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Billy Bang Quartet: jazz danzante per un piccolo grande pubblico

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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New York - 11.01.2008

"Stasera iniziano i tre giorni di Vision Festival al Symphony Space“ - mi ricorda il violinista Billy Bang al telefono mentre sono a New York per qualche settimana - "ma domani MATTINA c’é un altro concerto che non puoi assolutamente perdere! Sarà un’esperienza nuova per te, fatti trovare alle 12.30 a questo indirizzo...hai da scrivere? E mi raccomando, portati un documento d’identità.“

La mattina seguente, un 11 gennaio fastidiosamente piovoso, all’orario stabilito incontro Billy a Manhattan.

All’ingresso di un imponente edificio grigio - nulla di storico, nulla di contemporaneo, nessuna facciata di acciaio e cristallo, magari ingabbiata in una griglia metallica come il New Museum of Contemporary Art da pochi mesi aperto sulla Bowery - Mister Bang sta chiacchierando con gli altri membri della formazione: Todd Nicholson al contrabbasso, Andrew Bemkey alle tastiere (non ci sarà un pianoforte lì dentro), e Sir Earl Grice alla batteria.

Entriamo annunciandoci, siamo in un ospedale.

Tina Erfer, la nostra accompagnatrice, ci scorta in ascensore e ci fa strada, chiudendo tutte le porte dietro di sé: siamo in un ospedale, ma siamo anche nel reparto di psichiatria infantile, dove bambini e adolescenti trascorrono le prime tre settimane di un programma di cura che, una volta usciti, continuerà nel tempo, in alcuni casi seguiti da una nuova famiglia.

Tina è coordinatrice per il NYC Department of Education (il locale assessorato all’istruzione) di un programma di scuola negli ospedali, le "Hospital Schools", che si svolge in numerose strutture in tutta la città; ma soprattutto, Tina è una danzaterapeuta... e da queste parti (ce n’eravamo quasi dimenticati) il jazz si balla, eccome!

Cosi', dal 2007, grazie alla collaborazione con la Jazz Foundation of America, Tina ha fatto entrare in reparto numerose formazioni, musica ma soprattutto musicisti che si relazionano a chi ascolta: perché con i piccoli ospiti bisogna saperci fare sul piano personale, è un pubblico speciale che chiede comunicazione, calore, inventiva, simpatia e profondità, e che mette alla prova la capacità della band di reagire immediatamente al contesto emotivo, verbale e corporeo, spesso imprevedibile.

Tina mi raccomanda di scrivere che il gruppo di Billy Bang, che qui c’era già stato l’anno scorso, è quello che è piaciuto di piú: ma, paragoni a parte, il concerto (perché si tratta di un concerto in piena regola, con tanto di presentazione dei membri del gruppo, applausi dopo i soli, spiegazioni sui singoli pezzi, ringraziamenti, bis e richiesta di autografi... un minicorso di socializzazione alla fruizione musicale!) lo vivo con stupefazione.

Con stupefazione e con sorpresa, ridendo di me stessa ogni minuto di piú quando mi accorgo che la mia apprensione per la buona riuscita dell’interazione - oddio, Todd inizia un assolo iperdilatato al contrabbasso... Billy si lancia in una delle sue battaglie spasmodiche e laceranti con l’archetto... Andrew si incunea tra toni sempre piú cupi... e dalla batteria di Earl fuoriescono dei complicatissimi poliritmi... accidenti, sembra di essere ad un concerto in un club di quelli tosti... nessuna concessione, zero ammiccamenti... ma ce la faranno gli spettatori, quasi una trentina tra bambini e adolescenti? - non ha alcun motivo d’esistere!

Già, perché i piccoli si lasciano avvolgere dalla musica come se fosse un guanto di velluto che ammorbidisce tutte le ruvidezze, e se fanno casino, beh, l’escursione dinamica dei quattro ne fa ancora di piú, portando gli ospiti, uno dopo l’altro, anche quelli piú riluttanti, a ballare a ritmo di jazz: ballano i bambini, da soli o incoraggiati dalle insegnanti - gran belle tipe, dispensatrici di calore e disciplina al tempo stesso -, ballano le insegnanti, ballano gli operatori, balla chi passa di lì.

E quando il concerto di un’ora (un tempo interminabile per chi abbia problemi di attenzione come la gran parte degli ospiti qui, mi fanno notare le insegnanti entusiaste per la grande partecipazione) finisce culminando con il calypso solare di "St. Thomas" di rollinsiana memoria, l’anonimo corridoio-anticamera di due salette per riunioni sembra quasi una dance hall, ed io penso che la magia della musica può essere davvero grande.

Perché se qualcuno ha seguito il concerto con gli occhi sgranati dall’inizio alla fine e qualcun’altro ha finalmente rivelato le proprie doti nascoste di danzatore, per altri ancora il corpo ha faticato e non poco, si è mosso a scatti, è fuggito dalla stanza, si è rifugiato in un angolo, la faccia nascosta tra le mani... ma per un attimo ha ballato.

Lo sai? E' il potere curativo della musica, mi dice Tina prima di salutarci; lo vedi? E' il potere curativo della musica, mi dicono quattro musicisti... can you feel it?... sfiniti e soddisfatti.

Visita il sito della: Jazz Foundation of America.

Foto di Claudio Casanova


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