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Birtwistle / Ulivelli / Franceschini / Lindberg / Beethoven - Divertimento Ensemble

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Harrison Birtwistle - Lied Gianluca Ulivelli - 6 giugno 1505: “…stette il tempo come notte” Matteo Franceschini - The greatest hist Magnus Lindberg - Moto Ludwig van Beethoven - Sonata op. 5, n. 2, in sol minore

Palazzina Liberty - Milano - 2.3.2008

Una giornata quasi primaverile accoglie il quarto concerto di Rondò, rassegna che il Divertimento Ensemble dedica, da ormai cinque edizioni, alla creazione musicale contemporanea.

Se non temessimo di cadere nella retorica, non esiteremmo a tracciare un parallelo fra le prime luci tardoinvernali e la fioritura di talenti musicali emersi in Italia negli ultimi anni, sempre documentati con puntualità dalla compagine guidata da Sandro Gorli. Ne è una conferma il primo appuntamento di marzo, che, facendo seguito alle esecuzioni di lavori di Mauro Lanza e Daniele Ghisi, comprende, tra le altre pagine in programma, un brano commissionato al toscano Gianluca Ulivelli e una composizione del ventottenne trentino Matteo Franceschini (di cui, a gennaio, si era già ascoltato “Legenda”, presentato dall’Ensemble alla Biennale di Venezia 2007, al pari di “sol”, di Lanza).

Tocca all’acume analitico di Alfonso Alberti, e pianista e musicologo di grande valore e versatilità (imperdibile la sua monografia su Niccolò Castiglioni, non meno dei concerti dedicati alle musiche dell’autore milanese, ma anche di Ligeti, Messiaen e Cage ) illustrare, dialogando con gli autori, le caratteristiche salienti dei brani.

La partitura di Ulivelli - classe 1970, già allievo di Sciarrino e Lachenmann, attualmente residente a Stoccarda e vincitore di diversi premi internazionali - evoca la sospensione della dimensione temporale tramite la dilatazione e la deformazione elettronica della pasta sonora del violoncello, traendo impulso da un breve scritto in cui Leonardo da Vinci annotava l’interruzione forzata di un lavoro pittorico, a causa dello scatenamento di una tempesta.

Dopo pochi istanti, dallo strumento dell’ottimo Relja Lukic si sprigiona, spazializzata in quadrifonia, una violenza fonica di grandissimo impatto: il pizzicato si moltiplica e acquista durate e intensità innaturali, mentre la stratificazione delle arcate ci immerge in un maelstrom allucinato.

Sarebbe, tuttavia, troppo unilaterale, ridurre senso e cifra del brano al “grido primordiale” di matrice espressionista, pur giustamente evocato nell’incontro introduttivo al concerto. La liberazione dell’Urschrei, infatti, entra in feconda dialettica con lo scavo dell’intimità riposta in una voce sempre più sottile, avvolta da armonici veloci eseguiti a un livello dinamico non elevato e da giochi timbrici che rendono palpabile questa innere Stimme, altrimenti destinata schumannianamente a rimanere non udibile e a vibrare soltanto nell’anima e nella mente dell’interprete. Ecco, quindi, emergere, circonfusa da un’aura argentea o, viceversa, da uno sfondo cupo e mugghiante, la dimensione del canto, cara ad Ulivelli, in un’accezione che non è quella tradizionalmente lirica: essa affiora piuttosto come fonazione dapprima sghemba, lacerata dalla distorsione elettronica, e quindi filiforme, screziata di silenzi, ai quali resta l’ultima, paradossale, parola.

Non sembra azzardato pensare a questo lavoro come a un’autentica “tragedia dell’ascolto”, in cui vengono attraversate diverse soglie percettive aperte su scenari sonori inediti e inauditi, destinati a lasciarsi fagocitare inesorabilmente dal vuoto.

Se la narratività, nell’indagine di Ulivelli, è tutta “interna” al fenomeno acustico, essa si estrinseca secondo modalità affatto differenti in “The greatest hist”, di Matteo Franceschini, già allievo di Solbiati e Corghi, attualmente residente a Parigi, dove frequenta i corsi di informatica musicale dell’IRCAM, durante i quali sta realizzando un lavoro in programma al Festival Agorà, che si terrà nel prossimo mese di giugno.

La drammaturgia affidata, in questa composizione, al violoncello di Lukic e al pianoforte di Maria Grazia Bellocchio, diversamente dai recenti brani per solista e ensemble (come “Sequel”, in cui quest’ultimo funge da cassa di risonanza che prolunga e amplia le sonorità della viola, o “Legenda”, fondata su una più spiccata dialettica tra violino e orchestra) si basa, più che sui ruoli affidati agli strumenti, su una ben delineata raccolta (greatest hits, da cui prende le mosse lo scambio di consonanti del titolo) di situazioni musicali, sequenze ritmiche e accordali, vecchi e nuovi stilemi esecutivi. Su tali elementi si sviluppa una “storia” - hist(ory) - stratificata e complessa, improntata a un ordine precario, che s'infrange e si ricompone, secondo prospettive multiformi, nella memoria dell’ascoltatore.

La germinazione di un motivo, presagita dalle frequenze acute del violoncello riverberate delle corde del piano, non giunge a concretizzarsi, a causa del progressivo distanziamento tra il respiro statico dell’arco e gli accordi serrati della tastiera. Continue accumulazioni e scariche di tensione si avvicendano, circolando dalle accelerazioni ritmiche e dai brutali clusters della Bellocchio ai mercuriali pizzicati di Lukic, o, viceversa, dal fraseggio lirico del violoncello alle alonate sonorità pianistiche che lo avvolgono nel finale, prima di un ultimo slancio vitale.

Davvero originale, e già molto matura, questa composizione del 2005, che non a caso è tra le più eseguite di Franceschini: sarà l’Ensemble Multilatérale a presentarlo, in aprile, a Parigi.

I lavori dei giovani italiani si alternano, come accade di consueto nei concerti domenicali di “Rondò”, a quelli di compositori stranieri delle generazioni precedenti, mentre il finale è dedicato a una pagina di Ludwig van Beethoven.

Emozioni contrastanti e umori mutevoli, se non ambivalenti, agitano il mistero sensuale di “Lied”, brano scritto da Harrison Birtwistle nel 2006 per festeggiare il compleanno del grande pianista Alfred Brendel, eseguito dal duo Lukic-Bellocchio in prima italiana. Ispirato al celebre “Liebes-Lied” di Rilke, il brano richiede agli esecutori una notevole concentrazione, affinché ne colgano il trascolorare umbratile dall’iniziale sospensione, con un gioco di distacco e di attrazione, verso una temperie fusionale, introdotta e sottolineata da fremiti percussivi, ma lasciata in sospeso, come l’interrogativo con cui si conclude la poesia.

Distante dalla tensione lirica del compositore britannico, il finlandese Magnus Lindberg dispiega in “Moto” (1990) quell’attitudine plastica che connota soprattutto i suoi lavori orchestrali, plasmando e rielaborando lo stesso materiale di base tramite un fitto intreccio di rispecchiamenti e di contrasti fra le due voci. Completa il ricco e stimolante programma la beethoveniana Sonata op. 5, n. 2, in sol minore. Le aeree volute del violoncello aprono l’Adagio, solidamente appoggiate dal pianoforte, ma quando il flusso musicale sembra arrestarsi, affiora, nell’Allegretto, un calore espressivo sempre più vivo, culminante nell’esuberanza del Rondò conclusivo. Qui gli interpreti potrebberosuonare a occhi chiusi, tale è il grado d’intesa dimostrato, a suggello di un concerto tanto impegnativo quanto riuscito.

Visita il sito del Divertimento Ensemble.


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