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Cassero Jazz
Centro Congressi Artemide - Castel S. Pietro Terme (BO) - 15-16.03.2008
Che Roscoe Mitchell e Wadada Leo Smith possano decidere di far incrociare nuovamente i propri cammini, in duo, nel 2008, in Italia per la rassegna Cassero Jazz (all'interno del vasto cartellone di Crossroads), è di per sé un evento che solleva lo spirito. Merito di organizzatori illuminati e della pregevole campagna di alfabetizzazione che ExB conduce ormai da diversi anni, proponendoci negli ultimi tempi ghiotte ed esclusive occasioni di verificare premesse e promesse della musica creativa.
Che le aspettative nei confronti di un simile evento fossero febbrilmente esaltate è scontato. Trattasi di due fra i maggiori strumentisti, improvvisatori e compositori contemporanei, formatisi in seno all'ethnos dell'AACM.
Che tali aspettative potessero, nonostante tutto, essere ridicolmente sbaragliate dalla proposta dei due musicisti, beh, questo, nonostante tutto, è sbalorditivo.
L'idea di un duo sax-tromba in cui sia coinvolto il genio Roscoe Mitchell, richiama subito alla mente quella piccola gemma compositiva che è Song for the Little Feet (a suo tempo incisa con Hugh Ragin e cesellata dalle percussioni di Tani Tabbal), delicato bozzetto espressionista in cui emerge luminosa la forza di un'idea semplice ma condotta radicalmente sino alla sua compiuta epifania.
E solo meraviglie era lecito attendersi se a uno scrupoloso indagatore della natura del suono capita poi che si affianchi uno come Smith, che è passato alle cronache musicali come colui che scolpisce la propria musica dando forma al silenzio. È come riuscire a scorgere il punto in cui convergono tutte le fughe prospettiche.
La realtà dell'evento ha superato ogni fantasia, mettendo a dura prova anche l'ascoltatore più smaliziato.
Un set breve ma di un'intensità lacerante. Privo di qualsiasi concessione al pubblico. Totalmente chiuso in una complessa omeostasi bipolare, in cui codifica e codice erano simultaneamente offerti ai presenti. Puro rigore. Pura coerenza espressiva. Accecante (assordante?) compiutezza formale. Un sonoro stordimento.
Creata in larga misura sulla traccia di alcune partiture che i musicisti si sono scambiati poco prima del concerto, la trama musicale si è dipanata all'insegna di un'accanito ed esaustivo sfruttamento della potenzialità espressiva del suono.
Partitura al servizio del suono. Suono al servizio di due personali e complesse sintassi, affinate in decenni di studio e pratica ininterrotti. Sintassi che hanno saputo, incontrandosi, costruire operativamente un ambiente in cui al tempo stesso esprimersi coerentemente con le proprie premesse, stimolare e sostenere la piena realizzazione dell'altra componente e generare un linguaggio di grado superiore che osservando il proprio operare risultava in grado di confermarsi e simultaneamente evolvere.
Lacerato nel profondo, ridotto ai suoi quanti spuri, astratto da qualsivoglia consueto frasario e rigenerato dal suo grado minimo, il suono è stato trasfigurato dai filtri della multifonia, del polistrumentismo, della meccanica dello strumento e dell'incontro tra labbra, denti, legno e ottone. Esperienza decennale al servizio di un rituale che restituisce ogni volta senso e dignità alla materia sonora.
La buona metà del pubblico che non ha resistito alla mirabile prova del duo, causa proprio il suo essere andato contro ogni aspettativa, ha avuto certamente modo di consolarsi con l'altra Mitchell in cartellone.
La dirompente energia dell'Indigo Trio di Nicole Mitchell rappresenta uno splendido esempio della vitalità, del valore e del pontenziale dei principi dell'ACCM. Nelle parole di Muhal Richard Abrams: “the AACM inspires indivudals to be individuals”.
Tre forti personalità, con un ricco bagaglio espressivo e rara eccellenza strumentale al servizio di composizioni piene di colore, terreno fertile per lunghe digressioni improvvisative e felici migrazioni di ispirazione.
Lungi dall'accostare semplicemente le proprie esperienze o dal limitare l'interazione alla stanca dinamica solista-ritmica, gli Indigo agiscono come collettivo ispirato ad una radicale democrazia retta da un groove poderoso e dinamico.
Cifra distintiva del gruppo par essere una elaborata leggerezza ,che la Mitchell evoca accavallando e moltiplicando a iperbolica velocità le note che sgorgano dai suoi flauti e la compatta ma fantasiosa propulsione assicurata da Hamid Drake e Harrison Bankhead stimola e invola ulteriormente.
Un festoso tripudio melodico, in cui linee in sé complesse si incrociano creando strutture di immediato appeal, capovolgendo la logica dei veterani della sera prima e senz'ombra di dubbio con maggior risposta di pubblico.
Anche a questo può condurre la libera e coerente ricerca creativa. Anche questo è AACM.
Foto di Claudio Casanova
Altre immagini sono disponibili nelle gallerie immagini dedicate ai concerti di Nicole Mitchell e Roscoe Mitchell - Wadada Leo Smith.
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