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Bill Smith - Enrico Pieranunzi
Negli ultimi decenni in Italia non si è potuto ascoltare di frequente Bill Smith. Rara quindi l'occasione offerta il 13 aprile (unica data in Italia) dalla rassegna "Contrasti: il clarinetto da Mozart al jazz" svoltasi nella ex Chiesa di Santa Cristina a Bologna. Non è un caso inoltre se nell'appuntamento bolognese, l'ultimo della rassegna, l'ottantacinquenne clarinettista americano fosse affiancato da Enrico Pieranunzi al piano: i due musicisti infatti collaborano fin dal 1977, quando ebbero modo di incontrarsi e frequentarsi a Roma, dove Smith, già vincitore del Prix de Rome, stava usufruendo di una borsa di studio offerta dalla Guggenheim Foundation.
Aperto da una libera improvvisazione su un'armonia di blues, il concerto è proseguito con una Sonata di Darius Milhaud del 1927 e un omaggio a Bach, in cui un'improvvisazione elegante e compassata si è sviluppata su un nucleo armonico del compositore tedesco. I due movimenti della Sonata del 1941-42 di un giovane Leonard Bernstein ha palesato influenze di Paul Hindemith e di Aaron Copland, mentre solo nel bis è stato rivisitato uno standard del jazz, il frequentatissimo "All the Things You Are" affrontato con sapiente e rilassato swing.
Ma gli apici del concerto sono stati raggiunti in altri brani: innanzi tutto in "Space," composizione di Smith in cui una scrittura austera e contrastata si è intrecciata con naturalezza a sprazzi improvvisativi dei due interpreti, costituendo un esempio attuale di Third Stream Music. Fra l'altro in un passaggio il clarinettista ha scisso in due parti lo strumento imboccandole entrambe, quasi a rinnovare la tecnica del doppio aulòs già in uso nell'antica Grecia.
Inoltre sono risultati notevoli due brani in cui ognuno dei due partner si è espresso in solitudine. Una Sonata giovanile per clarinetto solo, scritta da John Cage nel 1933, è stata impreziosita da variazioni coloristiche inserite da Smith con l'approvazione dello stesso autore. Pieranunzi invece ha proposto una rivisitazione delle Sonate di Domenico Scarlatti (a cui ha dedicato un suo notevole CD, Plays Domenico Scarlatti), da un lato facendo emergere echi popolareschi già insiti nella partitura originale, dall'altro introducendo elaborazioni armoniche e dinamiche che hanno attualizzato il mondo espressivo del compositore settecentesco, conferendogli caratteri novecenteschi.
Nel complesso il concerto si è retto su un dialogo pacato, di austero camerismo, senza trasgressioni o eccessi, ma anche senza quelle esibizioni virtuosistiche particolarmente coinvolgenti a cui tanti interpreti più giovani ci hanno abituato negli ultimi anni, in ambito jazzistico come in quello della musica classica. Proprio per questo si è respirato un senso di misura, di colloquiale intimismo. Ma soprattutto si ha avuto l'opportunità di assistere a un autentico pezzo di storia, ad una riproposizione cioè dell'approccio della Third Stream Music, di quel particolare connubio fra jazz e musica classica, fra composizione e improvvisazione, di cui Bill Smith è stato uno dei protagonisti più convinti e coerenti fin dagli anni Quaranta.
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