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Altoadige Jazz Festival 2007

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Bolzano e altre sedi - 7-16.06.2007

Tour de force, ma anche grande raduno conviviale, festa della musica e dell'ambiente, happening minuziosamente programmato e con qualche imprevisto, visita guidata attraverso le sorprese del Castel Firmiano (sede del Messner Mountain Museum), che l'ha ospitata.

Questo ed altro ancora è stata, il 7 giugno, l'inaugurazione-evento della venticinquesima edizione del festival di Bolzano, che, cambiando per l'ennesima volta nome, si chiama oggi Altoadige Jazz Festival.

C'è stato anche chi ha osservato che sembrava un festival di Berchidda trasferito nel Sudtirolo e concentrato in tre ore. È stato infatti Paolo Fresu, assieme ai suoi fidi collaboratori, l'ideatore e regista di una suggestiva messa in scena, che, graziata dalla clemenza meteorologica, è stata premiata da una notevole affluenza di pubblico. Una quarantina di musicisti ha animato i venticinque episodi (tanti quanti gli anni della manifestazione) in cui si è articolata la serata: varie formazioni, dal solo al quintetto, erano dislocate in diversi angoli del castello secondo un percorso che portava ai larghi organici conclusivi nell'ampia corte digradante a prato.

Si sono susseguiti momenti particolarmente convincenti, tra cui il canto a note lunghe di Dhafer Youssef al tramonto, il movimentato Mingus riproposto da Bobby Watson assieme ai Sax Four Fun, la parodia dei balli tirolesi, brillantemente arrangiata, ad opera del gruppo Helga Plankensteiner Sweet Alps integrato da Trovesi, oltre a svariati assoli nelle jam session finali.

Ma al di là della qualità musicale dei vari episodi, l'impostazione della serata d'apertura è stata emblematica di un festival che negli ultimi anni sta cercando un'identità in grado di coniugare valore artistico e spettacolo di richiamo, cultura e valorizzazione turistica. Tanto è vero che i concerti, oltre a impegnare varie sedi del capoluogo, hanno invaso gran parte del territorio provinciale, toccando Merano, Bressanone, Vipiteno, Brunico, anche con un'infinità di appuntamenti gratuiti nelle piazze, strade e corti dei centri storici.

Non è un caso inoltre se in concomitanza del festival si è tenuto il convegno "Culture Meets Economy", all'interno del quale si è svolto il concerto mattutino dell'inedito duo Antonello Salis - Bobby Watson. C'era da scommetterci che il pianista non si sarebbe recluso nel ruolo di accompagnatore nemmeno per un minuto. Così è stato e, soprattutto per merito suo, i due hanno fatto scintille. Sulla base comune di famosi standard il dialogo si è sviluppato avvincente e imprevedibile, sempre sul filo del rasoio.

Un altro duo pressoché inedito, sempre appoggiato sul rassicurante terreno degli standard, è stato quello di Bollani e Fresu. Dopo un primo incontro occasionale a Berchidda sei anni fa, sembra sia stata questa la seconda volta in assoluto che due degli

esponenti più in vista del jazz italiano hanno incrociato le armi in duo. Il confronto, per quanto paritario, non si è rivelato sufficientemente rilassato ed empatico. Ognuno ha infatti perseguito obiettivi diversi secondo la propria natura. Il pianista ha sviluppato la sua disinibita combinazione di forme, stili e culture, accentuando l'aspetto ritmico, mentre il trombettista tendeva piuttosto alla quadratura della frase, senza rinunciare alla sua propensione poetica. Le sorprese non sono comunque mancate, anche con risvolti umoristici, rendendo il concerto godibilissimo.

Nella solo performance a Bressanone Bollani si è dimostrato sempre più interessato agli autori brasiliani, tre brani dei quali sono stati accostati a temi suoi ed a "The Man I Love". La sua improvvisazione fantasiosa e virtuosistica si è basata, come sempre, sulla spregiudicatezza armonica, su una vena autoironica, su un gusto per la variazione che deriva forse più dalla musica classica che dal jazz. Domandarsi quale sia il tasso jazzistico oggi nella musica di Bollani sarebbe pura accademia. Godiamoci i suoi avvincenti racconti musicali senza porci troppe censure teoriche, senza sofismi sul rigore estetico, e magari etico, come talvolta si è fatto: Bollani è un perfetto animale da palcoscenico e tanto basta.

Fra le stelle di riconosciuta grandezza hanno spiccato Gato Barbieri e Richard Galliano. Come capita ai maestri, il tenorista argentino è apparso sempre uguale a se stesso; e non potrebbe essere altrimenti. Che si tratti di interpretare "Summertime" o una versione di "Ultimo tango a Parigi" meno lirica dell'originale, ogni brano viene ricondotto alla sua pronuncia inconfondibile. Questo si è ripetuto a Bolzano, dove il settantaduenne sassofonista si è esibito per la prima volta, apparendo in ottima forma fisica.

Certo, tutto il contesto si è confermato un po' ripetitivo (i suoi temi, l'impianto armonico e dinamico, l'accompagnamento dei suoi quattro collaboratori), ma ancora una volta sono emerse le peculiarità del suo solismo: quella sonorità rotonda, declamatoria e un po' lamentosa, quel periodare fatto di frasi semplici, che si concludono con note lunghe e insistite. Finché voci così tipiche del (nostro) passato saranno in possesso di tale vitalità, non potremo fare a meno di ascoltarle ed apprezzarle.

Rispetto al precedente progetto "Piazzolla Forever", portato in tournée per anni, il Tangaria Quartet di Galliano ha fornito una diversa interpretazione del tango: una visione del tutto dinamica e swingante, di una sensualità concreta e sanguigna, che hanno per il momento accantonato gli aspetti malinconici, nostalgici ed intimisti propri del tango e delle altre forme di derivazione popolare riproposte dal fisarmonicista, compresi gli original.

Fra le formazioni che non è facile ascoltare in Italia va segnalata la Vienna Art Orchestra, che ha compiuto ormai trent'anni di vita. Oggi gli arrangiamenti del suo fondatore e leader Mathias Rüegg, comunque perfettamente congegnati e scanditi, sembrano rientrare nella tradizione jazzistica più classica. Questo risulta particolarmente evidente nella suite "Dreams & Visionaries" riproposta a Merano. I vari movimenti, inizialmente un po' ripetitivi, hanno via via messo in risalto i bravi membri dell'orchestra, avviandosi ad un crescendo finale con soluzioni più circoscritte ed originali.

Due serate del festival sono state dedicate a quattro trii anomali ed estremamente interessanti, anche questi ben di rado (o mai) presenti nelle manifestazioni italiane. Senza escludere una goccia di ironia e di poesia visionaria, nel trio formato da Michael Riessler, Howard Levy e Jean-Louis Matinier è prevalso il virtuosismo arabescato del disegno, l'intreccio forbito, sulla scorta di temi e strutture ampiamente scritte. Nuovo e suggestivo il lavoro svolto con grande varietà di accenti da Levy, il meno noto dei tre, su un'ampia serie di armoniche a bocca; egli non ha saputo tuttavia riscattare lo strumento da quella leziosaggine che sembra essergli connaturata.

L'apparizione del trio Eugenio Colombo - Michel Godard - Carlo Rizzo (la terza in assoluto dopo che nel dicembre 2005 hanno inciso a Roma il Cd "Ciaobelleragazze") si è retta invece su un'improvvisazione assoluta, ma organizzata su precise cadenze, su frasi semplici, concordate fra i tre con intuizioni istantanee. Si è materializzata una musica empatica e concreta, che si è evoluta secondo un respiro lento e naturale, con sonorità e melodie quasi ancestrali. Il contributo di ognuno dei tre strumentisti, così diversi e complementari fra loro, è stato sempre in funzione del risultato complessivo.

C'era molta attesa fra gli addetti ai lavori per la serata in cui due trii russi, entrambi collaudati da decenni di attività, si sono succeduti sul palco allestito al Castel Mareccio. Oltre che sui temi originali, ora giocosi, ora obliqui e protratti, la strana alchimia del trio Gayvoronsky - Kondakov - Volkov si è retta sulla combinazione delle diverse personalità dei tre membri e sulla caratterizzante discontinuità fra le loro voci strumentali. Al pianismo di Kondakov, ampio e ridondante, o limpido nei momenti di maggior intimismo, sembrava contrapporsi il fraseggio scabro, volutamente stentato, del trombettista Gayvoronsky, mentre Volkov, lontano dal ruolo classico riservato ai contrabbassisti, ha introdotto impennate eccentriche. Nonostante la loro improvvisazione profonda e densa, la performance è risultata un po' datata.

Un perfetto equilibrio ha denotato lo svolgimento del concerto del Moscow Art Trio, nato diciassette anni fa. I testi cantati da Sergey Sarotin e le composizioni di Mikahil Alperin, fra il ludico ed il serioso, affondano le radici nella tradizione popolare russa, in particolare di matrice ebraica. Un colore nitido viene aggiunto dal virtuosismo di Arkady Shilkloper ai vari corni. A Bolzano si è potuto verificare come ben poca improvvisazione sopravviva nelle loro performance attuali, orientate piuttosto verso una dimensione cameristica. Il rischio di cadere in uno stanco accademismo è stato tuttavia scongiurato dall'arguzia degli intrecci, anche vocali, dalle reiterazioni minimaliste, dalla freschezza e perfezione dell'esecuzione, da una narrazione mantenuta sempre viva dagli stop improvvisi e dai cambi di direzione.

Il maltempo ha costretto all'interno ed all'acustico l'Indigo 4 di Gianluca Putrella, nella cui musica spesso più che composizioni vere e proprie hanno prevalso trame o canovacci che sembravano parafrasi di modelli archetipici ("Lonely Woman", "Jean-Pierre" o "Mood Indigo", proposto anche testualmente nel finale). Quello che conta è l'improvvisazione che si è sviluppata focosa ed estesa, con Paolino Dalla Porta e Fabio Accardi impegnati a fornire un ancoraggio affidabile e Francesco Bearzatti che ha interagito con il leader con una sorta di controcanto un po' afono e diffuso. Quanto a Petrella, la mancanza di amplificazione ha permesso di far apprezzare il poderoso volume del suo trombone; a tratti egli ha comunque potuto ricorrere alle deformazioni e ai riverberi permessi dagli ausili elettronici. Il suo fraseggio, di lenta elaborazione e frammentato da frequenti pause, ha esposto un arco narrativo molto aperto e in concluso, al quale non avrebbe nociuto una maggiore capacità di sintesi.

Il festival si è concluso con una produzione esclusiva che ha posto la Italian Instabile Orchestra sotto la direzione di Anthony Braxton. D'altra parte proprio Bolzano nel 1992 ospitò una delle primissime apparizioni della formazione, la cui attività da lì in poi prese continuità, ottenendo riconoscimenti a livello internazionale; solo in questi ultimi anni l'attenzione nei suoi confronti da parte delle istituzioni e dei maggiori festival italiani sembra essersi affievolita. Il problema è stato sottolineato con forza dai portavoce dell'orchestra nel corso di una conferenza stampa, in cui sono stati anche presentati l'ultimo Cd dell'Instabile, "London Hymn", ed il libro edito in occasione dei venticinque anni del festival, zeppo di ricordi, interventi e belle foto.

Il maestro americano ha ripreso sue composizioni adattandole allo specifico organico. La performance, preceduta da tre giornate di prove, ha dato forma ad una sorta di musica contemporanea improvvisata: nella prima metà è prevalsa una progressione dilatata, timbricamente molto ricca e dinamicamente trattenuta, in cui l'energia risultava come compressa. Nella seconda metà è invece emersa una varietà di situazioni nettamente caratterizzate, in cui i vari strumentisti sono stati chiamati ad esporsi con sortite mirate, estremamente efficaci.

Si è trattato di un'occasione di collaborazione unica, impostata secondo l'ottica personale di Braxton ed affrontata con intensa partecipazione e convinzione dai membri dell'orchestra. Mentirei tuttavia se dicessi che le composizioni e la direzione di Braxton si sono dimostrate l'ideale per l'Instabile. Se da un lato esse hanno esaltato le potenzialità sperimentali e seriose della formazione, dall'altro sono rimasti occultati quegli aspetti melodici, swinganti, turgidi ed ironici, che rappresentano alcune delle propensioni più tipiche della formazione.

Foto di Roberto Cifarelli [ulteriori immagini sono disponibili nelle gallerie dedicate ai concerti di Anthony Braxton & Italian Instabile Orchestra e Michael Riessler - Howard Levy - Jean-Louis Matinier]


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