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Fabio Morgera: tradizione e progresso

Angelo Leonardi By

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Tornato a vivere in Italia alcuni anni fa, dopo un lungo periodo di studio e attività professionale negli Stati Uniti, Fabio Morgera è uno dei massimi trombettisti della sua generazione e s'è imposto per lo stile estroverso, caratterizzato da intenso feeling e marcato groove. Eclettico per natura, alla leadership in progetti di taglio contemporaneo—anche intrisi di funk e hip hop—ha affiancato omaggi ai valori fondanti del jazz moderno. In quest'intervista parliamo di molte cose, iniziando col suo nuovo album dedicato alle composizioni di John Lewis.

All About Jazz : Il tuo nuovo album, appena pubblicato, è dedicato alla musica di John Lewis con un titolo spiritoso, Botte di Cool. Vogliamo partire da com'è nata l'idea?

Fabio Morgera: Botte di Cool è un gruppo di cui io sono co-leader insieme a due amici e collaboratori di lunga data e cioè il batterista Alessandro Fabbri e il sassofonista Dario Cecchini, entrambi anche ottimi arrangiatori. Mentre il nome del gruppo deriva dal tipico umorismo toscano, il nostro intento è serio ed è quello di far rivivere quello stile musicale oggi poco considerato che anche in Italia ebbe molto successo. Forse perché era un riuscito connubio della musica afroamericana con quella europea. Nel nostro primo disco Speak Low, eseguiamo brani di Gerry Mulligan, Paul Desmond ma anche di Miles Davis e Charlie Parker. Non dimentichiamoci che l'inventore del Cool Jazz è Miles Davis, che aveva uno stile ereditato da altri trombettisti neri della zona di St. Louis, come il grande Clark Terry. Uno stile pacato e rilassato, in contrasto con le tipiche trombe "sparate" di traditional, swing e bebop. Lo stesso termine cool indica un atteggiamento tranquillo ed è originario del Black English Vernacular. Il nostro approccio è filologico, trascriviamo perfino le linee di basso originali—e a volte anche alcuni assoli—ma poi ci concediamo la licenza di armonizzarli a due voci, oltre ad aggiungervi i nostri interventi improvvisati.

AAJ: Restando al disco, trovo che la scelta espressiva, in particolare quella timbrica, coniughi due importanti momenti della storia musicale di John Lewis, la davisiana Tuba Band e il Modern Jazz Quartet. Non a caso tra gli strumenti c'è un sax baritono (Dario Cecchini), un vibrafono (Alessandro Di Puccio), un pianoforte (Andrea Pozza), una ritmica ricca di leggerezze (Guido Zorn al contrabbasso e Alessandro Fabbri alla batteria) e te alla tromba e flicorno. Sei d'accordo?

FM: Assolutamente sì. Per il suo centenario abbiamo voluto ricordare l'opera di John Lewis da quando scriveva per Dizzy Gillespie, poi per Miles, e infine per il MJQ, dove il suono del vibrafono è fondamentale. A questo abbiamo aggiunto ovviamente il piano, suonato divinamente da Andrea, a quello che è in origine è il gruppo Botte di Cool, nato come un pianoless quartet.

AAJ: Non pensi che John Lewis, proprio per il suo collocarsi tra il mondo del jazz e quello della classica, sia stato ingiustamente accantonato in un'area grigia? Avvicinato più alla Third Stream Music di quanto meritasse?

FM: Sono d'accordo. Penso che pochi abbiano capito l'importanza che Lewis dà invece al blues e alla tradizione afroamericana in genere.

AAJ: I tuoi primi modelli strumentali sono stati quelli focosi dei boppers, da Gillespie fino a Woody Shaw. La vicinanza all'estetica cool è una cosa recente?

FM: Il critico Scott Yanow mi ha definito trombettista eclettico, e credo che abbia ragione. Nonostante Woody Shaw sia il mio preferito e inarrivabile modello, sono attratto da tutti gli stili e anche da generi di musica diversi. Infatti dirigo anche la Natural Revolution Orchestra, una larga formazione con base a Firenze, che include Nico Gori, Andrea Beninati, Francesco Maccianti e altri, che esegue le mie composizioni/arrangiamenti più recenti, in una sorta di stile free-jazz-funk se così si può chiamare.

AAJ: Con la Natural Revolution Orchestra usi gli insegnamenti di Butch Morris sulla conduction. Ci puoi illustrare progetto e attività di questi anni? Dopo in primo disco , "Climate Blues" avete altre cose in cantiere?

FM: In realtà il primo disco è stato un live uscito in allegato al n. 100 della rivista JAZZiT, dal titolo New Birth, che documenta la nostra attività del 2013/14 quando l'orchestra era nata da poco e si esibiva mensilmente al "Porto di Mare" di Francesco Cofone a Firenze. Poi abbiamo registrato Climate Blues e da poco è uscito anche Visuale Primordiale, entrambi per Drycastle Records. In quest'ultimo disco abbiamo ospite Antonio Farao, uno dei più grandi pianisti italiani. I brani portano tutti la mia firma, sia le composizioni che gli arrangiamenti, tranne "Zombie" di Fela Kuti. Purtroppo non è facile far suonare spesso una formazione di circa 15 elementi—figuriamoci poi di questi tempi—ma siamo stati invitati a ottime rassegne come Sounds of Friday di Prato quasi ogni anno, il Fringe Festival di Firenze nel 2018, il JAZZiT Fest del 2014, ma sarebbe bello suonare più spesso e magari anche al Nord e Sud Italia.

AAJ: Come imposti la tua didattica e che potenziale vedi nelle nuove generazioni in Italia?

FM: Ultimamente sto passando gran parte del mio tempo insegnando in modalità remota, e al contrario di altri docenti trovo la didattica a distanza non solo utile, ma addirittura entusiasmante, almeno per quanto riguarda le mie materie, che sono Composizione e Arrangiamento, Tecniche dell'Improvvisazione Musicale e Tromba Jazz.

La possibilità di condividere il mio schermo mi permette di mostrare agli studenti come si lavora con il programma di notazione Musescore, che io preferisco agli altri e che è anche scaricabile gratis da internet. La qual cosa è estremamente più veloce ed efficace di quando mi servo della lavagna di classe per vari motivi: la visualizzazione di gran lunga migliore, la velocità con la quale posso comporre, copiare e incollare per poi ritornare sui miei passi per illustrare modi alternativi, la possibilità di scambiare files e correggere i compiti di uno studente davanti a tutti, e soprattutto la possibilità di riascoltare subito ciò che si è scritto.

Perfino con le lezioni di strumento a distanza mi trovo bene, perché posso scrivere estemporaneamente gli specifici esercizi di cui credo che l'alunno abbia bisogno, condividerli subito con lui/lei, creare "basi" sulle quali esercitarsi e ovviamente salvare tutto per altre occasioni. Infine in tutti i casi c'è la possibilità di scrivergli i compiti da fare sulla chat, così che anch'io mi ricordi subito cosa abbiamo fatto fino ad allora e infine di registrare l'intera lezione. Insomma mi trovo così bene che non a caso anche il mio numero di lezioni private online sta aumentando, con allievi che mi chiamano da tutta Italia.

AAJ: Qualche domanda sul soggiorno statunitense. Negli anni ottanta ti sei trasferito per studiare prima a Los Angeles poi al Berklee College di Boston e infine ti sei stabilito a New York, lavorando come professionista. È una scelta che consiglieresti ancora a un tuo allievo?

FM: No perché i tempi sono cambiati, non ci sono più i grandi maestri di una volta e poi, visti gli affitti ormai alle stelle e le paghe infime dei musicisti, direi che il gioco non vale più la candela. Ma un periodo di qualche anno come studente o apprendista lo consiglio ancora a tutti, specie se interessati alla Black American Music. Sempre dopo che l'emergenza sanitaria sarà capitolo ben chiuso, ovviamente.

AAJ: Nel 2013 è scomparso Butch Morris, con cui hai suonato per tre anni nella Nublu Orchestra. Ci parli di quell'esperienza?

FM: Sono entrato nella Nublu Orchestra conducted by Butch Morris perché mi sono offerto di suonare senza pretendere nulla in cambio, dopo aver dichiarato a Butch tutto il mio amore per la sua musica e dopo essere andato ad ascoltarlo più volte. Suonavamo settimanalmente al Nublu dell'East Village e ricordo serate in cui non guadagnavamo nulla, nemmeno i soldi già spesi per il taxi. Quando andava bene ci intascavamo $10. In compenso però, quando siamo venuti in Europa a suonare a Saalfelden, a Lisbona o a Sant'Anna Arresi, Butch ci ha pagato profumatamente, $800 a testa per concerto più tutte le spese. Il mio rapporto con lui era bellissimo, mi ha sempre dato dei preziosi consigli sulla tecnica trombettistica ed è perfino venuto al mio matrimonio facendoci un bel regalo. Artisticamente mi ha lasciato un patrimonio inestimabile, che è quello della Conduction, tecnica che utilizzo regolarmente con la Natural Revolution Orchestra e che cerco anche di divulgare attraverso seminari in conservatori e scuole di musica.

AAJ: Altra morte inaspettata è stata quella di Roy Hargrove, un paio d'anni fa. So che è stato a lungo tuo amico. Cosa ricordi di lui?

FM: Dio ha voluto che io crescessi musicalmente all'ombra di uno dei più grandi trombettisti del nostro tempo... Me lo sono ritrovato prima alla Berklee, poi in tutte le jam session di New York, ma la cosa incredibile è stata quando è venuto ad abitare nel palazzo di fronte al mio su Houston Street! Di lui ricordo la continua voglia di suonare, di cantare insieme per la strada scambiandoci quattro battute di scat a testa, il suo humor, la sua generosità, il suo essere a volte schivo a volte aperto, ma soprattutto il suo grande senso del blues, il grande senso armonico e i bellissimi background estemporanei che alle jam proponeva a noi altri fiati in attesa, durante l'assolo di un solista troppo prolisso.

AAJ: Da qualche anno sei tornato a vivere a Firenze ma a New York hai lasciato molti amici. Torni ancora a suonarci?

FM: Sì, vivo a Firenze ma insegno Composizione Jazz nei Conservatorii di Bologna e di Salerno, Tecniche di Improvvisazione Musicale al Conservatorio di La Spezia e Tromba Jazz al Conservatorio di Frosinone... È da vari anni che ho lasciato New York e finora non ho avuto l'opportunità di tornarci ma so che, quando mi prenderà il ghiribizzo, il mio amico Spike Wilner non avrà esitazioni a offrirmi una serata allo Smalls Jazz Club. Stessa cosa per altri locali come il Birdland o lo Zinc Bar, dove tante volte ho suonato in passato.

AAJ: Stai elaborando a nuovi progetti?

FM: Nel 2019 ho registrato un bellissimo tributo alla musica di Joe Henderson, insieme a Roberto Gatto, Piero Odorici, Daniele Scannapieco, Riccardo Galardini ed Emiliano Pintori. Abbiamo suonato al Firenze Jazz Festival e poi altri impegni sono saltati a causa dell'emergenza sanitaria. Ancora non so quando uscirà il disco ma si tratta di un progetto a cui tengo molto perchè Henderson è uno dei miei compositori preferiti. Tra l'altro ho scoperto che anch'io sono nato il 24 aprile come lui! Ovviamente un bel po' di anni dopo...

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