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Festival dei due laghi
L'area dei Castelli Romani, a pochi chilometri dalla capitale, ha da sempre rappresentato argomento d'interesse per un gran numero di persone, sia per le attrazioni profane, come la moltitudine di sagre e le celeberrime "fontane che buttano vino," che per i luoghi sacri, viste le molte chiese sparse nei vari comuni e il Palazzo Pontificio di Castel Gandolfo.
Quest'anno anche gli appassionati di jazz hanno avuto il loro buon motivo per una puntata tra le verdi colline dei castelli, grazie alla prima edizione del "Festival dei due laghi," che dal 16 al 25 luglio ha radunato una buona schiera di pubblico sulle rive del lago di Castel Gandolfo, nello spazio CONI utilizzato per le Olimpiadi di Roma '60 e ripristinato per l'occasione.
In programma diversi grandi nomi del panorama tricolore, tra i quali Roberto Gatto, Rita Marcotulli e Danilo Rea, molti giovani jazzisti provenienti dal dipartimento Jazz del Conservatorio di Santa Cecilia di Roma, e diverse iniziative culturali, come gli spazi dedicati alla letteratura, le passeggiate archeologiche e i concorsi, sia musicali che fotografici. Di una manifestazione di tale interesse se ne sentiva il bisogno, va detto, perché, fatta eccezione per qualche sporadica iniziativa, il jazz in questo territorio è vissuto in maniera episodica e poco concreta.
All About Jazz Italia ha seguito le serate più importanti della prima edizione.
Rita Marcotulli piano solo, 21 luglio.
«Per me è una serata speciale, perché la prima volta che ho visto un lago, quando avevo tre anni, era questo». Così, nel backstage, Rita Marcotulli ci aveva anticipato le sue sensazioni prima di salire sul palco, per un concerto in solo davanti a un pubblico non numerosissimo, ma rapito dall'evento. Presenti che sono stati ricambiati con una prova ammirevole, che la pianista romana ha prodotto durante un'ora intensa di emozioni, spunti creativi, ellissi improvvisative. Al centro del suo filo logico la Marcotulli mette le composizioni a lei più care, con le quali riesce a esprimere appieno i suoi lineamenti caratteriali, fatti di dolcezza, serenità e amore per le cose semplici e mai banali.
Dall'apertura affidata a "La strada invisibile," passando per una ammaliante "Waves and Wind" (dallo splendido The Light Side of the Moon), senza dimenticare l'imprescindibile "Koiné" e la più recente "Nanà," la pianista prende per mano l'ascoltatore in un cammino denso di sentimento e significato. I brani, argomentati prima dell'esecuzione, si fondono in un'unica forma, coloratissima e d'accecante bellezza, mentre dall'alto una Luna quasi piena e luminosissima rende il ritorno di Rita in riva al lago tra i più affascinanti e appropriati.
Danilo Rea - Paolo Damiani, 22 luglio.
Rimangono solo posti in piedi per vedere il concerto di Danilo Rea e Paolo Damiani. I due - presenti a Castlel Gandolfo anche in qualità di consulenti artistici del festival - sono legati da un'amicizia importante, e questo si riflette in maniera decisiva sul loro modo di suonare insieme. Sul palco è come se ci fosse una linea sottile, ma robustissima, che permette uno scambio d'idee continuo, una sorta di dialogo perpetuo che si protrae per oltre quaranta minuti. Performance di spessore assoluto, fatta di melodie intrecciate, sottintesi, citazioni dall'ampia apertura di compasso - dalla musica popolare, ai Beatles, a Sting, al jazz in senso stretto - che hanno più volte raccolto applausi a scena aperta. Eppure, vedendoli da sotto il palco, sembrano due che non hanno niente da spartire: elegante, geometrico e sorridente Rea, quanto flessuoso, introverso e a suo modo bohemien Damiani. Ipotizziamo che si tratti del solito destino degli opposti.
La seconda parte del concerto si è svolta in quintetto. Al fianco dei due alfieri si sono esibiti tre ragazzi promettenti, dalle ottime qualità tecniche ed espressive; e se per Andrea Romanazzo (contrabbasso) e Giovanni Colasanti (batteria) si è trattato di una prova importante, tirata e dai buoni risultati, Luigi Masciari (chitarra) ha mostrato un approccio complessivo più maturo e consapevole. Nel finale applausi - meritati - per tutti.
Roberto Gatto Project, 23 luglio.
Legato alla tradizione il progetto proposto da Roberto Gatto che, insieme ad alcuni studenti del dipartimento Jazz del Conservatorio di Santa Cecilia, ai quali si è aggiunta la pianista Silvia Manco, ha messo in piedi un quintetto compatto e dalle dinamiche molto ben delineate. Su tutti si è distinto il contraltista Flavio Ferreri, classe '89, che fin dal primo chorus di "Step Lightly" ha sciorinato una completa padronanza dello strumento, risultando perfettamente a proprio agio sia nelle ballad che, soprattutto, nei diversi fast proposti.
Non da meno Andrea Molinari alla chitarra elettrica, dapprima leggermente teso e successivamente in piena sintonia con il resto del gruppo. Questo grazie anche alla grande prova di Gatto, un autentico allenatore in campo, capace di dirigere la musica da dietro i piatti in maniera pressoché perfetta. Il batterista romano ha preparato un set di composizioni proprie e di standard, facendo leva sul suo recente lavoro svolto sul repertorio suonato dallo storico quintetto di Shelly Manne (Remebering Shelly), producendosi in pochi, ma entusiasmati, slanci solisti, come quello di feroce bellezza - in equilibrio tra potenza e precisione - nel finale di "Cabu". La serata ha registrato un ulteriore motivo di interesse nel momento in cui la band ha ospitato la giovane vocalist Chiara Izzi, la quale si è guadagnata la presenza sul palco classificandosi tra i migliori di un concorso per solisti tenutosi durante il festival. Timbro cristallino, buona interpretazione, Chiara si è mossa con disinvoltura sulle note del classico "Broadway".
Javier Girotto Band, 24 luglio.
Anche per l'ultima serata della kermesse è salito sul palco un musicista affermato, Javier Girotto, e una band composta da giovani provenienti dal Santa Cecilia. Il saxofonista di Córdoba, per l'occasione al soprano, ha organizzato la performance attorno a delle sue composizioni, perlopiù strutturate sul classico canovaccio tema-ciclo di soli- ripresa del tema. Ritmica puntuale - Alessandro Paternesi dietro i tamburi e Andrea Romanazzo al contrabbasso - e modello espressivo che ha dato la possibilità di mettersi in luce sia alla pianista Gaia Possenti, della quale è anche stato eseguito un brano autografo dal titolo "Il sogno di Raul," sia il chitarrista Luigi Masciari, già apprezzato il 23 nel quintetto capitanato da Danilo Rea e decisamente a proprio agio nel ruolo di figura primaria, grazie a dei soli taglienti e dal sapore aspro.
Di Girotto, oltre all'alto grado di cantabilità dei suoi interventi, va sottolineata la potenza e la lucentezza del timbro e quel suo modo felino di arpionare anche le note più lontane. Le sue melodie - avvolgenti e sognanti - si portano dietro un retrogusto di sofferenza e di nostalgia, frutto di un percorso musicale, e anche di vita, pieno di insidie. Concerto che non ha registrato momenti di grande esaltazione, ma che si è costantemente mantenuto in equilibrio su una qualità interpretativa di assoluto valore.
Mentre scorrono i titoli di coda su Castel Gandolfo splende la Luna ormai piena, e su una buonissima prima edizione del "Festival dei due laghi," dopo dieci giorni intensi, cala il meritato sipario.
Foto di Claudio Casanova (immagini di repertorio di Gatto e Girotto) e Yara Nardi (Rea-Damiani).
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