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Gent Jazz Festival - prima parte: All That Jazz

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Gent (Belgio) - 10-13.07.2008

10 luglio

Piove. Piove come se fosse autunno inoltrato. Ma il festival jazz di Gent, giunto alla decima edizione, non viene minimamente sfiorato dalle fastidiose condizioni atmosferiche. Anzi, qui sembra che il pubblico sia evidentemente abituato così come imperturbabile alle mutevoli e repentine bizze del clima. E se ne infischia. La tendo- struttura accoglie migliaia di posti a sedere (è la prima parte della kermesse, quella chiamata All that jazz) e i belgi, ma non solo, sono già tutti in fila molto tempo prima dell'orario ufficiale di apertura.

A proposito di orari.

La puntualità qui non è un optional e i primi quattro giorni del festival (tranne qualche problema la sera del 13 luglio) sono stati da esempio. L'organizzazione è da ammirare. Battezza l'evento il talento locale, Pascal Mohy. Cristallino nel registro alto del pianoforte. Ispirato e un po' compiaciuto nel pianismo più tradizionale. Sorretto da due validi comprimari, Mohy scherza con la velocità e la precisione negli acrobatici assolo.

L'esibizione di Pierre Van Dormael mette alla prova un altro talento belga, di vecchia data. Il chitarrismo soffuso, pieno di rifrazioni pop-rock, convince. Accompagnato da una band, tra cui spicca un chitarrista di colore, Herve Sarub, con cui stabilisce scambi di tecnica pura, senza fronzoli effettistici. Set eclettico e intimistico. Van Dormael, più che un solista sembra un assist-man di lusso.

Altro chitarrista e altro spettacolo. Lionel Louke, approccio chitarristico sospeso tra "sapori" e i suoni ancestrali africani. La sua caratura tecnica non è tradizionale, nel senso letterale della parola, ma riesce a fondere suoni world con compiaciute soluzioni timbriche. Il suo box di effetti è ben fornito, tra loop station e accorgimenti rudimentali.

Il concerto del musicista fa da gustoso antipasto all'attesa esibizione di Herbie Hancock. Lo stesso chitarrista è nella band del pianista americano. Accolto come una rockstar, Hancock, nello show dedicato alle "possibilità" della musica di Joni Mitchell, riassume tutto se stesso: genio e sregolatezza. Il gigantismo musicale, la robusta e prestigiosa sezione ritmica (Vinnie Colaiuta, Dave Holland), il portento di Chris Potter (sax) vengono amplificati da strane scelte in scaletta. Ad iniziare dalla improbabile riproposizione di "When Love Comes to Town" degli U2 con B.B. King. Cosa c'entri in tutto questo non è facile giustificarlo. O forse sì.

11 luglio

Almeno all'inizio sembrerebbe una buona giornata. Il sole fa spesso capolino e per almeno due terzi delle esibizioni la temperatura è gradevole. Inizia la seconda giornata il nostro Stefano Di Battista, accompagnato da Fabrizio Bosso, Baptiste Trotignon, organo Hammond, e Greg Hutchinson, batteria. L'italiano diverte con la musica e intrattiene il pubblico con gag esilaranti miste tra il francese e l'italiano. Di Battista tira fuori dal suo sax alto l'anima del miglior jazz. Bosso la asseconda con la sua tromba: l'abilità e il lirismo del trombettista non sono un mistero. Non sono solo comprimari il tastierista Trotignon e il batterista Hutchinson. Tutt'altro. E lo dimostrano nell'applauditissima esibizione. I quattro, guidati dal fuoriclasse sassofonista, spingono il concetto di jazz di qua e di là. Lo swing lunare del soprano, i growl alla Armstrong di Bosso, le sfuriate all'Hammond, le note tenute e gli acuti estesi fino allo spasmo: Stefano e suoi vengono letteralmente acclamati.

Il jazz avanguardistico, dai toni espressionistici e dalle timbriche circensi del Trio Grande (accompagnato dall'estro del pianista Matthew Bourne), getta un velo onirico sul pubblico belga. La musica procede per nuclei sparsi, ma paralleli. Laurent Dehors, clarinetti e sassofoni e Michel Massot (tuba, trombone, voce) disegnano valzer sbilenchi come gli avrebbe immaginati Tom Waits o filmati il genio di Federico Fellini.

Pat Metheny è la star della giornata. Lo accompagnano Antonio Sanchez ("dio è un batterista," dice il capelluto musicista) e Christian McBride. Cosa ci si può aspettare da una esibizione del più bravo tra i chitarristi viventi? Tutto e niente. Ormai la formula del trio di Metheny è arcinota. Ed è una ripetizione infinita di classe, eleganza e tecnica soprannaturale. Intanto scoppia un forte temporale.

12 luglio

Inizia Amina Figarova. L'impianto è tradizionale, il groove assolutamente moderno. La pianista, nata in Azerbaidjan e di stanza a Rotterdam, gioca con i generi e gli stili (la cassa della batteria spesso procede in due, ma la gestione dei tempi dispari è gioiosa ed elegante). Di qua e di là dimostra di aver metabolizzato la lezione "blue mood" stile Duke Ellington o quella più congeniale alla Miles Davis di Birth of Cool. La prima parte del concerto è più originale, la seconda sconta il riferimento alla presenza dei modelli del passato.

Il tempo di sistemare il palco e gli innumerevoli strumenti ed ecco la Flat High Society con la partecipazione di Jimi Tenor. Si parte col rumore organizzato nel nome di Sun Ra, John Barry e il free jazz. Ambientazioni "exotiche" per un'orchestra che sembra avere il passo sonoro di Hulk e la "delicatezza" di Polifemo. Conclude i giochi, l'easy jazz della signora Costello, Diana Krall. Il piatto servito è conosciuto, lei aggiunge qualche battuta da humor inglese e tutta la contentezza di aver vissuto una giornata, con famiglia al seguito, nella ridente cittadina belga. Dolci, accomodanti e swinganti riletture del passato più glorioso degli standard americani. Tutti felici e contenti.

13 luglio

Melody Gardot è impalpabile, misteriosa: una dark lady nichilista che aggiunge un po' di sensualità noir al festival. Sarebbe perfetta per un film di David Lynch. Il Bert Joris Quintet ospita un altro italiano di prestigio, anzi due: Enrico Pieranunzi e Rosario Giuliani. Il respiro pianistico di Pieranunzi, non lo scopriamo adesso, è elegante. La linearità romantica e intimistica la fa da padrone. Fitti e costruttivi dialoghi "spezzati" col sax alto di Giuliani ("News Break"). Gli assolo del pianista nutriscono l'interplay con la band e esaltano la conduzione dei brani ("Surprise Answer"). La performance del Quintet finisce tra gli applausi e tanti ringraziamenti.

E che sia una serata speciale, l'ultima prima della pausa di tre giorni, lo si capisce dall'attesa del pubblico per i "colossi" del jazz del passato. Dave Liebman, Joe Lovano, Billy Hart sono in grande spolvero. Liebman guida i Saxophone Summit con un estro inesauribile e sciorina uno dopo l'altro tutti gli assolo migliori soprattutto al sax soprano. Sentito e partecipato il tributo a John Coltrane, ma anche allo scomparso Michael Brecker con cui Lovano e Liebman avevano ideato i Saxophone Summit.

Sembra finita, ma non è così: un'altra leggenda vivente (Wayne Shorter) sta per giungere sul palco del Gent Festival. Inizio del concerto trasognante. Il piano di Danilo Perez delinea trame ostinate e avanguardistiche, il sax tenore di Shorter interviene come il bisturi di un chirurgo. Il drumming di Brian Blade è estroso quanto efficace. John Patitucci al contrabbasso sorregge con maestria il sound articolato. Ma il tenorista settantaquattrenne sembra affaticato. Quando si appresta a suonare il soprano si fa scivolare dalle mani l'ancia che non riuscirà a sistemare se non con qualche difficoltà. Ma lui è un mito e se la cava alla meglio. Qualche disappunto, una sorriso e pronti a ripartire. L'episodio maldestro è salutare, anche perché, in men che non si dica, il sassofonista riprende, con il proverbiale stile, le fila del discorso e aggredisce le note fino alla fine come una tigre con la sua preda.

La prima parte del Gent Jazz Festival finisce come meglio non ci si poteva aspettare. Una formazione ideale, da big band dei sogni? Ci proviamo. Ecco le nostre scelte:

Piano: Danilo Perez

Sax alto: Stefano Di Battista

Sax soprano: Dave Liebman

Sax tenore: Joe Lovano

Clarinetto: Laurent Dehors

Tromba: Fabrizio Bosso

Chitarra: Pat Metheny

Basso: John Patitucci

Batteria: Antonio Sanchez

Vocalist: Melody Gardot

Foto di Jos L. Knaepen (Loueke, Hancock, Di Battista/Bosso, Massot) e Bruno Bollaert (Tenor, Gardot, Shorter).


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