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Anthony Braxton Septet
Spazio Officina - Chiasso - 26.01.2008
Capita spesso in questo “mestiere” di percepire l’inadeguatezza di ciò che si scrive. La distanza tra quello che si è visto-sentito e quello che si riesce a raccontare è spesso imbarazzante, se non addirittura frustrante. Quando poi c’è di mezzo uno come Braxton, l’impresa del recensore si fa davvero titanica.
Non prendetevela, dunque, per ciò che non troverete in queste righe o per quello che avreste creduto di trovare e, invece, clamorosamente latita. Leggete quanto segue come un pallido tentativo di suggerire alcuni spunti di riflessione, mettere a nudo sensazioni, offrire quanto sedimentato nella coscienza a qualche ora di distanza dall’evento, razionalizzare - ove possibile - i termini di un’esperienza complessa, totalizzante e necessariamente soggettiva.
In principio è la clessidra. Un’ora esatta in forma di bianca sabbia che scorre. Nulla di calcolato o cervellotico nel gesto che tradizionalmente apre le esibizioni dei gruppi allargati del sassofonista di Chicago. Capovolgere quell’aggeggio pone limiti, squisitamente arbitrari, a un qualcosa che, per sua natura, limiti non ha. O meglio, un inizio ci sarebbe, da considerare come semplice istante in cui si avverte il passaggio dal silenzio alla musica, ma non un epilogo necessario. Sostanza infinita la musica di Braxton, alla quale la mano del creatore impone un termine, circoscrivendo in maniera semplice uno spazio misurabile all’interno dell’universo del possibile.
L’impatto del settetto è fin da subito squassante e intenso. La creatura si dibatte, si contorce, palpita e recalcitra. La musica si nutre di tensioni e dalle tensioni trae la propria dirompente carica emotiva. Tensioni nella voce dei solisti, spesso impegnati a portare al limite le possibilità linguistiche dei singoli strumenti; tensioni tra un musicista e l’altro, con tanto di agguati, imboscate e sortite inattese; tensioni tra i sottogruppi che si formano nella scomposizione reiterata del numero sette, in un gioco incessante di alleanze, opposizioni e neutralità; tensioni scritte e pianificate, complesse architetture del pentagramma uscite dalla penna del leader. Il risultato di tali dinamiche è un flusso in perenne divenire, un magma instabile che muove in più direzioni contemporaneamente, delinea molteplici traiettorie senza per questo smarrire una meravigliosa unità di fondo e un’empatica comunione d’intenti.
Diluite le ossessive cadenze ipnotiche del periodo ghost trance, l’arte di Braxton spazia tra momenti di pura divagazione a passaggi corposamente energici, increspature frastornanti e spigoli acuminati, improvvise sospensioni e accelerazioni brucianti, biforcazioni vertiginose e sbandate clamorose.
Primus inter pares, il titolare del settetto assolve il compito di punto di riferimento imprescindibile, guida esperta e padre affettuoso che incoraggia i figliocci con sorrisi eloquenti e sguardi carichi di approvazione. Con l’ausilio della solita lavagnetta e della consueta gestualità, il maestro preannuncia le sterzate, suggerisce i cambi di direzione, richiama all’ordine l’affiatata truppa, introduce elementi di scrittura; il tutto senza mai mettere in discussione il libero arbitrio di ciascun presente, anzi, esaltandone le potenzialità e stimolandone la creatività. E quando è il momento di imbracciare il contralto o il soprano, c’è da rimanere a bocca spalancata per l’intensità del fraseggio, per la profonda e sofferta espressività della pronuncia, per la naturalezza e al contempo l’audacia delle soluzioni timbriche.
Da rimarcare, in una formazione in continua crescita, l’apporto di Mary Halvorson. La giovane chitarrista aveva già attirato l’attenzione per quanto fatto nel recente On and Off con Jessica Pavone e con Kevin Shea nei People, ma l’esibizione di Chiasso ha veramente superato le attese. Asciutta e precisa, delicata e armonicamente sorprendente, la Halvorson ha pochi eguali in fatto di ricerca sulla purezza del suono dello strumento. In lei rivivono l’essenzialità, il rigore e la compostezza timbrica di Derek Bailey, affiancate da un insopprimibile attrazione per i ritmi sghembi, i fraseggi contorti e le soluzioni più imprevedibili.
Il resto è storia nota. Le bordate violente del contrabbasso elettronico di Chris Dahlgren; la viola isterica e suadente di Jessica Pavone; la punteggiatura dell’alter-ego Taylor Ho-Bynum alle trombe, trombette, sordine improbabili e giocattoli vari; la tuba carnosa e scura di Jay Rozen, di tanto in tanto soffocata da un vassoio di alluminio; le percussioni e il vibrafono di Aaron Siegel, presenza discreta, ma essenziale. Insomma, l’impressione è che, dopo il quartetto anni Ottanta (Crispell, Hemingway e Dresser) e l’epoca d’oro della Ghost Trance (con, tra gli altri, Kevin Norton e Kevin O’Neil fidi scudieri), Braxton abbia di nuovo per le mani una creatura perfettamente in grado di realizzare le proprie fantasie, dar vita alle proprie ossessioni, assecondare la visionarietà di un autentico genio.
Ah, dimenticavo. Nella prima parte della serata si è esibito il quartetto di Rosario Giuliani, con Flavio Boltro alla tromba, Enzo Pietropaoli al contrabbasso e Fabrizio Sferra alla batteria. Sarebbe dovuto essere un sentito omaggio a Ornette Coleman, ma il set dei quattro italiani ha lasciato davvero freddi e perplessi. Non tanto, o meglio, non soltanto per la pedissequa riproposizione delle composizioni del padre Adamo del free, ma, soprattutto, per i continui sconfinamenti nella banalizzazione e nell’appiattimento delle partiture, delle quali sono state accentuate a dismisura le componenti maggiormente legate al beat, al groove, al blues gratuitamente esibizionista, sacrificando, di contro, la sfuggente ambiguità che regge il catalogo ornettiano. Sarà stato anche per quel che è seguito, ma il concerto di Giuliani e soci è apparso davvero diafano e impalpabile.
Foto di Roberto Cifarelli
Altre immagini tratte da questo concerto sono disponibili nella galleria immagini.
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