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Alessandro Benvenuti & La Banda Improvvisa

Storia di un impiegato di Fabrizio De André

09.02.2007 - Campi Bisenzio, Teatro Dante

L’attore e regista Alessandro Benvenuti evidentemente conservava dentro di sé una passione nascosta: fare il cantante. Le doti le aveva, mancava solo l’occasione giusta, adatta alla sua verve dissacrante e ironica. Ed ecco, a fagiolo, la Banda Improvvisa di Orio Odori, che di ironia e spirito dissacrante certo non manca. Così, dopo alcune collaborazioni (leggi la recensione di un loro concerto) e il disco Benvenuti... all’Improvvisa, il coronamento è questo spettacolo, ormai dalle numerose repliche, dedicate al leggendario disco di Fabrizio De André Storia di un impiegato.

Un De André scomodo, che all’epoca fu attaccato da destra e da sinistra, e che oggi pare quasi dimenticato, offuscato dal certo affascinante ultimo De André, alla (ri)scoperta dei suoni etnici, ma assai più digeribile per gli stomaci benpensanti - lui che certo benpensante non è mai stato. Un De André che ha lasciato indelebile segno su coloro che in quegli anni erano giovani e, magari, erano in piazza tra le “millecento” risparmiate dal fuoco, o convivevano con gli impiegati affascinati dalle bombe che facevano saltare per errore i “chioschi di giornali”, e che perciò si sentivano - e si sentono tuttora - “coinvolti”.

Proprio perché “lo stesso coinvolti”, eccoli sul palco quelli ex-giovani (c’è perfino il factotum Giampero Bigazzi, a recitare brani introduttivi, su una sedia a margine), e non fa niente se prima dello spettacolo - dedicato all’inaugurazione del recuperato e restaurato Teatro Dante di Campi Bisenzio, piccola cittadina della cintura fiorentina nota per aver dato in natali ad un altro dissacratore, Carlo Monni - c’è forse un po’ troppo establishment: appena dato il “via!”, l’intero sagace e feroce percorso musical-narrativo di De André viene seguito non solo fedelmente, ma con la forza di chi lo condivide e ci tiene a sentirlo attuale, anche oggi che i tempi sono cambiati, il “buonismo” impera e lo spirito critico sembra posto in soffitta. Sembra, appunto...

Benvenuti è convinto e convincente nella sua lettura; la Banda propone gli ottimi arrangiamenti di Odori, che rinnovano in modo esemplare la lezione del cantautore genovese; gli assoli di Stefano Bartolini al sax, “Superpippo” Gibellini alla chitarra e, soprattutto, dell’ottimo Ruben Chaviano al violino, illuminano la scena. Lo spettacolo corre via d’un fiato, ma non perché arcinoto, bensì perché davvero trasportante: ad altri tempi, altre sensazioni, altre vocazioni. Forse neppure tanto “altre”. Solo da riscoprire.

Bello, forse, non è la parola giusta. C’è altro in un concerto così: c’è sentimento, c’è un’etica sopita, che la lezione di De André e la passione della Banda e di Benvenuti risvegliano. Non per tutti, a guardarsi attorno; comunque, per molti.

Poi, dopo la parte più accesa, una seconda sezione, senza soluzione di continuità, dove trovano posto altri brani di De André, sempre scelti tra quelli più “critici”: “Città Vecchia”, “Novecento”, “Il pescatore”, “Amico fragile”, e una intensa “Quello che mi manca”. Non manca, invece, la ormai classica (per Banda e Benvenuti) versione rock de “L'avvelenata” di Francesco Guccini - come a dire, un altro standard di chi, da giovane, con l’America aveva un conto aperto. E magari ce l’ha ancora.

Bella serata. Di musica, di memoria, di personale meditazione politica. Altra cosa che passarla sul divano davanti ai bisticci televisivi di chi allora era in piazza tra le “millecento”, ma che adesso non si sente “coinvolto” che dai propri interessi...


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