonostante il tempo grigio c'è da giurare che la serata sarà davvero calda. Inizia l'astro nascente, Roberto Fonseca. 33 anni, il pianista fa incontrare la tradizione cubana con l'Africa. Spesso porge indietro il capo come se cercasse l'ispirazione dal cielo e in questa postura ricorda Ray Charles. Ogni nota singola è carica di tristezza e di storie vissute in chissà quale altra vita. L'estro del sassofonista, Javier Zalba, e del batterista, Ramsés Rodriguez, illuminano la sua esibizione. L'eco della nostalgia cresce come un'onda anomala fino a travolgere i ricordi. Fonseca detta gli ostinato, mentre si riscaldano le poliritmie cubane. Non bisogna dimenticare, tra l'altro, che il musicista ha suonato con Ibrahim Ferrer, ma anche con Omara Portuondo.
Omaretta, come i musicisti la chiamano affettuosamente, è una signora terribile e piena di vita. Con un paio di brani riesce a riscaldare la composta platea belga. Il pubblico continuamente l'acclama e tutto lo show diventa caliente come il sole di Cuba. Con i musicisti sembra una madre. Ricorda con emozione Ferrer ("Dos Gardenia") e trasforma "O Que Sera" di Chico Buarque in un son cubano che infiamma letteralmente il pubblico. Di questo brano si ricordano tante versioni, ma questa presentata dalla cantante, arrangiata dal chitarrista brasiliano Swami Jr., è come se fosse interpretata da un angelo. Sembra, Omaretta, una guida spirituale per tutti i musicisti cubani.
È ora. I Buena Vista Social Club sono attesi come un dream team di calcio. Magari di vecchie glorie, ma pur sempre in grande forma. Ci sono tutti i "superstiti" della grande stagione che ha cambiato il corso della world music degli anni '90. Nel nome di Ferrer, di Compay Segundo e di Rubén Gonzales, uno dopo l'altro, vengono suonati i brani che hanno reso celebre in tutto il mondo la band cubana. Orlando "Cachaito" Lopez è imperturbabile con il suo contrabbasso; Guajiro Mirabal è lì a sferrare colpi di tromba a tradimento; Manuel Galban è il chitarrista mai appariscente, ma fondamentale; Barbarito Torres, loud, suona pure di spalla. Aguaje Ramos, trombone, dirige l'orchestrina cubana con divertimento e precisione. Poi una interminabile "Candela," guest-star Omara Portuondo, fa letteralmente esplodere la platea belga. Una serata indimenticabile.
19 luglio
I Brazzaville fanno da apripista alla serata. Belgi, propongono una miscela fusion che scivola via senza colpo infierire. Un po' Chicago, un po' Blood Sweat & Tears: la strada easy afro-beat passa per il Belgio. Gli unisoni tenore/baritono, in un contesto da musica da intrattenimento, risultano efficaci. La chitarra disegna scenari da lande desolate. Un gruppo che seppur non abbia una personalità musicale già definita, è sulla buona strada.
Il tempo di cambiare scena e strumenti e Marcus Miller, in perfetto orario sulla tabella di marcia, è lì bello e pronto con il suo basso-mitraglia. 70 minuti di ginnastica bassistica. Miller fa le parti solistiche, ritmiche e slappa l'impossibile. Ad un tratto cerca pure di imitare, con il registro alto del basso, la voce di Stevie Wonder ("Higher Ground") o dialoga a colpi di scratch & bass con Dj Logic ("Jean Pierre" di Miles Davis). Poi passa al sassofonista ventenne e talentuoso, Alex Han, con cui spesso si scambia fitti dialoghi. Percussioni bassistiche e effettistica a go - go: a tratti lo show sembra più un happening rock, per come Miller "maltratta" il suo basso. Letteralmente acclamato dal pubblico concede un bis che da solo vale tutta l'esibizione: "Tutu".
I Neville Brothers sembrano usciti fuori dall'album dei ricordi della musica popular. Cyril è un palestrato à la page; Charles, Aaron e Art sembrano davvero invecchiati. Una carrellata di classici riletti come se li avessero scritti loro (da "Fever" fino "A Change Is Gonna Come," passando per "Ain't No Sunshine") per uno show un po' datato (imbarazzante la versione di "Besame Mucho") e per nostalgici.
20 luglio
È l'ultima giornata del festival. Quella più "diversa," quella che guarda al pop, spesso obliquo, o generazionale. Fa freddo e nonostante la stagione estiva, qualcuno tra il pubblico indossa indumenti pesanti. La voce diafana di Dez Mona, con tanto di coro gospel alle spalle, cerca di riscaldare l'infreddolito pubblico. Parossismi call & response, voli pindarici per una formula che appare subito interessante salvo sfaldarsi via via che lo show prosegue. Le Go _ Tell, il coro gospel, sono spesso sommerse da un sound che spesso raggiunge picchi punk. Molto meglio i momenti più intimistici. Spesso i vocalizzi di Dez Mona sprofondano in sfuriate rumoristiche. Se possibile, nelle corde vocali di questo artista belga si nascondono gli echi della voce di Patti Smith e Antony.
Sulla strada della voce si distingue anche il talento di Gabriel Rios. Belga di origini portoricane, il cantante propone un pop intellettualistico con rifrazioni flamencate. La versione di "Voodoo Chile" è trasognante e depurata dall'elettricità distorta di Hendrix. A tratti Rios ricorda le ossessioni vocali stile Jeff Buckley.
Si continua, ma sempre su strade lontane dal jazz. Perché la formula proposta dalle CocoRosie si avvicina al mondo dance. Qui, in realtà più che il fondo si toccano i "fondali" dell'esotismo. Bijork è il punto di riferimento di questo strano melange tra chill out, techno, pop caramelloso e Madama Butterfly.
I giapponesi sovente lo fanno strano. E i Soil & "Pimp" Sessions gettano un'ondata di fusion energetica. Repentini e complessi cambi di tempo, fuochi pirotecnici, sound muscoloso e insolitamente punk. Spesso perdono il controllo e sbandano con incomprensibili rivoli samba. Ma questo sono i giapponesi. Prendere o lasciare.
Foto di Jos L. Knaepen e Bruno Bollaert (solo la foto di Fonseca).
FOLLOW AAJ Italy Staff
and get notified whenever a new article published.
Designated author for the AAJ Italy archive.
Tags
PREVIOUS / NEXT
Become a Sustaining Member
Since 1995, All About Jazz has championed jazz as an art form and supported the musicians who create it. Over three decades, it has grown into one of the world's leading jazz resources, serving hundreds of thousands of readers, musicians, presenters and industry professionals each month.
Help Build the Future of All About Jazz
Your support helps us continue building All About Jazz for the next generation—expanding our editorial coverage, preserving jazz history, developing new community features and creating better ways to discover the music and the people behind it.
Become a sustaining member for as little as $20 per year and you'll immediately enjoy an ad-free experience along with access to subscriber features and future articles for a full year.
Together, we're not simply sustaining All About Jazz—we're building its future. Thank you for being part of the journey.



