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A dialogo con Marco Colonna

Neri Pollastri By

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Il multistrumentista e compositore romano Marco Colonna negli ultimi anni si è messo in luce come uno dei musicisti più interessanti del nostro paese. La sua figura artistica è difficilmene collocabile, vuoi per la pluralità di interessi e riferimenti che guidano la sua ricerca, vuoi per una serie di scelte professionali -concerti svolti in luoghi spesso atipici, registrazioni pubblicate perlopiù su piattaforme digitali (clicca qui per leggere la recensione di alcune di esse) -che contrastano con le regole (anche non scritte) di un sistema -quello dello spettacolo, anche nel campo del jazz e della musica improvvisata -che è principalmente legato al business. Nella conversazione che abbiamo avuto modo di fare con lui gli abbiamo perciò chiesto le ragione di tali scelte e di spiegarci come lui stesso interpreta il proprio profilo di musicista.

All About Jazz Italia: Ti collochi in maniera consapevole e ben definita in un contesto diverso da quello di molti tuoi colleghi: suoni in spazi non tradizionali, come club, centri sociali e luoghi d'aggregazione, invece che festival e sale da concerto; sei, per scelta, fuori dai circuiti delle etichette e invece pubblichi -e molto -in digitale su Bandcamp, o altrimenti in autoproduzioni a tiratura limitata...

Marco Colonna: Premetto che la scelta di suonare in "spazi altri" è anche dettata da una ragione contingente: visto che i festival raramente mi ospitano, nonostante che le proposte le invii ogni anno, rimane la necessità di suonare e quindi di trovare altri spazi di espressione, cercando spazi sensibili. E questi spesso ti definiscono anche la condizione: spazio culturale, proposta sul territorio, situazioni marginali comportano la necessità di aprirsi verso strategie differenti, di fare rete con realtà nazionali, cosicché talvolta mi capita di essere anche catalizzatore di situazioni anche molto diverse tra loro, ma che comunque lavorano per così dire sotto un'unica bandiera.

Sono tutte cose che, non lo nascondo, sono anche motivo di grande orgoglio. Suono molto, soprattutto perché ho necessità di farlo, perché penso che stare in mezzo al pubblico sia la cosa più importante per la musica che faccio. Tutto questo poi si lega anche alla scelta di tipo produttivo: la coscienza del modo in cui è strutturato il sistema discografico mi impone di utilizzare quei mezzi oggi esistenti che sono disponibili per tutti, così da poter mantenere un'indipendenza e di non essere privato della possibilità di avere un'espressione discografica anche quando non si hanno le finanze per coprodurre con un'etichetta.

Oggi la realtà dei fatti è che un'etichetta indipendente chiede una fortissima coproduzione da parte degli artisti, cosicché le scelte sono legate inevitabilmente alle disponibilità economiche. Personalmente credo nella riproduzione della musica, però credo anche che il processo artistico sia transitorio, per cui mi piace pubblicare anche cose che ritengo abbiano un valore documentale di quel processo. Poi faccio qualche disco con etichette indipendenti, stabilendo collaborazioni a "patti chiari," come per esempio con Setola di Maiale. Per la recente esperienza di Bushido, poi, sono riuscito a coinvolgere per la prima volta in una coproduzione, oltre la mia, tre realtà come Setola di Maiale di Stefano Giust, Amirani Records di Gianni Mimmo e Fonterossa Records di Silvia Bolognesi.

AAJ: Qual è il rapporto tra la "transitorietà" dell'evento artistico di cui parlavi e la sua fissazione nel tempo attraverso la registrazione? E quale il rapporto tra la registrazione su piattaforma digitale e quella più tradizionale su CD, con tutti i suoi riti e feticismi?

MC: Le cose che metto su Bandcamp sono legate quasi tutte all'ambito dell'improvvisazione, il fatto di poterle pubblicare senza un processo troppo complesso e senza un impegno economico importante è decisivo. Per quanto riguarda il valore delle piattaforme digitali per la musica, potrei elencare una serie di elementi: per esempio, che -a differenza del processo produttivo del CD -hanno il pregio incredibile di non inquinare; oppure che consentono di rendere pubbliche testimonianze di incontri che da un lato testimoniano la vitalità del panorama artistico, dall'altro costituiscono momenti importanti per la crescita dei musicisti. Certo, non garantiscono criteri propri di un atteggiamento "audiofilo." Ma io non sono molto legato all'idea del disco: per me rappresenta solo il punto finale di una progettualità che, attraverso l'elaborazione in studio di alcuni materiali musicali, può avere forma completa; ma si tratta di un altro tipo di azione rispetto alla testimonianza della musica dal vivo, che è quello che pubblico su Bandcamp.

Poi è vero che capita di pubblicare su disco anche musica improvvisata dal vivo, però quando ciò accade è perché serve a mostrare qualcosa di più del momento creativo, o meglio che quel momento è l'approdo di un progetto artistico più complesso. Per citare l'esempio più recente, un lavoro come Bushido è uscito su disco proprio perché frutto di un progetto particolare ed è per questo che ho esplicitamente preteso che nessuno dei coproduttori lo mettesse in rete in digitale. Poi si potrebbe allargare il discorso, dicendo per esempio che oggi si producono troppi dischi e che essi hanno un impatto culturale e anche ambientale. Con il vinile si vede ancora meglio: si tratta di un feticcio della discografia che ha molti appassionati, cultori, collezionisti e un mercato che sta rinascendo, ma è anche un supporto che inquina enormemente, fino dalla sua stessa produzione in quanto supporto. Tutto ciò forse non è prioritario, ma certe cose andrebbero anche dette e bisognerebbe approcciarle con un atteggiamento etico.

AAJ: Puoi tornare un momento su Bushido e sulla particolarità di quel progetto?

MC: Bushido è la testimonianza di una comunità. Un po' paradossalmente, visto che si tratta di un disco in solo, ma che coinvolge quasi venti persone: un poeta (Alberto Masala), un grafico (e produttore, Stefano Giust), un'artista grafica con cui collaboro dal 2009 c che ha realizzato numerose copertine per i miei lavori (Francesca Gallo), un fotografo (che poi è anche autore di un brano. Jack D'Amico), dodici compositori, quattro realtà produttive, Rampone e Cazzani, la casa italiana produttrice del baritono che suono nel disco e con la quale collaboro, e altro ancora. Una comunità che collabora anche nella distribuzione, perché il disco è stampato in numero limitato (tiratura minima di 150 copie) e viene scambiato a mano -e, va detto, con questo metodo, approvato da tutti, è praticamente andato esaurito ancor prima dell'uscita.

Inoltre, è un progetto che nasce da un'esperienza di dolore -è dedicato a un amico che si è tolto la vita -del quale vuol essere una sorta di trasformazione, ed è accompagnato da un libro di poesie che Alberto Masala ha dedicato a ogni singolo brano. Questo spiega perché il supporto fisico del disco, da prendere in mano e toccare, fosse fondamentale: perché implica l'idea di "fermare il tempo" e dedicarlo non solo ad ascoltare il disco, ma anche a leggere le poesie, pensare al concetto che lo ispira, prendere atto di tutto quel che rappresenta la comunità che lo ha realizzato. Infatti non lo suono dal vivo, perché non è un concerto, è proprio un progetto che trova la finalizzazione nel disco.

AAJ: Molto chiaro. Tuttavia, un lavoro per certi aspetti simile a questo qual'è Minorance è uscito su disco ed è anche su Bandcamp.

MC: Minorance è uscito in una tiratura di 25 copie numerate, vendute in preorder, a cui poi si è accompagnata la distribuzione in digitale. Sono strategie diverse, ma rimane l'esigenza del disco fisico solo quando c'è un progetto artistico da finalizzare in un certo modo invece che in un altro. Le cose che invece distribuisco solo in digitale sono caratterizzate da un'aleatorietà e una transitorietà maggiori fin dal momento della progettazione, oltre ad avere spesso anche una qualità audio meno elevata di cose realizzate -durante o in fase di postproduzione -in studio, sebbene non sia minore la qualità musicale. Prendi per esempio la registrazione in duo con Eugenio Colombo, fatta dal vivo a Roma al Club 28 Divino in un luglio afosissimo e con i ventilatori che facevano rumore: ma la musica secondo me ha un grandissimo valore e di conseguenza ci tenevo a pubblicarla.

AAJ: Certo, non esistono solo la riproduzione esatta del suono e l'Hi-Fi, altrimenti getteremmo a mare, per esempio, tante gemme della produzione artistica di Steve Lacy perché riprese con registratori a cassette nel corso di concerti nei club!

MC: E, soprattutto, la musica improvvisata è elaborazione istantanea della musica, produzione di cose che non torneranno mai più, per cui la possibilità di registrarla è una grande chiave di interpretazione del processo creativo, nei confronti del quale dovremmo avere una responsabilità! Rendere disponibile la realtà di quel che hai fatto è importante. Mentre la produzione discografica tende a normalizzare tutto, attraverso la realizzazione di dischi che, anche nel jazz, vengono registrati separatamente dai singoli musicisti e solo dopo "montati" -una cosa che, francamente, mi pare assurda anche per la musica classica -per essere sicuri che il risultato sia formalmente perfetto, a scapito della realtà, che perfetta non è mai. Ecco, diciamo che il "formalmente perfetto" mi fa paura!

AAJ: Questo rimanda al fatto che il jazz nasce come imperfezione...

MC: Oggi, nell'improvvisazione e nella creazione di musica originale, tenderei persino a evitare la parola "jazz": le espressioni contemporanee sono comunque qualcosa di meticcio, per cui quel che faccio io, che vuol stare pienamente nella società e nella vita contemporanee, non lo chiamerei più "jazz." E lo stesso vale per tante cose che ascolto: le persone cercano sintesi personali, per cui vale la pena di uscire dalle etichette.

AAJ: Sei piuttosto difficile da "etichettare" come musicista, perché ti muovi nell'ambito dell'improvvisazione senz'altre specificazioni, ma al tempo stesso fai riferimento a influenze etniche, italiane e straniere, ti rivolgi a musicisti che stanno dentro la tradizione propriamente jazzistica, dal Fred Ho di Minorance al recente progetto che stai elaborando su Rahsaan Roland Kirk, e arrivi persino a riproporre cose di ispirazione classica, come in certi tuoi soli e in particolare in Folias , un lavoro che parte da trascrizioni di Corelli e arriva fino alla musica contemporanea...

MC: Penso che la mia poetica debba essere trasversale, per cui mi sento a mio agio in forme espressive anche molto distanti tra loro. Non mi sento in contraddizione: oggi la musica può coesistere senza problemi di contestualizzazione storica, anzi, la coesistenza fa parte della contemporaneità. Le forme diverse stanno assieme in funzione della narrazione, che è la cosa più importante: sento di avere molte cose da dire e scelgo le strutture formali che più mi aiutano a farlo. Poi alcune forme sono di solito più adatte a raccontare certe cose e altre meno: per esempio, se voglio raccontare Genova 2001 è difficile che lo faccia con la musica barocca, quanto invece con la musica che sentivo in quegli anni e che mi ha formato, mentre se voglio parlare di archetipi e transculturalità, allora la Folia è una forma importante, perché è stata transnazionale e ha travalicato tutte le epoche.

AAJ: Recentemente, parlando con alcuni musicisti, raccoglievo una criticità nei confronti dei giovani musicisti italiani, che guarderebbero troppo poco alla musica ascoltando la quale sono cresciuti e nella quale sono stati immersi fin dall'infanzia -quella italiana -per dirigersi verso l'apparente esotismo della musica americana, cultura egemone oggi per motivi, però, più economico-politici che altro. Tu come ti poni, visto che sei comunque uno che ammira musicisti come Trovesi, che alla tradizione nazionale a dedicato momenti importanti della carriera artistica?

MC: Per me la tradizione di questo Paese è una questione complicata: perché il barocco ha avuto i massimi esponenti in Italia, così come la contemporanea, che fino agli anni Sessanta ha visto in Italia alcuni dei compositori di primo piano e che, comunque, ancora oggi ha una schiera di autori notevoli. Diciamo che i grandi movimenti di interesse sono legati più al business che alla ricerca autentica: per esempio, oggi va molto di moda Grisey, mentre ci sarebbe da approfondire Romitelli, o Berio, o Donatoni, il cui concetto di modulazione ritmico-melodica è ancora tutto da scoprire. Il fatto che si privilegino alcune espressioni invece di altre, anche nella musica improvvisata, è dovuto al fatto che il mercato è America-centrico. L'educazione e la didattica -importantissima dal punto di vista dell'indotto economico -puntano verso quella direzione. Non a caso gli istituti importanti del jazz ospitano sempre e comunque musicisti americani, non quelli europei: io non ho visto molti workshops di Michel Portal in giro per le accademie di jazz, magari più nei conservatori. Perché lì a fare i corsi di composizione chiamano anche John Surman, mentre nel jazz c'è una generazione di musicisti, nati a metà degli anni Ottanta e che perciò hanno ormai trent'anni, che non sanno neanche chi è. Che è una cosa abbastanza impressionante. E cito questi due nomi perché sono quelli che assieme a Trovesi hanno avuto un taglio ben preciso riguardo l'approfondimento sul materiale antico e tradizionale, portandoli nel loro progetto compositivo in maniera singolare e identitaria. Per questo mi pongo talvolta in modo molto critico verso l'osannamento di alcuni personaggi "alla moda," semplicemente perché ho l'impressione che si costruiscano ex-novo delle tradizioni, quando invece le tradizioni ci sono già. E tutto questo mi sembra un processo coloniale, culturalmente molto pericoloso.
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