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Festival Jazzdor 2006
Alla ventunesima edizione il festival Jazzdor si presenta come un rassegna fatta di superlativi: quindici le sale da concerto coinvolte, due nazioni ed il tutto sparso per tre settimane e condensato in quarantatrè eventi musicali, nomi come Archie Shepp (insieme al gruppo Dar Gnawa di Tangeri) e Charlie Haden's Liberation Orchestra, che hanno rispettivamente aperto e concluso la rassegna, fianco a fianco con musicisti non famosi ma la cui qualità musicale è comunque all'altezza della situazione. Tutto diretto in modo perfetto dall'onnipresente - quasi avesse il dono dell'ubiquità - Philippe Ochem.
Le due nazioni sopra citate sono la Francia e la Germania e per la quarta volta si sono celebrate le giornate franco-tedesche grazie alla collaborazione di varii enti che permettono, come viene fatto notare nell'editoriale del programma, l'indipendenza culturale. Il pubblico sembra gradire questa presa di posizione con una numerosa partecipazione, il sogno di ogni organizzatore!
Il sassofonista Heinz Sauer in duo con il pianista Michael Wollny e Alexander von Schlippenbach con il quintetto che ha eseguito tutte le composizioni di Thelonious Monk sono stati i musicisti tedeschi che si sono esibiti a Strasburgo, mentre in Germania è stato possibile ascoltare, dopo una settimana, il trio Sclavis/Texier/Romano e quello di Anouar Brahem, chiamati a farsi conoscere in versione live dal pubblico che abita oltre il confine costituito dal fiume Reno.
La serata alla Reithalle di Offenburgo è stata aperta dai Root 70 del trombonista Nils Wogram insieme ai due neozelandesi Hayden Chrisholm al sax alto e Matt Penman al contrabbasso ed il nuovo batterista, l'americano Ted Poor che ha sostituito in questo tour Jocken Rückert, impegnato altrove. Il gruppo è insieme da diversi anni lasciando su supporto digitale una testimonianza di quello che succede in termini musicali in un progetto che ha scelto di muoversi all'interno dell'area creativa. Microtonalità, libertà ritmiche, assoli eseguiti utilizzando tecniche eterodosse, queste in sintesi le caratteristiche del gruppo che ha entusiasmato il numeroso pubblico (in maggioranza francese, come hanno sottolineato i due organizzatori) che ha affollato il teatro. Il leader si è presentato con assoli al trombone che hanno integrato tutto quello che su questo strumento è stato fatto da Albert Mangelsdorff in poi, senza tralasciare, quando richiesto, di presentarsi in veste hard bop (aggiornato e corretto!) o in un funk piuttosto elegante. Perfetti il lavoro in unisono con Hayden Chrisholm, piuttosto controllato al suo strumento, che hanno dato una precisa idea della perfezione esecutiva che ha ormai raggiunto la band e perfetta la ritmica, con il nuovo batterista Ted Poor che si è subito ben integrato. Un paio di brani hanno permesso una sbirciata sul prossimo progetto, e cioè la musica di Broadway trasportata nella contemporaneità dell'avanguardia.
Il quartetto è stato seguito dopo una breve pausa dal trio di Louis Sclavis ai clarinetti ed al sax soprano, Henry Texier al contrabbasso ed Aldo Romano alla batteria. Il loro successo sfiora l'incredibile: settantamila copie per il loro primo album Carnets de route e sessantamila per il secondo Suite africaine, per una musica che ha poco di conciliante con quello che si ascolta di solito nei media. I tre sono dei maestri dei rispettivi strumenti e la loro musica colpisce per la sincerità a volte disarmante, senza artificiosità o accenni a volere un pubblico ancora più numeroso. In un brano Sclavis si è messo a suonare il suo clarinetto basso come se fosse un Charles Gayle, forse colpito dall'esibizione del gruppo precendente, mettendo in musica quello che gli dettava l'ispirazione del momento. I brani presentati sono stati presi dai tre album pubblicati, tutti con riferimenti all`Africa (in forma parlata anche da parte di Texier con un piccolo accenno alla politica surreale che il suo paese fa da quelle parti), eseguiti perfettamente a colori forti, lirici o aggressivi, in ogni caso sempre fortemente comunicativi, spingendo quindi su quella che è la forza di questo trio, per la serata apertamente in gran forma. A cavallo fra i generi, senza farne nessuno proprio, hanno la capacità di trasmettere la propria visione al pubblico senza mezzi termini. Una grande dote che li rende beneamati presso gli organizzatori!
Il concerto di sabato alla Reithalle è stato annunciato con il titolo Le voyage de Sahar, una viaggio estatico fra dune di sabbia e miraggi da parte di Anouar Brahem al liuto arabo, Francois Couturier al pianoforte e Jean-Louis Matinier alla fisarmonica. Il loro è stato un perfetto concerto nello stile reso noto dalla loro casa discografica, la ECM. Brani concisi, atmosfere eleganti, lente, alla ricerca continua di un momento speciale, quasi con l'idea di andare in trance insieme al pubblico. Nelle loro mani il tutto funziona non solo su disco, ma, più difficile, anche in un teatro con 500 spettatori. Dinamiche sottili, quasi fragili, che hanno messo insieme l'idea di classicità espressa dalle note del pianoforte insieme al resto; si è trattato di un equilibrio perfetto, sospeso fra Oriente ed Occidente che ha richiesto molta attenzione e che è stato premiato con un lunghissimo applauso.
Il festival si è concluso alla Salle de Fetes di Schiltigheim, un sobborgo di Strasburgo, con la Liberation Music Orchestra diretta da Carla Bley e Charlie Haden. Un concerto che ha visto un feeling speciale fra i musicisti sul palco ed il pubblico costituito da circa un migliaio di spettatori. I due musicisti presentano questo progetto dall'orami storico album per la Impulse! e da allora, si era sotto l'amministrazione di Richard Nixon, lo hanno richiamato con musicisti sempre nuovi quando hanno avvertito che qualcosa non andava nel modo in cui veniva intesa il concetto di democrazia nel loro paese.
Ne sono seguiti altri tre, rispettivamente sotto le amministrazioni di Ronald Reagan e dei due Bush, padre e figlio. Not In Our Name è il titolo dell'ultimo album (rispetto alla formazione in studio mancava Sharon Freeman, sostituita al corno francese da Vincent Chancey) e insieme a composizioni della Bley ci sono, arrangiati, dei brani di compositori che hanno rivolto il loro pensiero agli Stati Uniti d'America. Sul palco il susseguimento dei brani è stato simile a quello su disco: si è cominciato con il brano di Charlie Haden che dà il titolo all'intero progetto, seguito da "This Is Not America" un pezzo di Pat Metheny cantato da David Bowie e che fece da colonna sonora al film The Falcon and the Snow Man. Poi una suite in cui c'erano l'inno nazionale americano e "Skies of America" di Ornette Coleman, seguiti da "Throughout" di Bill Frisell e da "Going?' Home", chiudendo con "We Shall Overcome" presentato come bis in versione blues, in cui tutti i musicisti hanno avuto modo di presentarsi in assolo. L'impegno politico dell'orchestra sembra quasi fuori moda, eppure grazie alla grande perizia con cui Carla Bley ha arrangiato i brani il messaggio musicale è stato notevole, perfettamente reso da musicisti di altissimo livello tecnico (da sottolineare il sassofonista tenore Tony Malaby che si è lasciato andare ad un assolo in puro stile free). I musicisti hanno sì - il dovere di suonare per il pubblico, ma anche, così suona il messaggio di Charlie Haden e Carla Bley, di risvegliarne le coscienze.
Alla fine del concerto il contrabbassista ha ringraziato il pubblico per la numerosa e calorosa partecipazione, anche lui conscio che qualcosa di speciale era avvenuto quella sera, al di là della semplice esecuzione di partiture o di slogan (peraltro lasciati da parte, a parlare sono stati gli strumenti) politici.
Foto di Petia Chtarkova (Root 70), Mephisto (Texier/Sclavis/Romano), C.F. Wesenberg (Brahem)
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