Home » Articoli » Live Review » Bergamo Jazz 2008

1

Bergamo Jazz 2008

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

View read count
Teatro Donizetti - Bergamo - 14-15-16 marzo 2008

"Bergamo Jazz", quest'anno alla sua trentesima edizione - la terza sotto direzione artistica del pianista e compositore statunitense Uri Caine - ha proposto ancora una volta un programma vario e di qualità, con diverse esclusive nazionali.

L'idea di base era quella di offrire un'idea delle varie forme del jazz contemporaneo: l'organizzazione e il direttore artistico sono riusciti nell'intento, anche se con alterni risultati qualitativi.

Come nella passata edizione il contingente statunitense è stato dominante, ben integrato però con altre proposte, originali e interessanti.

La prima sera si va dal clima caraibico di Cuba alla mediterraneità italiana, la seconda sera sono di scena "New York" e le sue diverse espressioni, e la terza ed ultima sera il comune denominatore è la tromba, pur in due diverse modalità espressive: dall'esplorazione Nordeuropea all'hard-bop statunitense.

Il Teatro Donizetti, che ha ospitato gli spettacoli serali, e gli altri spazi utilizzati durante il giorno, hanno mostrato sempre, malgrado l'eterogeneità delle proposte, un notevole afflusso di pubblico e una grande attenzione da parte della stampa.

Ad aprire le danze è Chucho Valdes, uno dei massimi esponenti della musica cubana e del pianismo internazionale, con il suo quintetto.

Valdes strabilia il pubblico con un fraseggio da vero fuoriclasse e doti tecniche invidiabili, ma senza particolari elementi di novità. Il quintetto si muove nell'ambito della musica cubana con qualche riferimento fusion e jazz, "Birdland", "Blue Rondo à la Turk", e tutte le esecuzioni puntano molto sul virtuosismo e la voglia di stupire dei singoli componenti. L'amplificazione purtroppo non è eccellente e il contrabbassista Lázaro Rivero per quasi tutto il concerto è pressoché inudibile, il batterista Juan Carlos Rojas ha un drumming asciutto e ben calibrato (stranamente poco muscoloso), mentre il funambolico percussionista Yaroldy Abreu vuole stupire a tutti i costi, mostrando però buone doti.

La cantante Mayra Caridad Valdés, che si unisce al quintetto per un paio di brani, non modifica sostanzialmente l'esito del concerto che fila via liscio con l'apprezzamento del pubblico.

A seguire la Cosmic Band di Gianluca Petrella rappresenta una scena italiana effervescente, piena di giovani talenti con idee ed estro da vendere. Questo splendido tentetto fonde alcuni dei migliori elementi di giovani collettivi italiani: El Gallo Rojo, Bassesfere, Young Jazz (Foligno), ecc.

Petrella continua a ricevere consenso da parte della critica in varie parti del mondo, fortunatamente però sembra non accontentarsi, e oltre a collaborazioni importanti mostra grande progettualità con Indigo4, Tubolibre e Cosmic Band.

Lo spettacolo andato in scena è molto maturato rispetto alla prima esecuzione della Casa del Jazz (registrazione uscita per l'Espresso) e si muove principalmente su musiche dell'Arkestra di Sun Ra, alcune composizioni originali del leader e qualche eco del Willem Breuker Kollektief.

Il progetto mostra ancora margini di miglioramento, ma nel complesso è una delle cose più belle e meglio riuscite viste a Bergamo.

Di gran livello le individualità che hanno accompagnato Petrella in questa avventura: Francesco Bigoni si conferma come una delle voci più interessanti al sax tenore per timbro e libertà nel fraseggio, belle conferme vengono da Beppe Scardino al sax baritono, Gabrio Baldacci alla chitarra e Alfonso Santimone alle tastiere.

Alcune novità interessanti in Mirko Rubegni alla tromba, Simone Padovani alle percussioni e in particolare Federico Scettri alla batteria (giovane musicista - ventidue anni - che da qualche tempo si è unito al duo Bigoni/Borghini), mentre un po' in ombra Giovanni Guidi al piano e Francesco Ponticelli al contrabbasso.

Petrella sul palco sembra posseduto e tra un assolo e l'altro dirige animando il gruppo con una carica emotiva notevole.

Il gruppo mette anche ironicamente in scena una simpatica "gag", e durante un brano in piano trio gli altri mimano il rumoreggiare di piatti e posate, tipico dei club.

Finale col botto: questa banda davvero cosmica esegue "We Travel the Spaceways" di Sun Ra, in modo corale ed emozionante, e termina con un coretto durante l'uscita dei musicisti, nella penombra, in pieno stile Arkestra.

La sera successiva la scena di New York è rappresentata splendidamente dal Claudia 5et di John Hollenbeck e dalla Nublu Orchestra diretta da Lawrence "Butch" Morris.

Ad iniziare la serata è il Claudia 5et (nome che pare abbiano ereditato da una fan che li tempestava di e-mail) formazione attiva ormai da una decina di anni: una crescita artistica progressiva testimoniata dai dischi fin qui prodotti; l'ultimo, For, del 2007, è davvero bello e interessante.

In apertura un "medley" con tre composizioni di Carpenter e a seguire una composizione di Stan Kenton che non riescono a esprimere al meglio il potenziale del gruppo.

Il repertorio è quasi interamente scritto ed è forse questo l'unico neo dell'esecuzione, ineccepibile, ma che poco aggiunge ai valori espressi su disco; le sonorità fondono elementi di musica da camera, jazz e folk.

Hollenbeck, asciutto e colorito nel drumming, in questo progetto è accompagnato da musicisti di grande valore. Drew Gress al contrabbasso e Chris Speed al clarinetto e al sax tenore si confermano tra gli esponenti più rappresentativi della "Downtown Newyorchese", Matt Moran al vibrafono è misurato e preciso e Ted Reichman alla fisarmonica, con le sue sonorità magmatiche, funge da polarizzatore del suono.

Il gruppo suona splendidamente, l'amplificazione è impeccabile e via via la scaletta dà vita a un'escalation qualitativa che vede nei due brani finali, non a caso tratti dall'ultimo album, le vette più alte.

A seguire il tanto atteso clou del Festival: "Conduction No. 175, Nublu 7" che vede Butch Morris alla direzione della Nublu Orchestra.

L'esercizio messo in pratica è assai difficile e rischioso, dal risultato imprevedibile, sempre diverso e più o meno compiuto, ma proprio per questo intrigante.

L'orchestra vede ruotare attorno a Ilhan Ersahin (fondatore del club Nublu di Istanbul, cui ha poi fatto seguito quello di New York) un nucleo pressoché stabile - pur con qualche avvicendamento temporaneo - di musicisti provenienti da diverse aree musicali.

Morris si presenta umile e autorevole come sempre di fronte a questa nuova sfida, la partenza è un lento crescendo in cui gli sprazzi di free trovano pian piano sempre più spazio. Una sorta di composizione istantanea su frammenti sonori, tracce minime in un contesto di improvvisazione libera, dove il ruolo di Morris corrisponde sia a quello del direttore d'orchestra che a quello del compositore che crea in tempo reale.

Unici nei della performance sono il nervosismo e la tensione - da subito evidenti nei musicisti - che fanno sì che la sbavatura o l'imprecisione siano sempre in agguato, col rischio che Morris decida di chiudere anticipatamente la performance: sembra insomma di assistere a una sorta di "roulette russa".

In sala il pubblico assiste in religioso silenzio e i musicisti si mostrano attenti e preparati dando vita a un risultato di grande impatto, a metà tra il free jazz, la musica colta contemporanea e il groove, con le movenze della "Conduction" di Morris, che incantano.

Tutti i componenti dell'orchestra suonano al meglio e alcune individualità spiccano: Ilhan Ersahin al sax tenore è il solista più in luce con assoli belli e compiuti, Graham Haynes alla cornetta è impeccabile e molto attento alla gestualità di Morris, che spesso gli indica l'uso della sordina o altro, Kenny Wollesen alla batteria al solito stupisce per estro e creatività in un contesto in cui la base ritmica è assente, o quasi, e in ultimo, ma non per importanza, J.A. Deane ai campionamenti live, elemento determinante che aggrega il suono e scandisce il tempo.

Curioso il modo di interagire dei chitarristi Doug Wieselman (maggiormente noto come sassofonista) e Zeke Zima, posti frontalmente ai fianchi dell'orchestra quasi ad ammiccare al duello, ma con "riff" abbastanza misurati.

La serata è riuscita e il maestro concede un bis: se si esclude il nervosismo dei componenti il risultato nel complesso non delude per nulla le aspettative.

L'ultima sera è la tromba a farla da padrona con due esponenti estremamente lontani tra loro per provenienza geografica - Nord-Europa e Stati Uniti - e per linguaggio (con ogni probabilità la distanza tra i due artisti difficilmente riesce ad accontentare lo stesso pubblico).

A iniziare è il trio norvegese guidato da Arve Henriksen alla tromba accompagnato per l'occasione dal fido Jan Bang ai campionatori e per la prima volta dal pianista del trio " In the Country", Morten Qvenild.

L'inizio è struggente ed emozionante, il primo brano lascia a bocca aperta per poesia e intensità, Qvenild al piano inizia alla grande, Bang si mostra misurato e mai invadente ed Henriksen delizia il pubblico con il suo suono "flautato", diafano e polveroso, davvero inconfondibile.

La cifra stilistica di Henriksen è come sempre molto originale e Jan Bang si mostra compagno ideale, mentre Qvenild alla sua prima esecuzione si alterna tra piano, sintetizzatori ed elettronica.

A seguire Henriksen attacca un brano più sperimentale, dal respiro folk, ispirato alla cultura lappone (del popolo sami) con lunghe parti cantate e sonorità gutturali. Qvenild si unisce a Bang e insieme si producono in una lunga parte di musica dalla forte componente elettronica, per terminare poi con Henriksen alla tromba con una struggente melodia di Monteverdi.

Jan Bang e Morten Qvenild fanno ampio uso dell'elettronica, Henriksen al contrario decide di ridurla e durante il set propone tecniche diverse: alla tromba alterna parti con e senza bocchino a parti con ance da sassofono, alla voce il farsetto a suoni più bassi e gutturali, e suona poi a tratti due trombe contemporaneamente (sonorità acustica ed elettronica in perfetta simmetria).

La performance nel complesso risulta essere di buon livello, ma la formazione è visibilmente meno affiatata rispetto al trio "Chiaroscuro" (con Audun Kleive alla batteria e percussioni al posto di Qvenild), proprio perché alla sua prima esibizione.

A seguire Roy Hargrove col suo quintetto mette in scena un hard-bop un po' appannato nell'esecuzione. Strano perché generalmente questi gruppi sfoderano virtuosismi e doti tecniche in abbondanza.

Ma non è questo il caso in quanto, a cominciare dal batterista Montez Coleman (troppo esuberante) passando per il sassofonista Justin Robinson, più preoccupato di emulare eroi del passato (Cannonbal Adderley) che di trovare poetica e inventiva, anche sul piano tecnico l'organico risulta discutibile, e il leader con Gerald Clayton e Danton Boller (rispettivamente pianoforte e contrabbasso) non riescono il alcun modo a risollevare le sorti della performance.

Verso la fine Hargrove invita Roberta Gambarini a unirsi al gruppo, ma ciò non migliora in alcun modo il risultato finale.

Nell'incontro pomeridiano di sabato alla Galleria d'Arte Moderna, Django Bates purtroppo non è riuscito a far decollare il suo set di piano, voce e corno. Peccato perché nei dischi Bates ha sempre mostrato originalità e comunicativa, ma dal vivo ormai è una costante delusione. Praticamente ininfluenti i tratti al corno, assai discutibili i brani cantati.

La domenica mattina nella Sala Conferenze del Teatro Donizetti Uri Caine incontra e discute con Gianluigi Trovesi - il critico musicale Angelo Folletto come moderatore - sulle modalità di approccio alla musica classica e le diversità e similitudini della musica.

Foto di Roberto Cifarelli.

Ulteriori immagini tratte dal concerto di Arve Henriksen sono disponibili nella galleria immagini.


AAJ Italy Staff FOLLOW AAJ Italy Staff and get notified whenever a new article published.
Designated author for the AAJ Italy archive.

Tags


PREVIOUS / NEXT




Become a Sustaining Member

Get the Jazz Near You newsletter

Since 1995, All About Jazz has championed jazz as an art form and supported the musicians who create it. Over three decades, it has grown into one of the world's leading jazz resources, serving hundreds of thousands of readers, musicians, presenters and industry professionals each month.

Help Build the Future of All About Jazz

Your support helps us continue building All About Jazz for the next generation—expanding our editorial coverage, preserving jazz history, developing new community features and creating better ways to discover the music and the people behind it.

Become a sustaining member for as little as $20 per year and you'll immediately enjoy an ad-free experience along with access to subscriber features and future articles for a full year.

Together, we're not simply sustaining All About Jazz—we're building its future. Thank you for being part of the journey.

More

Popular

Chicche dall'archivio

Get more of a good thing!

Our weekly newsletters highlight our top stories, top album reviews, website news, free songs, radio & podcast shows, news, and upcoming jazz events near you.