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Botticino Jazz II
Sono bastate due edizioni a Botticino Jazz, sottotitolo Crosscurrent, per conquistare un posto al sole nell'ormai troppo affollata spiaggia dei festival italiani. Merito di una direzione artistica coraggiosa e originale, che per il 2009, dopo un 2008 archiviato sotto il segno di William Parker e discepoli (clicca qui per leggere la recensione della prima edizione del festival), ha meritoriamente deciso di (ri)portare nelle italiche lande due personaggi che nello Stivale non si vedevano da un bel pezzo: il pianista Anthony Davis, artista schivo e aristocratico per vocazione, e il chitarrista James Emery, il cui nome è legato a quello del New York String Trio. A completare la due giorni - tre concerti a sera - il Brooklyn team composto da Mary Halvorson, Jessica Pavone e Taylor Ho Bynum, e il Dinamitri Jazz Folklore, italianissimo sestetto di stanza a Livorno.
Senza dubbio il concerto più atteso, a ragion veduta, era quello del quintetto Episteme di Anthony Davis, con J.D. Parran al clarinetto e al clarinetto contrabbasso, Mark Feldman al violino, Lisle Ellis al contrabbasso e Gerry Hemingway al vibrafono, marimba e batteria. Una formazione stellare quella allestita dal pianista, che per l'occasione, in anteprima mondiale, ha rispolverato il titolo del suo disco forse più celebre, Episteme, appunto, registrato nell'81 con, tra gli altri, George Lewis, Mark Helias, Abdul Wadud, Warren Smith, Pheeroan akLaff, e pubblicato allora dalla Gramavision.
Episteme come laboratorio permanente di sperimentazione, spiegava Anthony Davis nel '95, anno della ristampa su CD griffata Ryko; Episteme come luogo in cui dare libero sfogo alla personalissima vena compositiva che da sempre ne contraddistingue la poetica. Vena compositiva che, per l'ennesima volta, si è rivelata come una delle più originali e meno allineate nel panorama del post-free a stelle e strisce, sospesa tra un'irresistibile vocazione intellettuale, colta, e una matrice indiscutibilmente nera.
Ed è proprio quest'ultima ad aver preso il sopravvento nel concerto di Botticino, regalando un'ora abbondante di musica molto più fresca e travolgente di quel che ci si potrebbe immaginare pensando al criptico Davis. In apertura di set, tanto per mettere subito in chiaro le cose, il baffuto pianista ha piazzato "Of Blues and Dreams," composizione che dava il titolo a un disco del '78 uscito per la Sackville, con Leroy Jenkins, Abdul Wadud e Pheeroan akLaff. Nella prima parte è stato il violino di Feldman a farla da padrone, con il solo Ellis a rispondere per le rime. Poi il quintetto si è gettato a capo fitto in un concitato crescendo ritmico (sorretto da un devastante Hemingway), culminato nel solo di Parran al clarinetto. Finale di nuovo in scioltezza, con il piano di Davis ad accompagnare il gruppo verso il silenzio. Superbo.
Non da meno "Sudden Death," secondo brano in programma, con marcetta sghemba in avvio seguita da una bruciante accelerazione. Infine, dopo un altro paio di composizioni sempre a firma Davis, ecco il bis targato Monk, da sempre nume tutelare del redivivo pianista: una rilettura di "Evidence" in trio (Davis-Hemingway-Ellis) a dir poco entusiasmante, irriverente al punto giusto e stupendamente contorta. Perfetta per chiudere uno dei migliori concerti ascoltati nel 2009.
Meno avvincente, anche se nel complesso più che degno di nota, il set in solo piano che ha visto Davis aprire la serata di venerdì. Meglio la prima parte del concerto, impreziosita da un cervellotico brano ispirato alla musica indonesiana, concepito come una sorta di spirale ritmico-armonica, con un gusto inconsciamente vicino a certa elettronica minimale. Meno riusciti gli estratti da "Letters from Lincoln," composizione per piano solo dedicata al sedicesimo presidente degli Stati Uniti d'America. Di indubbia suggestione alcuni passaggi, ma nel complesso la tensione è scemata rispetto alla prima parte del set: un po' per la frammentarietà dell'esecuzione, un po' per colpa del capriccioso touch screen con il quale il nostro controllava, o meglio, cercava di controllare lo scorrere delle immagini sul grande schermo (lettere di Lincoln, paesaggi, disegni e amenità varie).
Da Anthony Davis a James Emery, l'altro gradito ospite della rassegna di Botticino. Anche per il chitarrista newyorchese erano previsti due passaggi: il primo in solo, il secondo alla testa di un quartetto completato da Michael Formanek al contrabbasso, Marty Ehrlich al contralto e al clarinetto e ancora Gerry Hemingway alla batteria e al vibrafono. Il set in solo ha offerto la solita dimostrazione di tecnica scintillante da parte di Emery, virtuoso della chitarra "pura" dotato di padronanza assoluta dello strumento, anche se di tanto in tanto tendente alla prolissità e alla ridondanza. Tra le cose migliori una breve tempesta di armonici e corde stoppate dal sapore vagamente cageano.
Più controversa l'esibizione del quartetto. Purezza formale e qualità dell'esecuzione non si discutono, e come potrebbe essere altrimenti visti i nomi dei musicisti coinvolti. Innegabile, tuttavia, la patina di grigiore che ha avvolto il set, una sorta di noia sublime che ha ingabbiato l'estro dei solisti e, al fin della tenzone, ha strappato pure qualche sbadiglio. In scaletta soltanto composizioni pennellate da Emery per un disco registrato con la medesima formazione e uscito a metà anni Novanta su Enja, Standing on a Whale Fishing for Minnows. Sarà stata la scarsa frequentazione del datato repertorio da parte dei quattro, ma per tutto il concerto la band è sembrata viaggiare col freno a mano tirato, come se l'attenzione fosse rivolta in gran parte al come evitare le insidie e i tranelli della cervellotica scrittura di Emery. Esangue.
Meglio, molto meglio, il trio di Mary Halvorson, Jessica Pavone e Taylor Ho Bynum, allievi di Braxton e rappresentanti della nuova scuola newyorchese orbitante intorno a Brooklyn. Il set è stato aperto da un paio di svolazzi in solo del prode trombettista, esploratore indefesso delle possibilità timbriche del proprio, anzi, dei propri strumenti, visto che Bynum si esibisce con ogni sorta di tromba e flicorno, pocket trumpet e cornetta. Viscerali e gorgoglianti come sempre, i soli di Bynum hanno preceduto una ventina di minuti riservati al duo Halvorson-Pavone, reduce dall'ottimo Thin Air, seguito firmato Thirsty Ear del bellissimo On and Off. La coppia ha riservato i momenti migliori del set (a loro volta tra i momenti migliori dell'intera due giorni bresciana), con la chitarra futuribile della Halvorson e la viola della Pavone arcane ammaliatrici, custodi di un universo poetico fatto di melodie oblique, scarti improvvisi, astrazioni feroci e canti rituali. Nel finale sul palco è salito anche Bynum, per un paio di rumoristiche escursioni in trio nei campi della moderna improvvisazione radicale. Aria fresca da Brooklyn: il jazz di oggi passa da queste parti.
Infine i nostri, ovvero il Dinamitri Jazz Folklore del contraltista russo-livornese Dimitri Grechi Espinoza, con Beppe Scardino al baritono (straripante talento del jazz italiano), Emanuele Parrini al violino (talento chiama talento), Gabrio Baldacci alla chitarra, Pee Wee Durante all'Hammond e al Fender Rhodes, Andrea Melani alla batteria e Simone Padovani alle percussioni. Reduce da Akendengue Suite, uscito per i tipi di Rai Trade, il sestetto ha offerto la consueta scarica di adrenalina ritmica, con un occhio all'Art Ensemble (sul palco i sei si sono presentati con tanto di maschere rituali) e uno alla Madre Africa (Fela Kuti aleggia nell'aere quando l'obesa sezione ritmica pompa a pieno regime, incalzata dalle sferzate del baritono di Scardino). Avvincenti gli insieme, entusiasmanti i crescendo funky, prescindibile un blues piazzato a metà concerto. Finale con passeggiata tra il pubblico dei sei, ognuno con un campanello-campanaccio tra le mani. Suggestivo il tutto, anche se la sensazione è che il live di Botticino si sia mosso poco in profondità, restando a tratti sulla superficie delle immense potenzialità del Dinamitri.
Visita il sito di Botticino Jazz.
Foto di Luciano Rossetti.
Ulteriori immagini di questo festival sono disponibili nella galleria immagini dedicata al festival.
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