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Azzorre: Angrajazz 2010

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Angra do Heroísmo, 1-4.10.2010

Da sempre l'arcipelago delle Azzorre, in pieno Oceano Atlantico ma già noto e abitato prima della scoperta dell'America, costituisce un raccordo naturale e un ponte imprescindibile nei rapporti di vario genere fra i due continenti. Angra do Heroísmo è la città principale dell'isola di Terceira: devastata da un terremoto nel 1980 è stata ricostruita nel più filologico rispetto della tipologia edilizia tradizionale e nel 1983 è stata dichiarata patrimonio dell'umanità dall'UNESCO.

Nel recensire Angrajazz 2010, festival svoltosi appunto ad Angra do Heroísmo, c'è il grosso rischio di indulgere ad annotazioni di colore, propinando un'invitante foto turistica. Per evitare questo rischio è utile iniziare dando qualche informazione sulla storia del jazz a Terceira.

Una tappa importante si registrò nel dopoguerra, quando questa musica era di casa nelle basi militari americane, ma una svolta decisiva intervenne nel 1999, quando un manipolo di appassionati decise di costituire l'Associação Cultural Angrajazz, riuscendo ad ottenere dal Comune i finanziamenti per mettere in piedi la prima edizione del festival. In dodici anni l'associazione ha organizzato 79 concerti, con la presenza di 376 musicisti, dei quali 121 portoghesi (63 originari delle Azzorre) e 255 stranieri.

Certo, per comprensibili motivi logistici non è facile organizzare un festival jazz nelle Azzorre. L'architetto Miguel Cunha, uno dei fondatori dell'associazione ed uno dei quattro membri attuali del comitato esecutivo, afferma: "Purtroppo la posizione geografica di Terceira fa sì che circa il 40% delle spese sia destinato ai voli e all'ospitalità. Quest'anno la spesa complessiva si aggira intorno ai 100.000 euro e viene coperta per il 45% dai finanziamenti pubblici, per il 45% dagli sponsor privati, fra i quali la TAP, e per il restante 10% dai biglietti venduti. Per quanto riguarda le scelte artistiche viene comunque lasciata all'associazione la più completa libertà e responsabilità da parte delle istituzioni pubbliche e private. Al nostro interno inoltre non c'è la figura di un vero e proprio direttore artistico e le decisioni vengono prese collegialmente".

Fin dai suoi esordi l'associazione non si è limitata solo ad organizzare concerti, ma, tramite iniziative collaterali, ha avuto come obiettivo anche quello di stimolare l'interesse per il jazz e la pratica di questa musica. È stata quindi costituita la Orquestra Angrajazz, comprendente prevalentemente giovani musicisti di Terceira. L'orchestra, riconosciuta come un importante progetto di formazione musicale e per questo finanziata dal Comune di Angra do Heroísmo e dall'Assessorato regionale alla Gioventù, viene preparata e diretta da Pedro Moreira e Claus Nymark, entrambi insegnanti alla scuola di jazz dell'Hot Clube de Portugal.

Appunto con la Orquestra Angrajazz il 1° ottobre si è aperta la dodicesima edizione del festival, ospitata nell'auditorium principale, che contiene 550 posti, del Centro Cultural e de Congressos. Questo edificio polifunzionale è stato progettato dallo stesso Miguel Cunha, che ha riproposto la pianta centrale della preesistente arena per le corride.

Un repertorio incentrato soprattutto su brani di Hancock e di Shorter è stato eseguito in modo un po' scolastico senza rivelare spiccate individualità. Proprio tenuto conto della funzione formativa dell'orchestra, questi giovani meriterebbero forse arrangiamenti più audaci e stimolanti di quelli stancamente mainstream predisposti per loro. Il trombonista Luis Cunha, ospite d'onore, ha esposto un linguaggio calibrato, di derivazione cool, un po' piatto e con poco swing. Più convincente è risultato il direttore Claus Nymark nei pochi momenti in cui ha imboccato il trombone con accenti esperti e corposi.

Altra protagonista portoghese è stata la cantante Paula Oliveira, la cui formazione si è snodata fra Portogallo, Spagna, New York e la cui attività professionale ha preso sempre più corpo a cominciare dalla metà degli anni Novanta. Ad Angra si è esibita con l'ottetto Lisbones, presentando il suo ultimo CD Raça. Gli arrangiamenti, dovuti al trombonista Lars Arens, hanno costituito l'aspetto più rimarchevole del loro set: in particolare sono emersi i passaggi puntigliosamente scritti del quartetto di tromboni, dal sapore neo-cool. Pregevole anche il lavoro svolto dal pianista Leo Tardin.

Quanto alla voce della Oliveira, è stata apprezzabile soprattutto nei tempi lenti e nel registro medio-basso, dove, pur senza possedere doti straordinarie, ha saputo modulare in modo accattivante i testi delle sue meditabonde song più che quelli dei pochi standard affrontati.

La presenza locale, rappresentativa oltre che dovuta, è stata dunque lodevole, anche se indubbiamente il Portogallo sarebbe in grado di offrire proposte di maggiore consistenza. Il cartellone si è dunque affidato soprattutto al richiamo e alla qualità delle compagini straniere.

Il concerto del trio di Stefano Bollani, cominciato in tono soft, è stato un continuo crescendo fino a raggiungere il prevedibile successo, riuscendo a coinvolgere sia il disponibile pubblico che gli addetti ai lavori. Il pianista ha profuso la sua immaginifica musicalità, non solo tramite la sua cangiante concezione pianistica e la conseguente sensibilità del tocco, ma anche quando ha cantato con confidenziale ironia "There Will Never Be Another You" o quando si è rivolto alla platea con una sorta di comico "esperanto" brasiliano-italiano.

Con un interplay raffinato e attento, Jasper Bodilsen e Morten Lund, i due affiatati partner danesi, hanno aggiunto colori e trame complementari. Il repertorio ha veleggiato fra original, temi brasiliani o nordici, fino a concludersi con un bis a firma di Bodilsen: "Edith," il cui incedere ha ricordato "Fleurette africaine" di Duke Ellington.

La tradizione afroamericana è stata rappresentata dall'eredità lasciata dal grande Charles Mingus, come interpretata dalla Mingus Dinasty fin dal 1979, anno della sua fondazione. La formazione della band, di volta in volta variabile, comprendeva in questo caso Alex Sipiagin alla tromba, Frank Lacy al trombone, i tenoristi Abraham Burton e Wayne Escoffery, Kenny Drew Jr. al piano, Boris Kozlov al contrabbasso e Donald Edwards alla batteria.

Che dire che non possa sembrare scontato? I bei temi e la fluidità degli arrangiamenti hanno dato corpo a situazioni di sanguigna densità e ad una sequenza di pregevoli sortite solistiche. In particolare si è assistito ad una fruttuosa competizione fra i due sassofonisti, una sorta di tenor battle che non ha visto un vincitore, ma che ha messo in evidenza le diverse personalità espressive. Sono emersi anche l'arabescato pianismo di Kenny Drew Jr., il poderoso trombone e il canto ruvidamente declamatorio di Lacy, le impennate brucianti della tromba di Sipiagin, senza dimenticare il solido ancoraggio ritmico fornito da Kozlov e Edwards.

Dopo che la domenica 3 ottobre è stata dedicata a una tavola rotonda sul tema dei molteplici incroci fra jazz e musiche di varie tradizioni etniche, con la partecipazione del sottoscritto, di Paulo Barbosa e Leonel Santos, la serata conclusiva, tutta francese, è stata aperta dall'attuale formazione della Orchestre National de Jazz, piuttosto giovane e ben assortita. Per l'occasione è stato ripreso il progetto ispirato a Billie Holiday, il primo fra quelli organizzati da Daniel Yvinec da quando, un anno e mezzo fa, ha assunto la direzione dell'orchestra.

Le contrapposte voci dei due cantanti (da cupo, scafato crooner quella del britannico Ian Siegal, distaccata e diafana quella della francese Karen Lano) sono state avvolte da impasti di sonorità liquide, da accordi audaci o da cadenze innodiche, mentre spazi solistici, anche nelle introduzioni dei brani, sono stati riservati a tutti i membri della band. Si sono così messi in evidenza soprattutto la rapsodica e ridondante pianista Eve Risser, il possente batterista Yoann Serra e l'insinuante flautista Joce Mienniel. Chitarra, chitarra basso e le tastiere di Vincent Lafont, oltre alle parti scritte per i fiati, hanno fornito un ondivago ma consistente tessuto connettivo dalla serpeggiante componente elettronica.

Yvinec è salito sul palco solo a concerto concluso, a prendersi gli applausi e a presentare i membri della formazione; quasi a voler dimostrare che, imparati gli arrangiamenti, è preferibile che i ragazzi si gestiscano da soli. Ma di fatto sono stati proprio gli arrangiamenti, ad opera di Yvinec coadiuvato da Alban Darche, a costituire le strutture portanti, le variegate trame di un percorso che non ha avuto momenti di cedimento.

Angrajazz 2010 si è chiuso con il concerto di gran lunga migliore del festival, quello del Transatlantik Quartet di Henry Texier (con Joe Lovano, Steve Swallow e Aldo Romano), formazione che continua a riunirsi saltuariamente da quando si formò nel 1988. Nel riproporre brani suoi o degli altri componenti del quartetto, temi intriganti, dinamici, a volte dal profumo esotico, Texier è apparso in gran forma: ha suonato il contrabbasso con quella sua inconfondibile identità sonora e dinamica, confermandosi anche leader carismatico. Si potrebbe dire a tale proposito che con collaboratori di quel calibro chiunque sarebbe in grado di svolgere quella funzione; invece l'alta qualità del concerto è stata garantita proprio dal controllo esercitato dal contrabbassista, oltre che dal rifiuto del protagonismo e dall'intesa che ha legato i quattro fuoriclasse.

Il sassofonista americano, meno stentoreo che in altre occasioni, ha sviluppato i suoi assoli con toni opportunamente variati: sornione o accorato, di terrena concretezza o di immaginifica visionarietà. Swallow ha quasi sostenuto il ruolo di jolly, ora intrecciandosi in modo estremamente morbido e mobile al contrabbasso del leader, ora unendosi a Lovano per esporre i temi all'unisono con grande precisione, ora elaborando un proprio sinuoso e allusivo spazio solistico. Il drumming di Aldo Romano infine, essenziale e leggero, di una semplicità ed efficacia da manuale, è riuscito a creare uno swing irresistibile.

Foto dei concerti : Jorge Monjardino

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