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A dialogo con Marco Colonna

Neri Pollastri By

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Il multistrumentista e compositore romano Marco Colonna negli ultimi anni si è messo in luce come uno dei musicisti più interessanti del nostro paese. La sua figura artistica è difficilmene collocabile, vuoi per la pluralità di interessi e riferimenti che guidano la sua ricerca, vuoi per una serie di scelte professionali -concerti svolti in luoghi spesso atipici, registrazioni pubblicate perlopiù su piattaforme digitali (clicca qui per leggere la recensione di alcune di esse) -che contrastano con le regole (anche non scritte) di un sistema -quello dello spettacolo, anche nel campo del jazz e della musica improvvisata -che è principalmente legato al business. Nella conversazione che abbiamo avuto modo di fare con lui gli abbiamo perciò chiesto le ragione di tali scelte e di spiegarci come lui stesso interpreta il proprio profilo di musicista.

All About Jazz Italia: Ti collochi in maniera consapevole e ben definita in un contesto diverso da quello di molti tuoi colleghi: suoni in spazi non tradizionali, come club, centri sociali e luoghi d'aggregazione, invece che festival e sale da concerto; sei, per scelta, fuori dai circuiti delle etichette e invece pubblichi -e molto -in digitale su Bandcamp, o altrimenti in autoproduzioni a tiratura limitata...

Marco Colonna: Premetto che la scelta di suonare in "spazi altri" è anche dettata da una ragione contingente: visto che i festival raramente mi ospitano, nonostante che le proposte le invii ogni anno, rimane la necessità di suonare e quindi di trovare altri spazi di espressione, cercando spazi sensibili. E questi spesso ti definiscono anche la condizione: spazio culturale, proposta sul territorio, situazioni marginali comportano la necessità di aprirsi verso strategie differenti, di fare rete con realtà nazionali, cosicché talvolta mi capita di essere anche catalizzatore di situazioni anche molto diverse tra loro, ma che comunque lavorano per così dire sotto un'unica bandiera.

Sono tutte cose che, non lo nascondo, sono anche motivo di grande orgoglio. Suono molto, soprattutto perché ho necessità di farlo, perché penso che stare in mezzo al pubblico sia la cosa più importante per la musica che faccio. Tutto questo poi si lega anche alla scelta di tipo produttivo: la coscienza del modo in cui è strutturato il sistema discografico mi impone di utilizzare quei mezzi oggi esistenti che sono disponibili per tutti, così da poter mantenere un'indipendenza e di non essere privato della possibilità di avere un'espressione discografica anche quando non si hanno le finanze per coprodurre con un'etichetta.

Oggi la realtà dei fatti è che un'etichetta indipendente chiede una fortissima coproduzione da parte degli artisti, cosicché le scelte sono legate inevitabilmente alle disponibilità economiche. Personalmente credo nella riproduzione della musica, però credo anche che il processo artistico sia transitorio, per cui mi piace pubblicare anche cose che ritengo abbiano un valore documentale di quel processo. Poi faccio qualche disco con etichette indipendenti, stabilendo collaborazioni a "patti chiari," come per esempio con Setola di Maiale. Per la recente esperienza di Bushido, poi, sono riuscito a coinvolgere per la prima volta in una coproduzione, oltre la mia, tre realtà come Setola di Maiale di Stefano Giust, Amirani Records di Gianni Mimmo e Fonterossa Records di Silvia Bolognesi.

AAJ: Qual è il rapporto tra la "transitorietà" dell'evento artistico di cui parlavi e la sua fissazione nel tempo attraverso la registrazione? E quale il rapporto tra la registrazione su piattaforma digitale e quella più tradizionale su CD, con tutti i suoi riti e feticismi?

MC: Le cose che metto su Bandcamp sono legate quasi tutte all'ambito dell'improvvisazione, il fatto di poterle pubblicare senza un processo troppo complesso e senza un impegno economico importante è decisivo. Per quanto riguarda il valore delle piattaforme digitali per la musica, potrei elencare una serie di elementi: per esempio, che -a differenza del processo produttivo del CD -hanno il pregio incredibile di non inquinare; oppure che consentono di rendere pubbliche testimonianze di incontri che da un lato testimoniano la vitalità del panorama artistico, dall'altro costituiscono momenti importanti per la crescita dei musicisti. Certo, non garantiscono criteri propri di un atteggiamento "audiofilo." Ma io non sono molto legato all'idea del disco: per me rappresenta solo il punto finale di una progettualità che, attraverso l'elaborazione in studio di alcuni materiali musicali, può avere forma completa; ma si tratta di un altro tipo di azione rispetto alla testimonianza della musica dal vivo, che è quello che pubblico su Bandcamp.

Poi è vero che capita di pubblicare su disco anche musica improvvisata dal vivo, però quando ciò accade è perché serve a mostrare qualcosa di più del momento creativo, o meglio che quel momento è l'approdo di un progetto artistico più complesso. Per citare l'esempio più recente, un lavoro come Bushido è uscito su disco proprio perché frutto di un progetto particolare ed è per questo che ho esplicitamente preteso che nessuno dei coproduttori lo mettesse in rete in digitale. Poi si potrebbe allargare il discorso, dicendo per esempio che oggi si producono troppi dischi e che essi hanno un impatto culturale e anche ambientale. Con il vinile si vede ancora meglio: si tratta di un feticcio della discografia che ha molti appassionati, cultori, collezionisti e un mercato che sta rinascendo, ma è anche un supporto che inquina enormemente, fino dalla sua stessa produzione in quanto supporto. Tutto ciò forse non è prioritario, ma certe cose andrebbero anche dette e bisognerebbe approcciarle con un atteggiamento etico.

AAJ: Puoi tornare un momento su Bushido e sulla particolarità di quel progetto?

MC: Bushido è la testimonianza di una comunità. Un po' paradossalmente, visto che si tratta di un disco in solo, ma che coinvolge quasi venti persone: un poeta (Alberto Masala), un grafico (e produttore, Stefano Giust), un'artista grafica con cui collaboro dal 2009 c che ha realizzato numerose copertine per i miei lavori (Francesca Gallo), un fotografo (che poi è anche autore di un brano. Jack D'Amico), dodici compositori, quattro realtà produttive, Rampone e Cazzani, la casa italiana produttrice del baritono che suono nel disco e con la quale collaboro, e altro ancora. Una comunità che collabora anche nella distribuzione, perché il disco è stampato in numero limitato (tiratura minima di 150 copie) e viene scambiato a mano -e, va detto, con questo metodo, approvato da tutti, è praticamente andato esaurito ancor prima dell'uscita.

Inoltre, è un progetto che nasce da un'esperienza di dolore -è dedicato a un amico che si è tolto la vita -del quale vuol essere una sorta di trasformazione, ed è accompagnato da un libro di poesie che Alberto Masala ha dedicato a ogni singolo brano. Questo spiega perché il supporto fisico del disco, da prendere in mano e toccare, fosse fondamentale: perché implica l'idea di "fermare il tempo" e dedicarlo non solo ad ascoltare il disco, ma anche a leggere le poesie, pensare al concetto che lo ispira, prendere atto di tutto quel che rappresenta la comunità che lo ha realizzato. Infatti non lo suono dal vivo, perché non è un concerto, è proprio un progetto che trova la finalizzazione nel disco.

AAJ: Molto chiaro. Tuttavia, un lavoro per certi aspetti simile a questo qual'è Minorance è uscito su disco ed è anche su Bandcamp.

MC: Minorance è uscito in una tiratura di 25 copie numerate, vendute in preorder, a cui poi si è accompagnata la distribuzione in digitale. Sono strategie diverse, ma rimane l'esigenza del disco fisico solo quando c'è un progetto artistico da finalizzare in un certo modo invece che in un altro. Le cose che invece distribuisco solo in digitale sono caratterizzate da un'aleatorietà e una transitorietà maggiori fin dal momento della progettazione, oltre ad avere spesso anche una qualità audio meno elevata di cose realizzate -durante o in fase di postproduzione -in studio, sebbene non sia minore la qualità musicale. Prendi per esempio la registrazione in duo con Eugenio Colombo, fatta dal vivo a Roma al Club 28 Divino in un luglio afosissimo e con i ventilatori che facevano rumore: ma la musica secondo me ha un grandissimo valore e di conseguenza ci tenevo a pubblicarla.

AAJ: Certo, non esistono solo la riproduzione esatta del suono e l'Hi-Fi, altrimenti getteremmo a mare, per esempio, tante gemme della produzione artistica di Steve Lacy perché riprese con registratori a cassette nel corso di concerti nei club!

MC: E, soprattutto, la musica improvvisata è elaborazione istantanea della musica, produzione di cose che non torneranno mai più, per cui la possibilità di registrarla è una grande chiave di interpretazione del processo creativo, nei confronti del quale dovremmo avere una responsabilità! Rendere disponibile la realtà di quel che hai fatto è importante. Mentre la produzione discografica tende a normalizzare tutto, attraverso la realizzazione di dischi che, anche nel jazz, vengono registrati separatamente dai singoli musicisti e solo dopo "montati" -una cosa che, francamente, mi pare assurda anche per la musica classica -per essere sicuri che il risultato sia formalmente perfetto, a scapito della realtà, che perfetta non è mai. Ecco, diciamo che il "formalmente perfetto" mi fa paura!

AAJ: Questo rimanda al fatto che il jazz nasce come imperfezione...

MC: Oggi, nell'improvvisazione e nella creazione di musica originale, tenderei persino a evitare la parola "jazz": le espressioni contemporanee sono comunque qualcosa di meticcio, per cui quel che faccio io, che vuol stare pienamente nella società e nella vita contemporanee, non lo chiamerei più "jazz." E lo stesso vale per tante cose che ascolto: le persone cercano sintesi personali, per cui vale la pena di uscire dalle etichette.

AAJ: Sei piuttosto difficile da "etichettare" come musicista, perché ti muovi nell'ambito dell'improvvisazione senz'altre specificazioni, ma al tempo stesso fai riferimento a influenze etniche, italiane e straniere, ti rivolgi a musicisti che stanno dentro la tradizione propriamente jazzistica, dal Fred Ho di Minorance al recente progetto che stai elaborando su Rahsaan Roland Kirk, e arrivi persino a riproporre cose di ispirazione classica, come in certi tuoi soli e in particolare in Folias , un lavoro che parte da trascrizioni di Corelli e arriva fino alla musica contemporanea...

MC: Penso che la mia poetica debba essere trasversale, per cui mi sento a mio agio in forme espressive anche molto distanti tra loro. Non mi sento in contraddizione: oggi la musica può coesistere senza problemi di contestualizzazione storica, anzi, la coesistenza fa parte della contemporaneità. Le forme diverse stanno assieme in funzione della narrazione, che è la cosa più importante: sento di avere molte cose da dire e scelgo le strutture formali che più mi aiutano a farlo. Poi alcune forme sono di solito più adatte a raccontare certe cose e altre meno: per esempio, se voglio raccontare Genova 2001 è difficile che lo faccia con la musica barocca, quanto invece con la musica che sentivo in quegli anni e che mi ha formato, mentre se voglio parlare di archetipi e transculturalità, allora la Folia è una forma importante, perché è stata transnazionale e ha travalicato tutte le epoche.

AAJ: Recentemente, parlando con alcuni musicisti, raccoglievo una criticità nei confronti dei giovani musicisti italiani, che guarderebbero troppo poco alla musica ascoltando la quale sono cresciuti e nella quale sono stati immersi fin dall'infanzia -quella italiana -per dirigersi verso l'apparente esotismo della musica americana, cultura egemone oggi per motivi, però, più economico-politici che altro. Tu come ti poni, visto che sei comunque uno che ammira musicisti come Trovesi, che alla tradizione nazionale a dedicato momenti importanti della carriera artistica?

MC: Per me la tradizione di questo Paese è una questione complicata: perché il barocco ha avuto i massimi esponenti in Italia, così come la contemporanea, che fino agli anni Sessanta ha visto in Italia alcuni dei compositori di primo piano e che, comunque, ancora oggi ha una schiera di autori notevoli. Diciamo che i grandi movimenti di interesse sono legati più al business che alla ricerca autentica: per esempio, oggi va molto di moda Grisey, mentre ci sarebbe da approfondire Romitelli, o Berio, o Donatoni, il cui concetto di modulazione ritmico-melodica è ancora tutto da scoprire. Il fatto che si privilegino alcune espressioni invece di altre, anche nella musica improvvisata, è dovuto al fatto che il mercato è America-centrico. L'educazione e la didattica -importantissima dal punto di vista dell'indotto economico -puntano verso quella direzione. Non a caso gli istituti importanti del jazz ospitano sempre e comunque musicisti americani, non quelli europei: io non ho visto molti workshops di Michel Portal in giro per le accademie di jazz, magari più nei conservatori. Perché lì a fare i corsi di composizione chiamano anche John Surman, mentre nel jazz c'è una generazione di musicisti, nati a metà degli anni Ottanta e che perciò hanno ormai trent'anni, che non sanno neanche chi è. Che è una cosa abbastanza impressionante. E cito questi due nomi perché sono quelli che assieme a Trovesi hanno avuto un taglio ben preciso riguardo l'approfondimento sul materiale antico e tradizionale, portandoli nel loro progetto compositivo in maniera singolare e identitaria. Per questo mi pongo talvolta in modo molto critico verso l'osannamento di alcuni personaggi "alla moda," semplicemente perché ho l'impressione che si costruiscano ex-novo delle tradizioni, quando invece le tradizioni ci sono già. E tutto questo mi sembra un processo coloniale, culturalmente molto pericoloso.

AAJ: Questo però non ti impedisce di fare riferimento, anche in maniera molto forte, a personaggi d'oltreoceano come quelli che citavamo poco fa.

MC: Il fatto che siano d'oltreoceano è del tutto contingente rispetto al tipo di progetto che, in entrambi i casi, hanno portato avanti. Il legame di Rahsaan Roland Kirk con il blues tradizionale è molto profondo, simile a quello che aveva Fred Ho con la musica cinese e asiatica. Fred Ho portava avanti nella sua vita l'idea di un'identità cinese-americana, non di un'identità americana con dei "profumi" cinesi. Più in generale, dal punto di vista compositivo è del tutto legittimo avere interessi per la musica d'oltreoceano, non ci deve essere alcuna preclusione; va solo ricordato che, spesso, si guarda solo una faccia della medaglia e ci si dimentica completamente che ne esiste un'altra.

AAJ: Questo è coerente con ciò che dicevi prima sul riferimento ampio e plurale. E se nel caso di Fred Ho l'importanza del suo lavoro artistico e identitario è chiaro, nel caso Roland Kirk cosa puoi aggiungere?

MC: L'idea di un lavoro su di lui mi è venuta ascoltando Otha Turner, che è l'ultimo esponente di un linguaggio co-originario del blues, suonata con un particolare flauto molto acuto, ricavato dalle canne di bambù, e con il tamburo. Ascoltandolo ho pensato che sicuramente Roland Kirk si fosse ispirato a quel suono e ciò mi ha spinto ad approfondire la sua musica, che ho sempre considerato al di sopra della considerazione che la storia del jazz gli ha di fatto dedicato. Infatti ho scoperto una musica compositivamente molto interessante, una visione teatrale ampiamente precedente quella poi affermatasi con l'Art Ensemble of Chicago, insomma un personaggio importante, direi decisivo per comprendere la connessione tra blues e jazz, capace di suonare tanto nella maniera più tradizionale, quanto in quella più iconoclasta, devoto della musica come quasi nessun altro. Ha lasciato documenti importanti anche sul suo modo estremamente particolare di suonare, mirato sempre alla volontà di avere un suono proprio, personale, che passava attraverso strumenti modificati o suonati a due, tre alla volta.

AAJ: Il lavoro sul suono è certo una cosa che condividi con lui, visto che la tua ricerca su questo aspetto è sempre molto attenta e curata, come si comprende bene dai tuoi lavori in solo, ognuno una ricerca personale con lo strumento. Ma tutto questo finisce poi in un'identità che deve trovare una collocazione anche nel panorama sociale e culturale entro il quale ti muovi. Come si raccolgono stimoli dalle più svariate direzioni e le si aggregano in una tua proposta originale riconoscibile dal pubblico?

MC: Ogni espressione artistica necessita di una comunità per essere tale; il nostro processo è sicuramente privilegiato, ma deve comunque rappresentare istanze di persone che dovrebbero essere il nostro pubblico. La fase che viviamo è piuttosto particolare, è in corso un movimento di ricostituzione, perché siamo in un momento in cui le comunità che conoscevamo fino al 2000 si sono smembrate o comunque soffrono di marginalizzazione. Così, adesso mi trovo a girare per confrontarmi con pubblici diversi nei quali riconoscere quella appartenenza in spazi altri e che riconoscano in me qualcuno che ne testimonia l'esistenza.

Il progetto in sostanza è questo. Complesso, se pensiamo che Alberto Masala -con cui lavoro -rifiuta il concetto tradizionale di identità: cerchiamo un ambito a cui appartenere e entro il quale testimoniare. Senza essere settari nella proposta: recentemente abbiamo suonato musica improvvisata per dei bambini di sei-sette anni ed è stata un'esperienza estremamente formativa per noi che abbiamo suonato e per loro che ne hanno fruito e gioito.

L'ordine in cui viviamo è gerarchico rispetto alla qualità della proposta: più sei piccolo e più la proposta è priva di contenuti semantici, più sei grande e più sei convinto di poter accedere a una proposta più evoluta. In realtà questo non è vero: il concetto intellettuale non è un concetto naturale e non può essere lasciato da solo, ragione per cui l'ambiente snob non mi interessa, perché le considerazioni che verrebbero fatte sulla mia musica sono molto lontane dalla sfera di valori con i quali io analizzo la mia proposta. Poi è indubbio che avere accesso ai festival dà possibilità lavorative e produttive maggiori, che permettono di confrontare il tuo lavoro all'interno di un ambito di proposte coerenti l'una con l'altra, ha il proprio senso e il proprio appeal. Però sinceramente io adoro suonare all'interno di spazi che non sono nati e istituzionalizzati per fare un certo tipo di musica, ma la scoprono quando la suono, con molto entusiasmo e un'energia che mi torna indietro. Per cui la mia musica si trasforma anche andando nella loro direzione.

AAJ: I luoghi di "eccezione," come li chiama il filosofo Giuseppe Ferraro, per opporsi all'abusata parola "eccellenza" -e per lui il primo luogo di eccezione è il carcere...

MC: Certo, di "eccezione," perché nei luoghi deputati si è anche tenuti sotto scacco dall'ambiente e dalle persone, mentre altrove puoi proporre più liberamente e altrettanto liberamente le persone a cui proponi possono decidere se quello che hai fatto è valido o no. Un festival che fa cultura è un festival che propone all'interno del proprio territorio i valori che lo ispirano e che costruisce in quel territorio le strutture comunicative per farlo; e un festival che non propone le cose nelle situazioni marginali, negli ambiti di disagio, nelle scuole, non forma un pubblico, con il rischio di averne uno fidelizzato in partenza, ma che -essendo formato culturalmente in un determinato modo -vuole solo certe cose, con un atteggiamento reazionario che si produce in automatico.

AAJ: Ma tu credi alla "formazione" di un pubblico? E, nel caso, attraverso quali modalità?

MC: Io credo alla esperienzialità, credo cioè che se a chi interpreta l'espressione artistica come manifestazione naturale dell'uomo, a chi si mette in connessione con le persone per permettere loro di viverla come tale attraverso l'esperienza dell'arte, si offrissero semplicemente più opportunità di farlo e per più tempo durante l'anno, le cose funzionerebbero meglio. E non limitatamente all'arte, perché una cultura deve migliorare non solo la qualità degli ascolti, ma anche quella del tempo che le persone passano fuori di casa, offrendo loro esperienze di bellezza. Una cultura è un processo di creazione di ricchezza, una ricchezza basata non sul prodotto interno lordo, ma sulla qualità della vita del maggior numero di cittadini. Una ricchezza per la quale poter uscire di casa e vivere delle esperienze di bellezza è fondamentale. Condizione per poter vivere meglio, per migliorare i propri rapporti con gli altri, per diventare cittadini migliori. Per questo credo sia importante fare cultura ovunque: perché è una condizione del miglioramento dell'essere umano, del far sì che abbia maggiore coscienza di sé e più capacità di trasformare quel che abbiamo attorno in progetti umani migliori.

AAJ: Certo, ricchezza nel senso che spiega, per esempio, Stefano Bartolini in Manifesto per la felicità, una lettura della politica basata sul dato -noto e trascurato -che gli indicatori di benessere sono in genere più alti nei paesi economicamente poveri che in quelli ricchi, perché si nutrono di altro che non di denaro: di relazioni umane, di tempo per se e per i propri interessi, di giustizia sociale, di fruizione della bellezza. Ma torniamo alle tue produzioni: hai parlato di Bushido, frutto di un progetto ampio e partecipato, ma anche Minorance ha alle spalle una progettualità strutturata, infatti anch'esso è uscito su CD.

MC: Minorance è legato alla suite su Fred Ho che avevo registrato in solo in The Joyful Breath of the Dragon, ripresa per svilupparla assieme a Ettore Fioravanti. Con il quale poi ho continuato a lavorare, tanto che anche il nuovo progetto, Rahsaan dedicato a Roland Kirk, lo facciamo assieme. Stavolta però la formazione è un trio, perché si aggiunge Eugenio Colombo, con il quale condivido la passione sfrenata per Roland Kirk e con cui vorrei suonare sempre, perché è un musicista straordinario, un essere umano splendido e un uomo estremamente colto: lavorando con lui c'è sempre da imparare, anche semplicemente per avere punti di vista indipendenti sulle cose e ai quali non hai pensato prima.

AAJ: La tua collaborazione con Ettore Fioravanti è un'altra di quelle cose che rende difficile etichettarti, perché si tratta di un musicista bravissimo e che ha all'attivo molte cose di indiscusso valore, ma l'idea che si ha di lui è quella di un artista che si muove in contesti un po' più convenzionali dei tuoi.

MC: Ettore paga un po' il pegno della sua carriera di performer: è un compositore notevole e un bravissimo arrangiatore, oltre che un batterista eccezionale; in un passato neanche troppo lontano ha avuto collaborazioni importanti, per esempio con Trovesi; non ha un atteggiamento "commerciale" e le cose che ha fatto negli anni Ottanta non si possono definire "convenzionali"; è un grande architetto dello strumento che suona e ha il più bel suono di batteria che io conosca. Inoltre è un musicista con cui mi posso relazionare in modo diretto: sono molto contento di lavorare con lui. Chiaramente è un batterista molto lontano dal linguaggio degli improvvisatori: il suo è un linguaggio radicato nella tradizione e anche nel rock, suona la batteria con un profondo piacere di farlo, con un senso strutturale fuori dal comune, anche se molto preciso. Per il materiale di Minorance era perfetto.

AAJ: Minorance, aldilà delle apparenze, è un disco più strutturato di quanto sembri...

MC: Si tratta di un disco completamente organizzato. Tutto ruota attorno a partiture grafiche molto precise, all'interno delle quali non c'è una vera e propria improvvisazione, o meglio non c'è un atto di composizione estemporanea. Non c'è un materiale notato in modo tradizionale, questo no, ma tutto lo sviluppo architettonico e strutturale è preorganizzato attraverso un lavoro compositivo.

AAJ: Vale lo stesso anche per Book of Sintax, il successivo lavoro che hai realizzato con Fioravanti?

MC: Assolutamente sì, anzi, forse ancora di più. Quello è proprio un lavoro sulla scrittura, stavolta una partitura nuova scritta con un sistema grafico di notazione che ho definito proprio in questa suite e che ho voluto sperimentare suonandola con Ettore. In questi lavori l'improvvisazione è presente a livello sintattico, ma non a livello compositivo.

AAJ: Hai pubblicato su Bandcamp anche diversi lavori in solo.

MC: Il solo è una parte essenziale del mio lavoro, perché è il mio momento di studio: tra le cose che mi vengono in mente, quelle che voglio approfondire le sviluppo in solo. Ovviamente, quando studio in solo lo faccio pensando di avere un pubblico davanti, ma anche concentrandomi sulle cose che mi interessano e voglio trasmettere. Per esempio, in Genetical sono importanti lo studio della respirazione circolare, quello dell'uso contemporaneo di più strumenti e lo sviluppo di materiali tipici del Mediterraneo, come la musica greca o corsa. Inoltre, il lavoro è fin dal titolo ispirato e dedicato alla tesi in paleoantropologia della musica di un amico e collega, Claudio Martini, il quale sostiene una visione non solo culturale, ma genetica della musica: noi siamo quello che siamo perché discendiamo da una "scimmia canterina" e utilizziamo il suono come comunicazione.

AAJ: L'uso di più strumenti è una cosa piuttosto inusuale che tendi a proporre in vari contesti.

MC: Sì, perché permette di ampliare certi aspetti delle possibilità armoniche degli strumenti a fiato, in particolare dei clarinetti, anche se al tempo stesso ne riduce altre. È una cosa su cui sto lavorando, facendo trascrizioni di musiche molto diverse, arrangiamenti, esperimenti, sviluppando possibilità: al momento penso di aver archiviato un'ora di materiali, prima o poi mi dedicherò a una selezione per sintetizzarli.

AAJ: Poi ci sono i lavori di "incontro," realizzati assieme a musicisti con cui hai avuto occasione di suonare, trovandoti anche particolarmente bene. Tra questi c'è Augusti Fernandez, con cui nel 2014 avevi già pubblicato Desmadre, disco di improvvisazioni per Fonterossa, e che hai ritrovato più recentemente.

MC: Birth of Shapes è la registrazione di un concerto effettuato nel centro d'arte di Padova, in una sala bellissima con un pianoforte meraviglioso. Improvvisazioni assieme a un musicista che fa di questa pratica il centro del suo lavoro, un improvvisatore "puro": suonare con lui è come tuffarsi nel mare, dà la possibilità di fare qualsiasi cosa, perché ti mette a disposizione un materiale fluido nel quale puoi osservare mentre suoni tutto quel che succede. Bellissimo, sono molto contento della relazione con Augusti. Abbiamo in programma di suonare di nuovo assieme a Novembre, a Novara, in un progetto mio in trio con Zlatko Kaucic, altro musicista che ammiro: un vero maestro, fuori da ogni stereotipo. Con lui ho avuto occasione di suonare una sola volta, assieme a Giovanni Maier -è un altro dei lavori che ho pubblicato su Bandcamp, Impressioni astratte -ma è stato un incontro estremamente appagante: da alcuni musicisti si ha quasi la sensazione di essere stati separati alla nascita! È successo nuovamente di recente con Stefano Giust e Fred Casadei, abbiamo collaborato solo quattro giorni, ma sembrava davvero di essere cresciuti insieme: stesse necessità, stessi tempi di reazione, stesso pensiero sulla musica, senza neanche dirsi poi tanto, solo suonando. Anche con Giovanni e Zlatko è stato così: all'inizio ci siamo presentati perché non ci conoscevamo, quando abbiamo finito ci siamo lasciati con grandi abbracci! È la bellezza di questa cosa che si chiama improvvisazione: se viene fatta nella maniera giusta, ha non solo un effetto profondo sul materiale che viene portato avanti, ma produce anche un'unione fortissima.

AAJ: Devo dire che ho apprezzato molto anche l'incontro con Silvia Corda e Adriano Orrù, Istinti Ragionati .

MC: Altri musicisti splendidi ed esseri umani non da meno. Abbiamo avuto occasione di fare alcuni concerti in Sardegna e la registrazione è un po' la summa di quel che abbiamo fatto assieme. Li avevo conosciuti nel maggio scorso a Noci, ci eravamo trovati bene e avevamo deciso di ritrovarci in concerto, visto che io dovevo portare sull'isola un mio testo teatrale, interpretato da un'amica attrice con me ai clarinetti. Purtroppo, alla seconda replica al Teatro Tor Bella Monaca di Roma, l'attrice si è procurata una frattura scomposta a un dito e non è potuta partire, così ho dovuto sostituire gli eventi previsti con lei in Sardegna con concerti assieme a Silvia e Adriano. La cosa ci ha permesso di conoscerci meglio: anche in questo caso grande sintonie, referenze comuni, storie simili, un modo analogo di condividere la propria esperienza, cose che poi si trasformano in musica come comunicazione condivisa. Silvia ha una padronanza assoluta dei timbri, capacità tecniche notevoli, un forte senso della drammaticità e una pienezza armonica anche in fase improvvisativa, mentre Adriano è un contrabbassista meraviglioso, con un'enorme capacità all'arco. Grandi improvvisatori, che vivendo in Sardegna sono penalizzati dalla marginalizzazione che subisce la regione; e così noi ci perdiamo dei musicisti eccezionali. Non solo loro, perché anche i lavori monografici che fa Paolo Sanna alla batteria sono notevoli. Sto progettando un lavoro legato alla Sardegna, perché ho avuto modo di conoscere dei ragazzi che stanno facendo ricerca e selezione dei grani autoctoni dell'isola, lavorando come si faceva tradizionalmente nel Settecento, una cosa che mi sa tanto di resistenza politica e che mi ha spinto a dedicare un lavoro al grano: sto raccogliendo storie, aneddoti e spunti, grazie a un amico come Agostino Pace, che vive in Sardegna e che da anni mi aiuta a comprendere quell'isola che adoro.

AAJ: Ci dici qualcosa di più su questo spettacolo teatrale?

MC: S'intitola Frammento, è dedicato a Natacha Daunizeau, che è proprietaria e animatrice del Club 28 Divino ed è anche attrice e ballerina. Il testo è mio ed è un atto d'amore per le donne, rappresenta molte delle donne che ho conosciuto e molte storie che mi hanno affascinato. Non c'è una vera e propria drammaturgia, è una scena per clarinetti e voce recitante: io improvviso nel corso di una sorta di "flusso di coscienza," con un'interazione completa di parole e voce. Spero di riuscire a portarlo un po' in giro.

AAJ: Altri due lavori interessantissimi che testimoniano "incontri" sono Reciprocal Uncles Meets A Young Cousin , con Gianni Mimmo e Gianni Lenoci e Blutopia, con Massimo De Mattia.

MC: Quello con gli "zii" nasce dall'occasione di farli suonare al 28 Divino, grazie alla loro presenza a Roma per altri impegni. Un concerto straordinario aldilà di quanto avessi potuto immaginare, nel corso del quale mi hanno fatto il dono di suonare con loro l'ultimo brano. Grandissimi maestri di questa musica e dei loro strumenti. Da sassofonista, poi, ho visto un sax soprano suonato in un modo che ha poche possibilità di confronto con altri musicisti al mondo: Gianni Mimmo è a un tale livello di eccellenza sullo strumento che io lo metterei al vertice assoluto. Molti gli muovono la critica di essere troppo legato all'estetica di Steve Lacy, ma io penso che sia sì partito da lì -e lui lo riconosce senza farne mistero, considerando Lacy il suo maestro -ma poi sia anche andato avanti, salendo molto al di sopra. Penso che Gianni oggi sia veramente unico, per il rigore impareggiabile, per la capacità di fare con assoluta nonchalance gesti tecnici difficilissimi, che ormai fanno con totale naturalezza parte del suo linguaggio. Suonare con lui e con Lenoci è stato un grandissimo piacere e c'è grande voglia di farlo ancora.

Anche con Massimo De Mattia l'occasione è stata offerta da una sua presenza a Roma per suonare in occasione di una mostra d'arte presso il palazzo della Regione Friuli Venezia Giulia; abbiamo chiesto ospitalità al Blutopia per "sperimentare" il nostro duo e la registrazione mi è piaciuta così tanto che l'ho voluta pubblicare. Massimo è un essere umano meraviglioso, un fratello, ci vogliamo un bene dell'anima e ci sentiamo spessissimo per confrontarci. Apparteniamo a generazioni diverse e nemmeno ce ne accorgiamo. E devo ringraziarlo per avermi fatto incontrare Giovanni Maier e Zlatko Kaucic, perché è stato lui a organizzare il concerto con loro. E come loro sta facendo un lavoro straordinario in Friuli, un territorio fertilissimo.

AAJ: In effetti le cose più interessanti d'Italia avvengano in periferia, ai margini, cioè in Friuli, in Puglia, in Sardegna e in Sicilia. I tuoi racconti sembrerebbero confermarlo.

MC: Da qualche anno ho fatto su e giù per la penisola in maniera piuttosto intensiva e, per quel che ho visto, musicisti interessanti ci sono un po' dappertutto. Però alla periferia dell'impero certo c'è grande voglia, forse più che al centro: un altro "fratellone" che ho incontrato è Francesco Massaro, che viene anche lui dalla scuola di Lenoci e dal Conservatorio di Monopoli. Lo definirei un radicale della poesia: il suo Bestiario Marino è fatto da musicisti bravissimi, come Mariasole De Pascali, flautista immensa, molto giovane, che potrà fare cose importanti per la musica. Insomma, non c'è solo il Pensiero Unico, le alternative esistono, forse più in periferia, ma non solo là.

Foto: Gianni Sodano

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