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Festival Messiaen au Pays de la Meije - X edizione
"Du Spirituel dans la musique": questo titolo kandinskijano sintentizza il motivo conduttore della rassegna che da dieci anni si svolge tra le montagne del Delfinato, care a Olivier Messiaen. Il tema della relazione fra trascedenza e musica è stato sviluppato, grazie allo sforzo organizzativo di Gaëtan Puaud, nell’arco di undici giorni (con quattordici concerti e sette conferenze), con un’intelligente apertura verso molteplici punti di vista geografici, estetici, temporali. La tensione metafisica sottesa all’opera del grande compositore francese - ben esemplificata nelle monumentali “Méditations sur le mystère de la Sainte Trinité”, eseguite a Grenoble dall’eccellente organista Hans-Ola Ericsson nel concerto inaugurale - è, infatti, la stella polare di una ampia e complessa costellazione che si estende nel tempo e nello spazio: a ovest, i corpi celesti più luminosi si chiamano Bach, Liszt, Britten e Greif; muovendoci verso est incontriamo i mondi musicali di Florentz, Bloch, Gubajdulina e Matsudaira.
L’attenzione al repertorio di stretta contemporaneità si concretizza lungo tutto il percorso concertistico, raggiungendo nell’interpretazione del Trio Modulations un apice di qualità assoluta: tre giovani solisti dell’Ensemble Intercontemporain (che rispondono ai nomi di Alain Billard, Kideki Nagano e Odile Auboin, rispettivamente a clarinetto, piano e viola) affrontano con disinvolta precisione un programma eterogeneo, che affianca una trascrizione di quattro corali bachiani, trascritti da Ferruccio Busoni, a pagine di Bernd-Alois Zimmermann, Bruno Mantovani, Gyorgy Kurtag (con alcuni estratti di “Segni, giochi, messaggi”) e a una prima esecuzione assoluta, commissionata dal Festival, “Or”, di Philippe Schoeller.
Nella suggestiva cornice della chiesa di Chazelet (silenziosissimo e inquietante agglomerato di case a 1.800 metri di altitudine) s’intrecciano gli archi di Henri Demarquette e David Grimal. In apertura gli inquieti arabeschi del duo per violino e violoncello op. 7 di Zoltan Kodaly ci avvolgono con spiraliformi melodie, in cui si accumula, specie nel “Presto” conclusivo, un crescendo di energia ed invenzione musicale che aleggia anche in “Rejoice”, capolavoro di Sofia Gubaidulina, in un gioco di contrasti dal grande impatto emotivo. I due esecutori evidenziano al meglio l’evoluzione drammatica di questa Sonata, che costituisce una sorta di “messa strumentale”, percorsa da una crescente tensione verso la realtà trascendente, ben espressa nell’uso alternato di suono vibrato e flautato, destinata a sciogliersi in un luminoso, “celeste” accordo.
Chiude il concerto, applauditissimo, la vivace esecuzione della Sonata composta da Ravel nel 1920, in memoria di Debussy, mettendone in risalto la scabra asciuttezza, che manifesta, specie nei momenti dissonanti e percussivi del “Vif, avec entrain”, qualche suggestione dello stile ungherese.
La sobrietà romanica della chiesa di La Grave accoglie, davanti al massiccio della Meije e ai suoi ghiacciai a 4.000 metri, la performance solistica di François-Frédéric Guy. Il giovane pianista evoca, senza troppi paludamenti, l’anelito spirituale sotteso alle “Armonie poetiche e religiose”, di Franz Liszt, di cui propone la n. 3 (la contemplativa “Benedizione di Dio nella solitudine”) e la n. 7, “Funérailles”, granitica scultura scolpita tra pause e silenzi, dedicata a Chopin.
Nella seconda parte Guy riprende i movimenti estremi del ciclo recentemente completato da Hugues Dufourt dopo un lavoro durato più di undici anni, ispirato ad alcune poesie di Goethe messe in musica da Schubert. Lungi dal proporre un’anacronistico stile neoromantico, il compositore affida all’interprete, padrone di un tocco e di una maestria timbrica d’eccezione, le turbinanti iridescenze di “An Schwager Kronos”, destinate a trasformarsi in blocchi sonori sempre più densi e possenti in “Erlkönig”, tour de force che supera i trenta minuti.
Un duo d’eccezione, formato da Claire Désert e Hae-Sun Kang, ci conduce, poche ore dopo, dalla visionarietà aspra e allucinata di Dufourt a quella mistica e pacata di Olivier Messiaen (che in “Thème et variations”, del 1932, sperimenta un’estatica dilatazione delle durate, tentando quella sospensione della dimensione temporale perseguita in molte opere della maturità) e all’edonismo sonoro dei “Mythes” di Karol Szymanoswski, le cui non infrequenti inflessioni microtonali (a quarti di tono) sono impreziosite da trilli e suoni flautati.
La celebre sonata per violino e pianoforte in la maggiore, scritta da César Franck per il grande Ysaÿe, eseguita con una precisione finanche algida, chiude la serata strappando calorosi applausi grazie all’immediata presa delle sue virtuosistiche evoluzioni. Altre espressioni di profonda spiritualità sono esemplificate nei brani di Ernest Bloch, Franz Liszt e Olivier Greif, splendidamente interpretati da Emmanuelle Bertrand e Pascal Amoyel, rispettivamente al violoncello e al pianoforte: il suono è sempre caldo e avvolgente, tanto nella modaleggiante “Meditazione Ebraica” o nella suite n. 1 - dove affiora più di una reminescenza bachiana - dello svizzero Bloch, quanto nella solennità della Seconda Elegia di Liszt.
La seconda parte della serata si incentra sulla Sonata da Requiem di Olivier Greif, compositore scomparso nel 2000, che un tormentato percorso interiore condusse a diventare seguace di Sri Chinmoy, prima del distacco avvenuto negli ultimi anni: accenti drammatici lacerano frammenti di motivi popolari in un gioco di contrasti che risulta fin troppo dilatato temporalmente; gli interpreti, commossi visibilmente dal ricordo del caro amico, ricevono la calorosa approvazione del pubblico.
Alla singolare figura di Benjamin Britten, appartata rispetto al radicalismo avanguardista (come ben evidenziato dallo studioso Xavier de Gaulle nel corso di una conferenza, è dedicato un intero concerto: dapprima con i “Songs and Proverbs of William Blake”, op. 74, dove il baritono Marc Mauillon, magnificamente accompagnato al piano da Anne Le Bozec, coglie e restituisce le complesse sfumature del testo; quindi con il ciclo dei cinque “Canticles”, composto tra il 1947 e il 1974, che affida alle tre voci maschili, variamente combinate tra loro e con l’arpa, il corno e il pianoforte, ruoli drammatici ben delineati, quasi si trattase di opere “miniaturizzate”: all’eterogeneità delle fonti (da Francis Quarles a T.S. Eliot) si sposa un linguaggio musicale variegato, ricco di melismi in “My Beloved is Mine” ma anche di tragica tensione in “Abraham and Isaac”. Il monumento pianistico dei “Vingt Regards sur l’enfant Jésus” approda al cuore del tema del Festival di quest’anno, ossia all’anelito spirituale di Messiaen, trasfuso con ardore mistico ma anche con rigore speculativo in queste pagine del 1944.
I temi di Dio, dell’amore mistico, della Croce e della Stella, assi strutturali su cui si impernia il ciclo, sono ispirati al compositore dall’attenta lettura delle Sacre Scritture , delle opere di Santa Teresa di Lisieux e San Giovanni della Croce, di autori moderni quali il teologo Dom Columba Marmion (beatificato da Giovanni Paolo II il 3 settembre 2000) e lo scrittore Maurice Toesca, come ricordano con dovizia di documenti, durante un appassionante incontro pomeridiano, gli studiosi Nigel Simeone e Lionel Couvignou, introdotti da un intervento del direttore artistico Gaetan Puaud. L’ottimo pianista scozzese Steven Osborne dilata i tempi i tempi lenti, specie all’inizio, ma non trascura le asperità della materia bruta plasmata dal Creatore in “Par lui tout a été fait”; sulla croce del settimo movimento lo sguardo è impietoso, non risparmia nulla del dolore umanissimo patito dal Verbo Incarnato. La passionalità di Osborne sboccia cammin facendo, con l’emergere del tema dell’Amore Divino nel XIV sguardo e in quelli successivi, polarizzato fra solennità monumentale e raffinato lavoro di cesello. Grandi applausi, meritati, arrivano all’interprete, visibilmente provato da un tour de force di oltre due ore.
Emozione e passione intense pervadono il concerto della soprano giapponese Yumi Nara, da anni residente a Parigi, che riunisce intelligentemente pagine di Olivier Messiaen e di Yoritsune Matsudaira, grande amico del francese, che lo inserì tra i dedicatari dei “Sept Haïkaï”. Dopo l’ascetismo strutturalista che, nel “Mouvement pour piano”, eseguito da Fuminori Tanada, sublima, stilizzandole, le melodie dell’antica tradizione Gagaku, nelle liriche di Kokinshu si esprime più liberamente il respiro armonico, prossimo a Ravel e a Debussy, di Matsudaira, raffinato conoscitore della musica francese ma anche di quella della corte imperiale, in modo da intrecciare, senza citazioni esplicite, l’impressionismo europeo alla sensibilità orientale. La ricerca sulla forma e sull’articolazione peculiari alla tradizione giapponese giunge a completa maturazione in "Sho-myo Bairo", tratto dalle “Trois mélodies anciennes pour soprano solo”, composte nel 1999: i suoni vocalici generano lussureggianti inflessioni microtonali, dal sapore arcaico, che vibra di un’espressività ancestrale, affine a quella di alcuni brani per voce di Giacinto Scelsi, di cui Yumi Nara è una valida interprete, rafforzata dalla conoscenza diretta del compositore italiano.
Anche Matsudaira apprezzava le qualità della soprano, al punto da dedicarle un brano, “La Grâce: la voce, accompagnata da sobri accordi dodecafonici, rende con un’espressività e un lirismo sinceri le nuances del testo, scritto dall’autore stesso nello stile poetico classico noto in Giappone come Rçéï: “Eleganza della luna scintillante sopra lo stagno ghiacciato/Bellezza dei verdi pini che fremono nel vento”. La seconda parte della serata ospita i celebri Poèmes pour Mi, composti da Messiaen nel 1936, in cui l’amore per la violinista Claire Delbos, all’epoca moglie del maestro, viene trasfigurato in senso mistico, sia nei versi - scritti dal compositore su ispirazione di Pierre Reverdy, ma anche delle scritture (Lettere di San Paolo, Vangeli, Libro dei Salmi) - sia nello stile vocale, debitore dei melismi tipici del gregoriano. La ricchezza dei simbolismi cristiani si riflette nella vibrante interpretazione di Yumi Nara, impreziosita dall’accurata resa dei giochi timbrici memori di Debussy.
”Le lac comme un gros bijou bleu"... Reminescenze dei paesaggi del Delfinato amati da Messiaen affiorano nel testo con una tale evidenza, che non resistiamo, il giorno successivo, alla tentazione di visitare quei luoghi, insieme alla cantante e al gruppo di connazionali che l’accompagna: i laghi di Petichet, e, poco lontani, la casa in cui il compositore amava soggiornare in estate, e il cimitero dove riposano le sue spoglie “Bonjour toi, colombe verte”: questa iscrizione apposta sulla lapide riprende il secondo movimento di “Harawi”, stupendo canto “d’amore e di morte”, che Yumi Nara canta per noi e i suoi amici, in un clima di commosso raccoglimento: semplicemente uno dei ricordi più belli e toccanti che ci accompagnerà dopo questo festival.
La spiritualità di Enest Bloch incontra quella di Sofia Gubaidulina nel concerto di un trio d’eccezione: il grande fisarmonicista Pascal Contet esegue, della compositrice russa, due capolavori come “Silenzio” e “In Croce” e, del secondo, “Baal Shem”: lo accompagnano, rispettivamente, Ophélie Gaillard al violoncello e Marianne Piketty al violino.
Il misticismo della compositrice di origine tatara si esprime nei suoi brani attraverso una conflittualità che si esprime in maniera via via più intensa, come in una specie di climax, per essere sublimata nel punto culminante di parossismo, in cui le tensioni esplodono, estinguendosi a poco a poco. Entrambi i brani in programma presentano un evidente carattere drammaturgico: in “Silenzio” i tre strumenti intrecciano giochi di mimesi timbrica e contrasti sempre più laceranti, fino a che non resta l’afono movimento del mantice di Contet, che fonde suono, rumore e silenzio in un unico impasto. Il significato cristico sotteso a “In croce” emerge con evidenza nei ruoli speculari affidati al violoncello e alla fisarmonica, che giungono in un concitato climax a “incrociarsi” per poi divergere nuovamente nei rispettivi percorsi, con l’arco sempre più spinto verso sonorità acute e diatoniche, e il partner orientato a un colore più grave e stinto.
Il brano di Bloch mette in risalto un’attitudine differente al Sacro, meno problematica della Gubaidulina, con linee melodiche ricche e suggestive, ispirate ai ritmi e alle danze della trazione chassidica. I due trii per fisarmonica e arcni composti da Bernard Cavanna, si caratterizzano per la sapiente fusione fra i tre strumenti, che una vivacità ritmica ben architettata e un’accurata distribuzione dei volumi rendono sempre avvincente, impedendone la cristallizzazione.
Con “No way out”, concepita per una coreografia, Pascal Contet offre un saggio della sua maestria in qualità di compositore/improvvisatore, dispiegando melodie iridescenti e poliritmie proliferanti in un “continuum” di grande impatto sonoro.
Dopo le prove soliste che coinvolgono gli altri due componenti del trio (“Oraisons” di Pierre Bartholomée - che affida al violoncello il percorso da un inizio aspro e scabro verso un’area di estatico silenzio - e la Sonata n. 3 dedicata da Ysaye a Enescu, i cui vividi colori, impastati di folklore est-europeo, vengono restituiti da Marianne Piketti con un’interpretazione calda e vibrante), completano l’impegnativo programma le celeberrime melodie di Astor Piazzolla. “Oblivion” e “Libertango” sono arrangiate in maniera originale, con il violoncello a sostenere la melodia, senza cedere agli ammiccamenti che viziano troppe esecuzioni.
Nei giorni seguenti, entra in azione il violoncellista Dominique de Williencourt, già allievo di André Navarra e Mtislav Rostropovic, con un repertorio che riflette, da più prospettive, il tema della spiritualità. Le perfette simmetrie delle celeberrime suites bachiane n. 1 e n. 3, immagine umana del divino ordine cosmico incorniciano l’evocazione del misticismo orientale, con espliciti riferimenti alla tradizione armena, sotteso alle composizioni di Jean-Louis Florentz e dello stesso Williencourt, il cui profilo melodico curvilineo, ornate da raffinati preziosismi timbrici, ben si associa ai colori sgargianti della piccola - e, purtroppo, aperta soltanto di rado - chiesa di Hières.
Due interpreti d’eccezione sono protagonisti, invece, a La Grave: Marie-Josèphe Jude, interprete di riferimento di un autore come Maurice Ohana, e Michel Beroff, il cui prestigioso curriculum vanta concerti con Abbado, Masur, Boulez e Salonen. Dopo una prima parte di “riscaldamento”, con la versione per due pianoforti della n. 3 delle Armonie poetiche e religiose - apparsa, a dir il vero, piuttosto enfatica e sovrabbondante di ornamentazioni - e il suggestivo intreccio di ritmi sfasati, creato da John Adams in “Hallelujah Junction”, la seconda parte del concerto è tutta dedicata alle “Visions de l’Amen”, scritte da Messiaen nel. 1943.
Questa composizione per due pianoforti, ispirata profondamente dalle “Paroles de Dieu” del teologo Ernest Hello, è una riflessione su Dio, sul suo rapporto con il cosmo e con l’uomo. La graduale proliferazione di accordi del primo movimento, emblema della Creazione dell’Universo, è ben resa dai due pianisti nella sovrapposizione di ostinati che germina da minute cellule sonore e culmina in crescendo; le ebbre figurazioni dell’ “Amen des étoiles, de la planète à l’anneau”, simbolo della danza cosmica ispirata al libro di Baruc, sembrano scolpite nell’avorio, come a evidenziare l’influsso percussivo di Bartok e del Sacre di Stravinskij. Dolore e desiderio, in cui si consuma la mistica relazione tra Dio e l’Uomo, incarnandosi nell’agonia di Gesù e nell’anelito all’incontro con il Padre, vengono trasfigurati nel quinto movimento, l’Amen cantato dagli angeli, dai santi e dagli uccelli, con ampie ornamentazioni che prefigurano l’uso sistematico di riferimenti al mondo ornitologico tipico delle composizioni successive.
Negli “Amen” del giudizio e della salvezza assistiamo al percorso accidentato dalle tenebre alla luce, che riprende e amplia la narratività lisztiana, dapprima negli squadrati e implacabili blocchi sonori del “Jugement”, e nel movimento finale, con una gioiosa apoteosi di colori. Un’interpretazione di indubbia vivacità, quella di Beroff e Jude, alla quale si può imputare una certa meccanicità, che tende a stemperare le sfumature timbriche di queste pagine, debitrici a Ravel, Debussy e Skrjabin.
I concerti finali evidenziano come meglio non si potrebbe lo sviluppo della musica corale nel corso dei secoli.
L’Ensemble Venance Fortunat, diretto da Anne-Marie Deschamps, sfutta le caratteristiche acustiche della Chiesa di Chazelet per irradiare nel suo spazio musiche medievali assai amate da Messiaen per la peculiare varietà e libertà ritmica, partendo da inni gregoriani per giungere alla polifonia, come la Messe de Tournai, i mottetti di Regis e la musica liturgica di Dufay.
Il programma del concerto finale si ricollega a quello precedente tramite la rielaborazione della tradizione medioevale operata da Messiaen con “O Sacrum Convivium” e da Britten negli “Eight Sacred an Profane lyrics songs”. Il primo è l’unico mottetto scritto dal compositore francese, e, con un disegno melodico in fa diesis maggiore, anticipa il tema dell’amore mistico che sarebbe stato impiegato in seguito nei “Vingt Regards” e nella “Turangalila-Symphonie”: la composta solennità di questi pochi minuti di musica, composti nel 1937 è seguita dalle tinte chiaroscurali, non prive di drammaticità, di una delle ultime partiture di Britten. Ma è Messiaen l’alfa e l’omega del festival: logico quindi che all’esaltazione estatica del “Salve Regina” di Poulenc, alla fascinazione melismatica di Florentz e al lirismo di Jean-Marc Singier e Patrick Burgan segua un omaggio al Maestro, con una nuova versione di “O Sacrum Convivium”, che pulsa luminosa come le stelle nella tersa notte alpina.
Fervono già, in questo momento, i preparativi per la prossima edizione del festival, anno in cui si celebra il centenario della nascita di Messiaen: un programma provvisorio è stato predisposto - con Myung-Whun Chung, Pierre-Laurent Aimard e Roger Muraro tra i protagonisti - ed è rintracciabile in rete insieme alle tante altre iniziative previste per l’occasione; visto il livello qualitativo eccellente sin qui raggiunto, c’è da aspettarsi un ulteriore salto di qualità.
Visita il sito del Festival Messiaen au Pays de la Meije
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