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Cristina Zavalloni e Bill Frisell a Verona Jazz
Teatro Romano - Verona - 2.7.2010
Cristina Zavalloni e Bill Frisell. Che gran bella idea farli sfilare sullo stesso palco, uno dopo l'altro, in uno splendido gioco di contrasti e divergenze. Mondi lontani, lontanissimi, vicini fino quasi a sfiorarsi nella più intrigante delle proposte messe in cartellone dall'edizione 2010 di Verona Jazz.
Il compito di rompere il ghiaccio della torrida serata scaligera è toccato alla Zavalloni, accompagnata dai tre musicisti che ormai da alcuni anni fanno parte stabilmente del progetto Idea: Stefano De Bonis al pianoforte, Antonio Borghini al basso elettrico e Cristiano Calcagnile alla batteria. Il fil rouge del concerto è stato il repertorio dello chansonnier franco-armeno Charles Aznavour, che la Zavalloni ha omaggiato nel recente (e bellissimo!) Solidago: "Vivre avec toi," la travolgente "Si tu m'emportes," tirata a lucido grazie a uno splendido arrangiamento firmato dalla stessa Zavalloni (vedere sotto per credere), la straziante "Io tra di voi," resa immortale in Italia dall'interpretazione che ne fece Mina a inizio anni Settanta. Rilette con la giusta dose di impertinenza e senza timore di prendersi alcune doverose licenze, le canzoni di Aznavour sono state il veicolo ideale per il femmineo istrionismo della vocalist bolognese.
Dotata di capacità espressive praticamente illimitate e di una presenza scenica al cui fascino è impossibile resistere (ma perchè resistere?), la Zavalloni è riuscita, come sempre, a stregare il pubblico del teatro Romano, mettendo in mostra quella sua splendida capacità di muoversi tra linguaggi lontanissimi, di offrire punti di vista inusuali su paesaggi familiari, rifuggendo le facili classificazioni e i banali incasellamenti propri della musica di consumo (più o meno colta poco importa: anche gli ascoltatori che si credono smaliziati e sopra la media troppo spesso non sanno resistere al fascino indiscreto delle categorie).
Menzione di merito per "Kaigomai Kaigomai," traditional greco interpretato con evocativo trasporto, mentre la suite "Solidago Compositum," dedicata dalla Zavalloni all'omonimo farmaco omeopatico, è stata il trampolino di lancio per una serie di acrobazie vocali da vertigine.
Di tutt'altro genere il live di Bill Frisell, calato in Italia per presentare il suo nuovo trio, completato dal fido scudiero Eyvind Kang alla viola e dal texano Rudy Royston alla batteria. In scaletta gran parte dei brani già confluiti in Beautiful Dreamers, il disco d'esordio della neonata formazione che vedrà la luce il prossimo 31 agosto per la Savoy. Già, Savoy e non più Nonesuch Records: dopo 25 album pubblicati con la storica etichetta americana, Frisell ha deciso di voltare pagina e aprire un nuovo capitolo della propria carriera. Un nuovo capitolo discografico ma non artistico, perchè, stando al concerto veronese, Beautiful Dreamers si muoverà in perfetta continuità con le ultime fatiche del nostro, in quella dimensione di meravigliosa classicità ormai raggiunta dal chitarrista di Baltimora.
E, dunque, ecco i soliti ingredienti: un po' di blues, come nell'iniziale "Love Sick," un'abbondante spruzzata di country, la cover di "Keep on the Sunny Side" della Carter Family, e una manciata di gustosissimi standard, "Benny's Bugle" a firma Benny Goodman (nella versione in sestetto del '40 c'erano un certo Count Basie al piano e un certo Charlie Christian alla chitarra), "Tea for Two" e l'immancabile "Subconscious-Lee" di Konitz, proposta anche nell'ultimo concerto italiano al quale chi scrive ha assistito, in quel di Cormons, nell'ottobre scorso.
Ecco, rispetto all'esibizione friulana, nella quale Frisell era accompagnato da Kang, Ron Miles alla cornetta e Hank Roberts al violoncello, il set veronese ha messo in mostra una minore propensione al camerismo e una maggiore esposizione da parte del leader, che si è ritagliato ampi spazi di manovra (spingendo pure sull'acceleratore delle distorsioni di tanto in tanto). Il tutto, sempre e comunque, nel segno di una straordinaria eleganza, di un senso della misura e della compostezza che rientra nei canoni di quella meravigliosa classicità alla quale si alludeva poc'anzi.
E a tal proposito qualcuno potrebbe obiettare che Frisell, in fondo, è sempre uguale a se stesso, imprigionato in una dimensione artistica di perfetta e immediata riconoscibilità, come se a quel tocco, a quel sound, fosse ormai impossibile sfuggire. Beh, sarebbe come obiettare che John Ford nel corso della propria vita non ha saputo far altro che girare film alla John Ford.
Foto di Claudio Casanova (Zavalloni) e Luca Vitali (Frisell)
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