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Angelica'07 "Concerti Contemporanei"
Se ne parlava da un pezzo ormai: spasmodica l’attesa per l’evento degli eventi, l’incontro del secolo (anche se il secolo è appena cominciato), due giganti a confronto per la prima e, stando a quanto dichiarato dai diretti interessati, ultima volta. Cecil Taylor. Anthony Braxton. Angelica. Che altro chiedere?
Tre giorni dedicati al padre Adamo del free - 78 primavere e non sentirle - e un intero concerto riservato al tanto sbandierato faccia a faccia, quell’incredibile duo che in quattro decenni di frenetica attività parallela non si era mai trovato la volontà, il tempo o la voglia di realizzare (anche se l’ipotesi di una collaborazione era già stata ventilata, come racconta Francesco Martinelli in un articolo apparso di recente sul web-magazine Point of Departure). “Accadrà una sola volta e accadrà a Bologna”, recitava il comunicato stampa di presentazione del festival emiliano.
Beh, magari qualcuno di voi già saprà quanto avvenuto in quel di Bologna e Reggio Emilia. Una notizia un po’ originale non ha bisogno di alcun giornale, scrisse a ragion veduta un certo cantautore genovese. Inutile tergiversare, dunque, tanto vale iniziare il racconto dalla fatidica giornata di venerdì 12.
Bologna, tardo pomeriggio. Le prime notizie che trapelano dal teatro Comunale sono tutt’altro che confortanti: mister Taylor ha chiesto la presenza di William Parker e l’inedito duo si è già trasformato in un atipico trio. Pessimo indizio. Il faccia a faccia non ci sarà e, con tutto il rispetto per il buon Parker, è difficile nascondere la delusione per l’irripetibile occasione mancata. Qualcuno già vocifera di ripensamenti dell’ultima ora, di tensioni inconciliabili, di sonni ristoratori che hanno portato buoni consigli; quasi che il pianista abbia voluto un fido scudiero al fianco, abbia cercato di introdurre un elemento in grado di attutire le asperità e le inevitabili frizioni, una sorta di ammortizzatore fra i due ingombranti asteroidi in collisione.
Il concerto si apre con un’ora di improvvisazioni solitarie. A turno, i tre musicisti si esibiscono in lunghi soliloqui che servono d’introduzione e antipasto al piatto forte. Tocca al festeggiato padrone di casa rompere gli indugi, con un paio di letture-poesie divenute ormai specialità immancabile di casa-Taylor (se questo sia un bene o un male lascio a voi il compito di giudicarlo). A seguire, l’incredibile set dell’impareggiabile Braxton: una ventina di minuti al contralto che, a parere di chi scrive, hanno rappresentato l’apice dell’intera tre giorni emiliana. Autenticamente emozionante, profondo, struggente, il sassofonista dimostra, per l’ennesima volta, a quale grado di artistica perfezione siano ormai giunti i propri monologhi. Incredibile la naturalezza e la fluidità con cui vengono fatti convivere arditi passaggi, destrutturazioni furiose, lancinanti deflagrazioni; il tutto in un contesto di assoluta necessità espressiva e candida mancanza di forzature, un impossibile sintesi tra abbandono dionisiaco e imperturbabile bellezza apollinea. Sublime!
Al contrario, pochi gli spunti di riflessione offerti dal contrabbasso solo di Parker. Tutta giocata sui toni sovracuti dello strumento e sul funambolico uso di due archetti, la proposta del variopinto musicista convince poco, risultando un po’ scontata, per certi versi meccanica e a tratti impantanata in gratuiti virtuosismi.
Chiude la prima parte della serata Cecil Taylor, con un pezzo ritmicamente esitante, che procede a sobbalzi e scarti improvvisi, una strada tortuosa fitta di curve a gomito e strettoie. L’energia e la vitalità di Taylor sembrano non essere state minimamente intaccate dal trascorrere degli anni, anche se lo stile furioso del maestro si è visibilmente stemperato in un free più riflessivo e lirico, introspettivo e a tratti persino gustosamente “melodico”. Certo, il fuoco sacro non si è spento, stiamo sempre parlando dell’imprevedibile e lussureggiante Cecil Taylor, ma la rabbia cieca e anarchica che ha reso immortale il pianista sembra essersi attenuata in una dimensione maggiormente composta e parsimoniosa. Il primo ad esserne sorpreso è lo stesso Taylor, che non si vergogna d’indugiare sui propri passi con evidente compiacimento, di soppesare con gusto gli spunti narrativi partoriti dalla fervida immaginazione, di osservare da più angolazioni un’intuizione ritmica o armonica prima di procedere oltre.
Dopo una pausa di una decina di minuti, ecco finalmente l’ora del biblico evento. Il trio entra in scena, Parker imbraccia il contrabbasso, mentre Taylor bisbiglia qualcosa nell’orecchio di Braxton. Tre generazioni di magnifici interpreti del free si disputano la scena in un’improvvisazione collettiva che, ahimé, dura poco più di un quarto d’ora. Infatti, dopo un inizio soffuso e stentato, un paio di svolazzi al soprano di Braxton e, goccia che fa traboccare il vaso, dieci secondi di rabbiose impennate al sopranino, l’ottuagenario pianista si alza, raccoglie gli spartiti con fare scocciato e abbandona il palcoscenico. Parker, sfoderando un tempo di reazione degno di un centometrista, lo segue a ruota. L’unico visibilmente spiazzato è Braxton, che rimane col sopranino appoggiato alle labbra per qualche secondo prima di salutare i presenti e raggiungere i colleghi.
Ci vuole un po’ perchè il pubblico, attonito, realizzi quanto accaduto. Fischi, applausi ritmati, battiti dei piedi, urla: tutto inutile, le luci si riaccendono inesorabilmente e il sipario si chiude. È tutto tremendamente e grottescamente vero! Cecil Taylor-Anna Magnani si è comportato alla stregua della peggiore delle dive psicotiche e narcisiste, ha stracciato il copione ad ha abbandonato il set nel bel mezzo della scena madre: in barba ai paganti, agli organizzatori e, non ultimo, al genio di Braxton.
Il secondo atto della soap va in scena la sera successiva al teatro Valli di Reggio Emilia, location scelta per l’esibizione del cosiddetto Historical Quartet (Braxton, Taylor, Parker più Tony Oxley, alla seconda assoluta dopo un concerto al Royal Festival Hall di Londra). «Ci sarà solo Braxton», vocifera qualcuno. «Inevitabile che si assista a un concerto del trio», rileva con pacato realismo qualcun’altro. E invece, come se nulla fosse accaduto, ecco arrivare la conferma che i quattro hanno provato e sono decisi ad onorare gli impegni presi.
La prima parte della serata ricalca la formula dell’esibizione a turno adottata a Bologna. Iniziano Oxley e Taylor, protagonisti di un duo per voce recitante e percussioni. Poi è la volta di Parker: il corpulento contrabbassista entra in scena intonando una nenia tribale con un flauto in bambù, imbraccia lo strumento di competenza e si lancia in un solo formidabile per spericolatezza ritmica, con le corde del basso sfruttate a mo’ di percussioni, e potenza evocativa. La successiva apparizione di Braxton è salutata da un caloroso, e solidale, applauso.
Passando, in una sorta di anticlimax, dal sopranino al soprano e, infine, al contralto, il maestro lascia di nuovo attoniti per profondità emozionale, padronanza degli strumenti e naturalezza nell’esecuzione. Difficile immaginare un altro artista in grado di raggiungere tali vette in un contesto tanto ispido d’insidie come l’esibizione solitaria. Assolutamente inediti, e alquanto ironici, i consueti titoli alfanumerici canticchiati prima di ciascun brano, anche i più incalliti braxtoniani hanno giurato a fine concerto di non aver mai visto nulla del genere, e le strane giravolte esibite dal sassofonista nel bel mezzo delle esecuzioni.
L’ultimo della carrellata introduttiva è Taylor. Come già nelle precedenti serate, il pianista si lancia in una lunga improvvisazione ai limiti della “ballad”, un saliscendi increspato di venature romantiche, una concentrata esibizione dominata da un mood introspettivo e ramingo, obliquo e pensieroso, elegiaco e persino lirico (non dimenticate mai di rapportare tali aggettivi al signor Taylor). È evidente che certe pieghe radicaleggianti si sono alquanto appianate, se non altro nella rapidità d’esecuzione, nell’affollarsi tumultuoso delle soluzioni e nello spirito ciecamente iconoclasta, anche se l’imprevedibilità melodica e l’inesauribile fantasia restano, fortunatamente, intatte.
Niente pause questa volta, concluso il recital di Taylor entra in scena il resto del cosiddetto “Historical Quartet”. Bastano pochi minuti per capire che qualcuno, lì su quel palco, c’entra poco (già il fatto che Braxton sia posizionato alla sinistra di Oxley, e non davanti alla sezione ritmica, è sintomo indicativo di quanto sta per accadere). Il “Feel” trio (Taylor-Parker-Oxley) fila via come un treno, macina minuti senza scomporsi, sfoderando un suono compatto, imponente per la mole dei volumi sonori spostati e semplicemente incredibile per il livello di empatia raggiunto. Taylor è splendido nell’incedere scomposto; Parker sa perfettamente come riempire gli spazi concessi dalle scorribande dell’ingombrante pianista; l’astratto Oxley si muove in perfetta confidenza e stupefacente dimestichezza all’interno delle impossibili architetture tayloriane.
E Braxton? Braxton sta a guardare, esita, influisce poco o nulla nella scelta delle direzioni da seguire durante l’improvvisazione, appare quasi riluttante nell’avvicinarsi al microfono. Inspiegabile, poi, la cocciutaggine di Oxley nell’escludere sistematicamente il sassofonista dalle dinamiche del gruppo (in quaranta minuti di concerto nemmeno uno sguardo rivolto al collega); un ostruzionismo che sconfina nel livore, e nella maleducazione, allorquando Braxton, manco fosse l’ultimo dei pivellini, si becca pure un solenne “vaffa” per qualche barrito di troppo al clarinetto contrabbasso. Il bis conferma inconfutabilmente il canovaccio della performance, con il sassofonista spettatore privilegiato - dieci minuti dieci a braccia conserte! - e il trio che se ne va, magnificamente, per i fatti suoi. La stretta di mano finale fra i due primi attori vale più come attestato dell’immensa signorilità di Braxton, che della volontà riparatrice di Taylor. Che dire? Esperimento fallito, ma quanto è stato bello esserci!
Ah, dimenticavo. All’appello manca ancora la serata di Modena, giovedì 11; serata che, al cospetto di quanto accaduto a Bologna e Reggio, ha riservato “soltanto” spunti di riflessione strettamente musicali. Anche perchè, val la pena ricordarlo, il duo Taylor-Oxley è macchina rodata e perfettamente oliata, in cui l’astrattismo percussivo dell’inglese si sposa alla perfezione - assecondandolo - con l’estro incontenibile e tiranneggiante del pianista. Un paio di considerazioni val la pena aggiungere a quanto già ampiamente argomentato riguardo l’evoluzione del linguaggio di Taylor. Innanzitutto, il progressivo emergere delle radici afro-americane.
Non che in passato ci fossero dubbi sulla genesi del nostro (anche se in alcuni frangenti l’eccessiva insistenza sulle connessioni con alcuni aspetti della musica euro-colta ha rischiato di travisare l’arte profondamente “nera” del pianista), ma col trascorrere delle primavere appaiono ancora più saldi e conclamati i legami sotterranei, carsici e a volte persino inconsapevoli, riflessi incondizionati oserei dire, con lo stride-piano, il boogie-woogie, il ragtime e la grande tradizione del pianismo jazz-blues. L’altra certezza che il concerto di Modena ha regalato è l’inequivocabile avvicinamento del nostro a sonorità tipiche del repertorio della “popular song” americana - intesa in senso allargato - e a certe attitudini da “ballad player”, fatte di esitanti dilatazioni, accordi appoggiati con grazia, note lasciate evaporare, fughe ammiccanti e quant’altro. Forse è stata un’allucinazione collettiva, ma quel motivetto che tornava e ritornava negli svolazzi di Taylor (e che avrebbe fatto maliziosamente capolino pure nella serata di Reggio Emilia) sembrava proprio il tema de “Il Padrino” di Francis Ford Coppola, scritto con spiccato gusto neoromantico da Nino Rota.
Per ulteriori riflessioni su Cecil Taylor ad Angelica visita il blog di AAJ Italia
Foto di Claudio Casanova Altre immagini tratte dal concerto di Anthony Braxton, William Parker e Cecil Taylor sono disponibili nella galleria immagini.
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