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Festival Internazionale Udin&Jazz 2008

Udine - 25-28.06.2008

La diciottesima edizione del festival Udin&Jazz, significativamente intitolata I will not apologize (con la foto segnaletica di Rosa Parks che compare nel logo del festival), è stata largamente dedicata alla grande e politicamente impegnata Black Music degli anni '60-'70. Molto apprezzata dal pubblico e dalla critica, la la rassegna simbolicamente si è aperta con il quartetto di Pharoah Sanders e si è chiusa con quello di Archie Shepp - vecchi leoni protagonisti di quegli anni - ma ha incluso anche momenti extramusicali (reading, incontri, presentazioni, mostre fotografiche di Luca D’Agostino e Luciano Rossetti), per ricondurre la musica nel mondo del pensiero, della politica e delle altre arti.

Dopo i primi concerti-prologo, in alcune località della provincia nei giorni precedenti all'apertura ufficiale (di spicco il quartetto di Kenny Werner a Tricesmo, il 24), il festival si è avviato con la bella performance dello scrittore Vitaliano Trevisan, che ha letto e interpretato alcuni sue storie "attorno" al jazz (particolarmente toccante il "Passato di verdura jazz"), il pomeriggio di mercoledì 25.

La stessa sera, nella bella cornice di Piazza Matteotti, si è esibito di fronte a un pubblico folto il New Village, tentetto di Enzo Favata che include (ed ha come fulcro della proposta musicale) i Tenores di Bitti.

Il progetto, come si apprezza anche dal recente CD uscito per le edizioni musicali del manifesto, ha grande suggestione, perché ruota attorno a una musica senza tempo come quella della tradizione vocale sarda, ma anche le personalità genuine ed entusiaste dei cantanti popolari, che in alcuni momenti hanno anche ballato e che in ogni momento hanno rimesso al centro dello spettacolo le radici ancestrali della musica stessa. Gli eccellenti musicisti diretti da Favata hanno colto le suggestioni offerte dal quartetto di cantanti e le hanno rielaborate, aggiornate, stravolte positivamente, seguendone sempre da presso temi e atmosfere. Ottimo il ruolo svolto dalla ritmica - ricco di sfumature Gandhi alla batteria, fondamentale colonna del suono complessivo Danilo Gallo al contrabbasso - fortemente espressivo ed ispirato Riccardo Pittau alla tromba, il limite della proposta è parsa una certa separazione tra Tenores e musicisti, evidenziata maggiormente da un po’ di invadenza dell'elettronica di Alfonso Santimone. Limite che non toglie la qualità generale e che infatti non ha ridotto l'apprezzamento da parte del pubblico.

La sera, al teatro San Gorgio (unica sede di concerti a pagamento) è stata la volta di Pharoah Sanders, tanto atteso da esaurire i posti ben prima dell'inizio. Il grande tenorsassofonista ha offerto uno spettacolo coltraneiano, aprendo con un brano tutto fuoco, dal possente, prolungato (e inatteso, vista l'età del protagonista) impatto sonoro, per poi proseguire su molteplici territori: blues, ballad, perfino una conclusione scenica con canto, balletto e inviti verso il pubblico, che a qualcuno a fatto torcere la bocca ma che invece è sembrato un modo per far rivivere una stagione e un modo di fare musica oggi quasi scomparso, del quale Pharoah è rimasto uno dei pochi testimoni. Di qualità i suoi partner, tranne qualche appunto da fare al batterista Joe Farnsworth, talvolta troppo aggressivo e che in alcuni momenti faceva letteralmente sparire l’ottimo contrabbassista Nat Reeves.

Va da sé che purtroppo è davvero raro ascoltare sassofonisti come Sanders, e che si è trattato di un'esperienza unica, come unica era la data italiana del gruppo.

Il secondo giorno, giovedì 26, si è aperto con un incontro con il filosofo e studioso di jazz e improvvisazione Davide Sparti che, nel primo pomeriggio, ha dialogato con i presenti sul tema "Identità nel jazz, identità del jazz", seguendo temi dei suoi tre libri, scritti negli ultimi quattro anni (il più recente, Il corpo sonoro, edito da Il Mulino).

Subito dopo, tutti in piazza per il concerto della Phantabrass di Giancarlo Schiaffini, con Silvia Schiavoni a interpretare un repertorio di composizioni dei Gershwin. Buona la risposta del pubblico per un progetto molto scritto e dai rigorosi arrangiamenti, ma che è anche sembrato togliere alla Phantabrass molto di quello smalto che la formazione aveva mostrato nei precedenti lavori.

La sera, in teatro, suggestivo concerto del vocalist John De Leo, già membro dei Quintorigo, che si muove abitualmente su territori di frontiera tra pop, jazz e sperimentazione. In quest'occasione il jazz era particolarmente evidente, anche grazie alla presenza di Achille Succi al clarore e Gianluca Petrella al trombone, anche se al centro dello spettacolo spiccavano i virtuosismi vocali e il grande uso (non solo scenico) del corpo di De Leo. Straordinaria la sua capacità di cambiare tono di voce e tipo di canto, così come la sua estensione e la padronanza di artifici tecnici per ottenere effetti sonori e ritmici. A parte qualche ridondanza, ben utilizzati anche i tecnicismi elettonici, in particolare nel lungo brano in solitudine del cantante, nel corso del quale (come in quasi tutta la serata) il testo era utilizzato soprattutto come un "pretesto" per una ricca e libera vocalizzazione improvvisata.

Momenti migliori, i duetti con Petrella, in particolare quello all'interno della ballad scritta da quest'ultimo, vertice della serata, sia per lo splendido, lineare ed espressivo solo del trombone, sia per l'intensissimo duetto con la voce. Notevole anche una "Naima" stravolta e reinventata, e la conclusiva, pirotecnica "Stormy Weather".

Il venerdì è probabilmente stato il momento culmine del festival. Inizio alle 11 del mattino, per un sorprendentemente affollato incontro con Davide Sparti e due neuroricercatori, Barbara Tomasino e Christian Agrillo, per parlare di un curioso esperimento fatto negli USA, nel corso del quale sei pianisti jazz hanno suonato dentro una macchina per la risonanza magnetica allo scopo di verificare quali aree del cervello si attivassero e disattivassero nel passaggio dall'esecuzione di brani scritti all'agire improvvisato. Gli interessanti risultati (cui dedicheremo un articolo a parte) si prestavamo molte suggestioni e hanno suscitato un fitto dibattito, interrotto solo dall'urgenza di cambiare sede e seguire, presso il ristorante La Ghiacciaia, la presentazione del nuovo libro di Mario Gamba, Gli extraterrestri. Musiche della rivoluzione globale (Cronopio), studio sull'intreccio tra musica e movimenti contemporanei.

Il pomeriggio, nella bella loggia dell'ex mercato del pesce, uno dei momenti più attesi della rassegna: l'incontro pubblico con Amiri Baraka, storico intellettuale, saggista, poeta e performer, autore de Il popolo del blues, e con il contrabbassista William Parker. Intervistati da Claudio Donà, Marcello Lorrai, Franco Minganti, Luigi Onori e Davide Sparti, con il coordinamento di Flavio Massarutto, i due non hanno deluso, narrando alcuni aspetti dello scenario della black generation ma anche esprimendosi con straordinaria lucidità sull'attualità sia musicale che politica.

La musica è ripresa subito dopo, con l'entusiasmante Adriatics Orchestra di Daniele D'Agaro. Trascinata dall'espressivo polistrumentista sudafricano Sean Bergin e dall'esplosivo Mauro Ottolini al trombone, sostenuta dalla batteria del pirotecnico Han Bennink e dal basso corposo di Stefano Senni, colorata dall'Hammond di Bruno Marini e dal vibrafono di Saverio Tasca, la band ha proposto una musica fresca e originale, difficilmente etichettabile, specchio dell'esperienza eclettica del girovago leader. Che, più di tutti gli altri, si è divertito a ricamare preziose e sofisticate linee sonore sul ricco tessuto complessivo.

Anche in questo caso, più che meritato il successo decretato dal vasto pubblico presente nello splendido scenario della piazza.

Attesissimo, la sera, il sestetto "Raining on the Moon" del contrabbassista William Parker, che non ha deluso le attese. Il gruppo si appoggia alla affiatata ritmica composta dal leader e da Hamid Drake, due musicisti davvero straordinari (ma certo non lo si scopre oggi) ed è opportunamente centrato sulla figura della cantante Leena Conquest, la quale non ha forse una voce particolarmente potente o di grande duttilità, ma ha doti interpretative uniche, cui affianca grande presenza scenica e un agile passaggio dal canto alla vocalizzazione. Ciò la rende ideale partner di un gruppo che conserva radici tradizionali - la base tematica, le improvvisazioni turnate - ma le rielabora creativamente fino a trasfigurarle.

Né Parker, né Drake - veri e propri, possenti, "motori" della formazione - hanno infatti una tessitura ritmica ordinaria, ma una sottile e continua variabilità delle figure che si coglie seguendone individualmente le linee, ma che disassa l'andamento dei brani. Accanto ad essi, poi, ha brillato l'eccellente pianista giapponese Eri Yamamoto, che - oltre ad alcuni intensi e sorprendenti assoli - ha svolto un lavoro in apparenza tradizionalmente ritmico, ma di fatto condotto in modo a tal punto atipico da stravolgere le strutture e portarvi continua aria fresca.

In questo quadro, anche una certa debolezza dei fiati (in parte addebitabile al ruolo assegnato e alla scena rubata loro in front line dalla cantante) e la scarsa plausibilità degli interventi danzati della Conquest non sono stati sufficienti ad abbassare la qualità di un progetto che realmente "innova la tradizione", come diceva Parker nella conversazione pubblica del pomeriggio assieme ad Amiri Baraka, presente in sala ad ascoltare.

Un triplo bis, con uno splendido brano della Conquest, quasi soul, in duo con la Yamamoto, ha concluso quello che forse è stato il momento più alto di una rassegna comunque tutta di uno spessore decisamente superiore.

L'ultima giornata si è inaugurata con il concerto del pianista Claudio Cojaniz, che ha presentato brani dal recentissimo CD Intermission Riff nella suggesstiva corte del Palazzo Morpurgo, dove si era già svolta la performance di Trevisan. Monk, Ellington, pezzi originali, suonati con lo stile percussivo ed espressivo che contraddistingue Cojaniz e, per una volta dopo tanto tempo, forse un po' più di concessioni alla lievità. Momenti intensi e particolarmente apprezzati dal pubblico di nuovo folto, African Flower e il conclusivo brano dedicato dal pianista a tutti i bambini del mondo.

A seguire, sempre nella stessa sede, un altro momento attesissimo: il reading di Amiri Baraka. Vista l'indisponibilità dell'annunciata Amina Baraka, il gruppo ha ospitato, oltre i previsti Dave Burrell al pianoforte e William Parker al contrabbasso, anche i fiati del gruppo di quest'ultimo, Rob Brown al contralto e Lewis Barnes alla tromba.

Ammirevole il modo in cui i quattro musicisti hanno interagito con la voce recitante senza schiacciarla (anche se qualche sbavatura nei tempi c'è stata), ma soprattutto splendida l'interpretazione di Baraka, che ha rivelato la grande vitalità di questo anziano mito della cultura nera, che ha letto - ma meglio sarebbe dire messo in scena - lunghi brani dai suoi libri. Unico neo, la difficoltà per i più di seguire anche il significato dei testi, che non ha però cancellato la suggestione.

Maratona di musica per la conclusione della rassegna, con quattro concerti uno dopo l'altro al teatro S. Giorgio: inizio, come sempre, alle 22, fine nientemeno che alle 4,30 del mattino!

Prima tappa, nonché clou della serata, il quartetto di Archie Shepp, il quale - a dispetto degli anni, dell'aspetto indebolito e di qualche ruggine tecnica, ha sfoggiato il suo ben noto tono pastosamente e modulatamente espressivo. Repertorio aperto da brani di Ellington e Monk, poi via con i blues, spesso (per alcuni troppo spesso) cantati con inattesa potenza e magistrale teatralità. Sebbene tutto incentrato sul leader (ma gustoso e suggestivo il sipario con il batterista che, cantando, "suonava" il suo stesso corpo), il concerto è vissuto di intensità ritmica e della maestria di Shepp nello sfruttare lo strumento (quasi esclusivamente il tenore) soprattutto lavorando sull'imboccatura: allentando, stringendo, "masticando" ancia e bocchino, cioè facendo quanto oggi "scolasticamente" si consiglia ai giovani sassofonisti di non fare - cosa che spiega in parte perché sia così raro trovare un giovane con un suono personale...

Conclusione in bis con una "'Round Midnight" comunque degna del miglior Archie Shepp.

La "chicca" della serata era però il duetto interamente improvisato tra i contrabbassi di William Parker e Stefano Scodanibbio, una prima assoluta che ha riservato alcune sorprese non solo musicali.

I due, vestiti simbolicamente uno in nero e l'altro in bianco, hanno visivamente rappresentato due opposti modi di stare nell'improvvisazione: concentrato ma rilassato Parker, volto a soluzioni anche semplici ma sempre spontanee, privo di pause e soprattutto percettivo solo con l'udito; assai più teso Scodanibbio, alla ricerca, specie all'inizio, della soluzione più "diversa" e difficile, e perciò frammentato di piccole pause e sempre alla ricerca del controllo visivo - che, in assenza di spartiti, era costituito dai continui (e mai ricambiati!) sguardi a Parker.

Altra differenza che balzava agli occhi era il senso ritmico manifestato dal corpo di Parker - che per quasi tutta la durata del concerto ha battuto il tempo oscillando il busto o la testa - di contro alla maggiore rigidità di Scodanibbio.

Ciò non significa tuttavia che le improvvisazioni condotte dai due abbiano difettato in fascino e interesse, che invece in alcuni momenti è stato alto e in altri era diminuito solo da una certa ridondanza. Anche se è, di nuovo, significativo che il brano migliore sia stato quello in cui, per l'intera durata, l'italiano è rimasto all'archetto e lo statunitense al pizzicato.

Sofisticata e sperimentale la proposta del duo France-Marie Uitti e Tullio Angelini, dove ai particolari contrabbassi della violoncellista americana (uno elettrico, l'altro in metallo) si affiancava l'elettronica dell'italiano. Un tipo di proposta che di solito frange gli appassionati in fazioni di opposti e contrari.

Non traggano in inganno le radici classiche della Uitti, perché la sua appassionata spontaneità impedisce che la sua performance improvvisata sia in alcun modo "precostruita", anzi, forse la parte più "pensata" è sembrata proprio quella elettronica: suoni registrati, effetti, giradischi, interagiscono sì dal vivo con gli archi, ma rimangono inevitabilmente "pre-scelti".

L'effetto della performance è stato drammatico e straniante, con la Uitti quasi sempre impegnata nella produzione di sonorità inaudite, rumoristiche, spesso ritmiche o percussive, e Angelini ad accompagnarla con scene elettroniche. Lontano dal jazz, certo, ma non privo di fascino.

Il Dario Carnovale trio ha concluso la rassegna su toni meno aspri e più soffuse atmosfere ma, a dispetto del minor nome, non per questo con minore qualità. I tre sono infatti ben affiatati, Simone Serafini è contrabbassista dal suono già autorevole e Luca Colussi batterista che si muove su più atmosfere ritmiche. Carnovale è pianista di scuola molto italiana (il brano iniziale non a caso è stato dedicato a Luca Flores), che unisce la melodia a una progressione ritmica e dinamica che si fa sentire in alcuni brani con molta intensità, pur rimanendo introspettiva.

Prima della prestigiosa “coda” di martedì 8 luglio, con Cassandra Wilson, una conclusione giustamente dolce, quasi un malinconico arrivederci rivolto al pubblico quando ormai albeggiava, da un festival caratterizzato dalle tinte forti dell'impegno e della passione.

Foto di Luca D'Agostino

Ulteriori immagini del festival sono disponibili nelle gallerie dedicate ai concerti di Simone Guiducci e Pharoah Sanders.


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