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Amelia Cuni – Werner Durand
Cavallerizza Reale - Torino 23.09.06
L’Associazione culturale Il Mutamento - Zona Castalia ospita, all’interno della rassegna “Il Sacro attraverso l’Ordinario”, - in collaborazione con un’altra importante manifestazione cittadina, “Torino Spiritualità” - le suggestioni orientali di Amelia Cuni. Questa straordinaria cantante - studiosa, da molti anni, degli stili vocali dell’India, in particolare del dhrupad -, presenta a Torino Ashtayama, sorta di corrispettivo indiano della liturgia delle ore cristiana, in cui il ciclo della giornata viene suddiviso in otto fasce di tre ore, a ciascuna delle quali viene associato un determinato tipo melodico, il raga.
La scena è occupata da un cilindro di tessuto trasparente, metafora di una concezione circolare del tempo e del ciclo vitale, che abbbraccia tanto la dimensione umana quanto quella universale, unifica il micro e il macrocosmo, immerge l’io individuale nella totalità, connettendolo al purusa, all’atman, al Sé. All’interno di questa struttura si situa la figura di Amelia Cuni, la tonalità vivida dei capelli scuri in contrasto con il candore semplice dell’abito, separata solo in apparenza dall’ambiente circostante. La totalità, infatti, non è e non può essere, per definizione, esclusiva, ma include per attrazione le facoltà sensoriali e intellettive dello spettatore (che non è più semplicemente tale), scioglie i dualismi razionalistici fra soggetto e oggetto, mente ordinatrice e e materia misurabile, passato e presente. Neppure la distinzione fra interno ed esterno ha più ragione di sussistere: l’uno e l’altro interagiscono in uno scambio continuo: la gestualità di Amelia, sintesi altamente evocativa tra danza ed espressione teatrale, visibile dietro il velo, gioca con ciò che verso e fuori di quest’ultimo viene proiettato: le ombre, le luci e le immagini create da Uli Sigg; i suoni diffusi nello spazio da Werner Durand a partire da frammenti vocali estrapolati dal canto della Cuni, trattati elettronicamente e mixati dal vivo.
I materiali sonori campionati si uniscono senza forzature alla voce di Amelia, generando di volta in volta complessi intrecci polifonici, lunghi e meditativi bordoni o, ancora, effetti percussivi, in stretta connessione con la gestualità e con le immagini, che richiamano elementi naturali, come il fuoco, l’aria, acqua, fiori, ma anche volti umani, vedute urbane, figure astratte, sequenze numeriche digitali. Se è vero, come asseriva Yehudi Menuhin, che “In India la musica ha vissuto imperturbata per trenta secoli e più, con il placido moto che è proprio di un fiume, con l’ininterrotta evoluzione che è propria di un albero di sequoia”, si deve nondimeno alle grandi qualità improvvisative della Cuni e - all’impiego intelligente della tecnologia da parte dei suoi collaboratori - la riuscita nell’intento di mettere in relazione la tradizione millenaria con la contemporaneità, senza snaturare la prima né cedere alle mistificazioni postmoderne della seconda. All’interno della cornice formale del raga, invece, emozioni e simboli fluttuano liberamente, poggiando su una base estetica e spirituale solida, alla cui comprensione le categorie occidantali si dimostrano inadeguate; meglio, allora, riprendere le osservazioni del grande virtuoso del Jaipur Viram Jasani: “La nostra musica è molto intuitiva, si impara emotivamente, la comprensione di un raga viene acquisita emotivamente”.
La sobrietà delle melodie, che si sviluppano lente e avvolgenti, assume colori sempre diversi, seppure gradualmente cangianti, dalla luce diafana del mattino all’impeto percussivo che abita il settimo yama, quello notturno, in cui i movimenti ritimici della danza si intrecciano con la pulsazione espressa dalla voce, sino al mistero della notte profonda, evocato da un dolce canto melismatico su un tappeto corale inquietante ed etereo al tempo stesso. Non potrebbero trovare migliore realizzazione concreta queste parole di O. C. Gangoly: “Un raga e’ piu’ della sua forma fisica, del suo corpo. Esso ha un’anima, che si stabilisce nel corpo e lo abita. Nel linguaggio della musica indiana quest’anima, questo principio è chiamato rasa, ovvero profumo, sentimento, emozione appassionata”. Con i sensi e la mente pervasi da un’indefinita commistione di tutte queste fragranze emotive, di questi rasa - risvegliati, almeno a livello subconscio, dal magnetismo di Amelia Cuni - usciamo dal teatro a contemplare le stelle pulsanti nella notte di fine settembre.
Visita il sito di Amelia Cuni .
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