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A dialogo con Giancarlo Mazzù e Luciano Troja

Neri Pollastri By

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Il chitarrista calabrese Giancarlo Mazzù e il pianista siciliano Luciano Troja formano ormai da molti anni una coppia artistica molto affiatata. Messisi in luce nell'interessante quartetto Mahanada, che realizzò tre album tra il 2004 e il 2008 (leggi la recensione di Mahanatta), i due hanno poi consolidato la loro intesa artistica pubblicando i due volumi di Seven Tales About Standards (entrambi per la Splasc(H), nel 2006 e nel 2008, leggi la recensione del secondo ), singolarissima e raffinata rilettura della tradizione jazzistica, ai quali è seguito un terzo capitolo, registrato live alla Metropolitan Room di New York nel 2009 e uscito per la Slam nel 2013. Ancora a New York i due hanno poi registrato un lavoro ampiamente improvvisato su temi propri, Tasting Beauty, uscito per la Slam nel 2015. Grazie ai loro viaggi negli USA Mazzù e Troja hanno poi stretto un duraturo sodalizio con il sassofonista e clarinettista newyorchese (ma originario di Detroit) Blaise Siwula, con il quale hanno svolto varie tournée oltreoceano registrando due dischi d'improvvisazione: D'Istante3 (Slam, 2012) e Sometimes the Journey Is a Vision (NoFrills Music, 2014). Più recentemente è uscito un loro lavoro in trio con il batterista Francesco Branciamore, Broad-Ways, mentre è annunciato un nuovo lavoro in quartetto assieme a Blaise Siwula e Rocco John Iacovone.

All About Jazz Italia: Inizierei da una breve storia della vostra lunga collaborazione, iniziata nel singolare quartetto Mahanada e consolidatasi con il duo dedicato agli standard: perché proprio quel tipo di formula?

Giancarlo Mazzù: Abbiamo discusso molto sull'opportunità di un progetto simile, perché il "genere standard" è di solito un po' troppo formale: per gli americani quella è la tradizione, con la quale hanno lo stesso rapporto che gli europei hanno con la musica classica. È però poi prevalso il nostro comune amore per la canzone, che ci ha spinto a suonarli così, senza altri artifici.

Luciano Troja: Infatti ciò che c'è di originale deriva dall'averli interpretati a modo nostro in piena libertà. Noi europei abbiamo vissuto quella tradizione indirettamente, ma in fondo stiamo parlando di canzoni, cioè di materiale reintepretabile e, quindi, sempre aperto a nuove soluzioni.

GM: Ogni nota, ogni modulazione è una possibilità aperta, come se nella traccia orizzontale del brano ci fossero costantemente opportunità di uscirne fuori in verticale. Così possiamo stare a guardare quel che succede e cogliere opzioni sempre nuove. Per questo i nostri concerti sono sempre diversi: quali strade prendiamo dipende dall'ambiente e dalla risposta del pubblico.

LT: E con la piena libertà di produrre sorpresa, "l'essenza assoluta del jazz," come diceva John Lewis -che pure suonava nel Modern Jazz Quartet, considerato quanto di più apparentemente formale ci sia stato in questa musica. Senza la sorpresa non può succedere niente.

AAJ: Come è nato il duo?

LT: Avevamo suonato spesso assieme in vari contesti, scoprendo molte affinità: artistiche e umane, nell'amore per tante cose che solo in apparenza possono sembrare banali. Accadde poi di avere un ingaggio di alcune date a Taormina Arte per accompagnare una rappresentazione teatrale. Durante le pause delle prove, gli attori ci lasciavano il teatro completamente libero con un meraviglioso pianoforte a disposizione. Pensammo che fosse il caso di approfittarne: "Giancarlo," dissi, "il Palazzo dei Congressi è nostro... registriamo!."

GM: Il nostro primo disco è nato così, costruito sul vissuto personale, come due amici che si incontrano una sera e suonano....

LT: Da questa registrazione abbiamo scelto i brani del nostro primo CD in duo, Seven Tales About Standards, uscito per la Splasc(H) nel 2006.

GM: Suonammo d'istinto e senza altra preparazione: sette storie tirate fuori dalla memoria e dalle nostre sensibilità. Successivamente abbiamo registrato in studio il secondo capitolo nel 2008, che abbiamo presentato a New York e Philadelphia nel 2009. In quell'occasione, ricevuto un ingaggio alla prestigiosa Metropolitan Room, abbiamo deciso di registrare dal vivo la nostra performance, uscita poi per l'etichetta inglese Slam.

AAJ: Questa spontaneità, basata su relazioni artistiche ma anche e soprattutto umane, è una cosa che molti improvvisatori ritengono essenziale. Lo è anche per voi?

LT: Sì, forse perché è quanto permette la naturalezza della creazione, che per essere documentata con la registrazione richiede situazioni atipiche e informali: di solito si verifica in determinati contesti, non la puoi produrre sempre, a piacimento.

AAJ: Poi però il duo si è ampliato con l'ingesso di Blaise Siwula e si è spinto ben aldilà dell'improvvisazione sugli standard, registrando D'istante3, cosa che ha favorito un successivo disco in duo -Tasting Beauty -interamente dedicato a vostra musica originale improvvisata. In questi casi viene meno anche l'attesa del brano riconoscibile e "confortante," a vantaggio della "sorpresa." Questo modo di avvicinare la musica, dando larga prevalenza all'improvvisazione, è alla portata di tutti?

LT: Indubbiamente la musica improvvisata richiede molta frequentazione e molto ascolto, ma non credo sia necessaria una selezione naturale del pubblico: tutti possono fruirne.

GM: Ci vuole curiosità anche da parte dell'ascoltatore, che deve spogliarsi dei propri pregiudizi per calarsi nella musica così come viene realizzata, in modo da coglierne il senso. L'opera d'arte deve interagire con il vissuto del suo fruitore, non è l'isolata idea del suo autore.

AAJ: C'è chi sostiene però che la sola riproduzione audio non sia sufficiente per cogliere il senso della performance improvvisata.

GM: In parte è vero, guardare le mani sulla tastiera, le espressioni dell'artista, gli sguardi che si scambiano gli interpreti è importante: il solo ascolto può essere talvolta limitativo.

LT: Spesso la partecipazione del pubblico che "vede" la performance improvvisata è un elemento imprescindibile. Ma bisogna anche considerare che l'ascolto lascia comunque molto spazio all'immaginazione.

AAJ: Come tenete assieme in un solo concetto di musica questa pluralità di approcci?

LT: Per me suonare è sempre fare quel che facevo quand'ero bambino: suonare, semplicemente e senza pensare ad altro. Come a tre anni, quando ho iniziato con la batteria e, subito dopo, quando mi regalarono la prima tastiera. Poi la musica può cambiare: si studia, si acquistano tante esperienze, ma l'importante resta suonare con l'approccio di un bambino. Senza filtri.

AAJ: È iniziata "come da bambini" anche la collaborazione con Siwula?

LT: Esattamente. Lo incontrammo la prima volta nel 2006. Eravamo a New York con Mahanada, invitati dalla Casa Italiana Zerilli-Marimò, alla quale era piaciuto Taranta's Circles (Splasc(H), 2005) -un progetto particolare, ma che si adattava alla loro programmazione ovviamente legata alla tradizione italiana.

GM: In Taranta's Circles c'era un grande lavoro, di arrangiamento e sui suoni, per realizzare qualcosa forse non di rivoluzionario -la rivoluzione non è nei nostri ideali perché porta con sé elementi distruttivi -ma comunque di "non udito."

AAJ: Poi com'è continuata la vostra collaborazione con Siwula?

LT: Siamo tornati negli States più volte, finché nel 2011 abbiamo avuto occasione di suonare con lui in quattro o cinque posti diversi a New York, stando un po' più assieme, parlando e conoscendoci meglio. Blaise è un musicista che possiede un'impressionante serie di esperienze musicali, da Cecil Taylor a Borah Bergman, fino a William Parker. Abbiamo quindi deciso di registrare insieme, scegliendo il Wombat Studio, un tranquillo e accogliente studio di Brooklyn. È nato così D'istante3, uscito nel 2012 per la Slam. In seguito abbiamo avuto modo di fare numerosi concerti, fra New York e il Massachusetts, da soli, insieme a Blaise e con numerosi musicisti, esponenti di spicco della musica improvvisata dell'area newyorchese.

GM: Abbiamo suonato per esempio con l'Open Music Ensemble di Philip Foster, una formazione di musica improvvisata e meditazione che comprende anche strumenti come il koto e lo shakuhachi, allo Shapeshifter Lab, uno dei luoghi più in voga per la musica contemporanea. E con la Chemical Compositions di Constance Cooper, al Sapphire Lounge.

LT: A Cambridge ci siamo esibiti con la violoncellista Junko Fujiwara, mentre con Michael Wimberly, batterista fra gli altri di Charles Gayle e Steve Coleman, abbiamo suonato allo Spectrum, uno dei palcoscenici con le soluzioni acustiche più avanzate di New York, e all'University of the Streets. Poi abbiamo suonato, fra gli altri, con Rocco John Iacovone, veterano sassofonista della scena newyorchese. E più volte all'ABC No-rio di New York, dove per quasi venti anni, fino al 2016, Blaise Siwula ha curato la programmazione di una delle più longeve rassegne di musica improvvisata di New York.

AAJ: Ma in queste collaborazioni come vi siete mossi? In piena libertà?

GM: Sì, con questi musicisti si cammina così. Alcuni aspetti dell'essere umano vanno oltre parole, convenzioni e culture. Abbiamo lasciato parlare le nostre espressività e le cose sono fluite naturalmente solo per il piacere di essere lì e costruire la musica assieme.

LT: A proposito del nostro rapporto con Blaise, credo che allora, in oltre trenta ore di musica fatta assieme, non sia corsa neppure una parola su quel che avremmo fatto. Per suonare in questo modo devi percepire che, a prescindere dal risultato sonoro, qualcosa ti sintonizza, o comunque non ti crea ostacoli.

AAJ: E così, direi, siamo tornati al "suonare come da bambini...." Cosa vi lega a Blaise?

GM: Ci piace il suo modo di frammentare le frasi e le melodie, di creare rimbalzi e schiacciamenti. A lui invece piace il nostro modo molto italiano di stare nella melodia e il nostro uso del contrappunto.

LT: Apprezziamo molto anche il suo suono, assai personale e legato alla tradizione Dixieland: soprattutto al clarinetto riaffiora spesso il blues delle origini.

GM: Quanto al concetto che guida il lavoro, ruota attorno alla trasformazione continua attraverso la ricerca di soluzioni sempre diverse, legate al vissuto di ciascuno di noi tre.

AAJ: Mi pare si possa dire che si tratta dello stesso modo con cui suonate gli standard. Però senza gli standard....

GM e LT: Perfetto! È esattamente questo!

AAJ: D'altronde anche gli standard sono per voi solo una cornice per la vostra espressività. Qui viene meno la cornice, ma il tipo di messaggio è il medesimo. Certo l'assenza di riferimenti condivisi -il brano "noto" all'ascoltatore -rende la fruizione più complessa.

GM: Non può essere un ascolto univoco, né classico del jazz -di solito centrato sull'interplay -perché qui sono centrali altri elementi, come la contemporanea coesistenza di una pluralità di espressioni....

LT: ...e soprattutto, direi, la drammatizzazione di quel che c'è da raccontare. La nostra è una narrazione a tre voci, nella quale ciascuno mette senza troppi orpelli a disposizione la sua storia e la propria sensibilità.

AAJ: C'è qualcosa di "italiano" in un disco nato e cresciuto a New York?

GM: Sicuramente ci siamo noi che portiamo la nostra attitudine melodica. Ma anche la nostra naturale propensione alla creazione istantanea... LT: ...che comunque si sposa con l'approccio di Blaise, il quale registra tutti i concerti del suo centro culturale per documentare le nuove tendenze dell'improvvisazione. In realtà quello che ci ha accolto e con cui abbiamo avuto l'onore di collaborare è un vero e proprio movimento musicale che fa della composizione istantanea la propria forma di espressione, avendo quale caratteristica predominante l'impronta cameristica.

GM: Dopo Tasting Beauty la nostra collaborazione con Blaise ha prodotto anche un secondo CD, Sometimes the Journey is a Vision, edito da No Frills Music e anch'esso registrato a New York, che è una tappa importante per il percorso che ci ha portato al lavoro che sta per uscire per l'etichetta palermitana Almendra, in quartetto con lui e Rocco John Iacovone.

LT: Quell'album sarà l'apripista di una serie di istant compositions dell'etichetta palermitana, realizzata con la collaborazione di Gianluca Cangemi. Si tratta infatti di alcune sessions che hanno avuto luogo in sala di registrazione a Palermo, nate in occasione di una delle tappe della collaborazione che abbiamo con Blaise: quella della sua presenza a Messina con la Filarmonica Laudamo. È venuto assieme a Rocco John Iacovone e alla pittrice Denise Iacovone per realizzare un'esperienza di collaborazione tra musica e pittura, alla presenza di una trentina di improvvisatori dell'area dello stretto e a una trentina di artisti pittorici dell'Accademia di Reggio Calabria. Dopo questo grande evento collettivo abbiamo avuto una serie di date in Sicilia in quartetto, per poi trasferirci a Palermo per registrare.

AAJ: Nel frattempo però era uscito un altro vostro lavoro, in trio con il batterista catanese Francesco Branciamore.

GM: Sì, Broad-ways, per la ACK Records: come indica già il titolo, si tratta di un disco interamente dedicato alla musica di Broadway. È uscito nel 2017, ma si tratta di una registrazione di diversi anni fa, per la precisione del 2009. L'avevamo lasciata lì ma, riascoltandola, ci è sembrata così fresca e convincente che abbiamo deciso di pubblicarla. Ecco, direi che questa rosa di dischi riassuma bene la varietà dei nostri interessi: da una parte verso la tradizione delle songs americane e del repertorio di Broadway, dall'altra verso l'avanguardia e le possibilità di attualizzazione del linguaggio jazzistico.

AAJ: Broad-ways riprende la ricerca portata avanti nei vostri primi tre dischi in duo sugli standard; ma là eravamo di fronte a un lavoro "di cesello" sulla sinuosità delle linee melodiche, così da produrre delle "volute sonore" in continua mutazione, mentre qui l'ingresso di un elemento ritmico e di sonorità quali quelle della batteria modifica gli equilibri della musica. In che modo?

GM: È difficile dire con precisione in cosa il lavoro in trio differisca da quello in duo. Certo il nostro stile si è integrato con quello di Francesco producendo un suono diverso, peculiare di questa formazione, ma allo stesso tempo è vero che l'elemento ritmico è più manifesto che nei lavori in cui suoniamo solo noi e aggiunge una dinamicità e delle soluzioni inaspettate. Comunque, tutto è scaturito in modo così naturale e fluido da lasciarci stupiti: registrandolo ci siamo divertiti molto.

AAJ: In quali direzioni vi state muovendo adesso?

LT: Lo sviluppo della storia del duo prosegue e continua a essere centrale, perché io e Giancarlo ci lavoriamo ormai da così tanto tempo che sentiamo sempre di più il desiderio di diventare una voce sola, o quanto meno un unico canto. Per cui quest'anno vorremmo mettere a punto un nuovo progetto da presentare dal vivo ed eventualmente registrare. Abbiamo in mente alcune cose, tra le quali ci sono delle nuove composizioni, ma anche l'idea di sovrainciderci e, dialogando con noi stessi, diventare un quartetto.

GM: Sì, dell'idea della sovraincisione abbiamo parlato spesso: per me, in quanto chitarrista, non è una novità, la uso spesso anche suonando dal vivo; ma realizzarla in duo è una cosa particolarmente stimolante. Ovviamente senza abbandonare la nostra più che decennale ricerca sulla musica americana.

LT: Ovviamente, anche perché dai nostri continui scambi di idee, suggestioni, frammenti di brani, eccetera, alla fine emerge sempre che la forma della song è quella che più ci appartiene e ci accomuna.

AAJ: E Mahanada che fine ha fatto?

GM: Potrei rispondere con un'immagine: è rimasto nel suo tempo, come un bagliore, una cometa, un fiore che si schiude. Non si può dire che sia finito, ma per ora è rimasto lì.

AAJ: Fin qui abbiamo parlato dei progetti che avete in comune, tuttavia la vostra attività include anche cose sulle quali lavorate indipendentemente l'uno dall'altro, assieme ad altri musicisti.

LT: Per quanto mi riguarda, continua, con mia grande soddisfazione, l'interesse per il mio piano solo dedicato a Earl Zindars, che a distanza di otto anni dall'uscita del disco At Home with Zindars continua a ricevere inviti, anche in America: in particolare sarò in aprile alla storica Maybeck Recital Hall di Berkeley, sala dove è stata registrata la nota serie della Concord di ben quarantadue dischi di piano solo! Un altro progetto cui tengo particolarmente è il duo con il giovane ed eccellente fagottista di formazione classica Antonino Cicero. Siamo partiti dall'idea di realizzare un progetto che si ispirasse alla canzone italiana degli anni Trenta-Quaranta e in particolare alla figura di Giovanni D'Anzi; di fatto, alla fine abbiamo messo assieme un repertorio interamente di mie composizioni originali, che però conservano il riferimento alla musica di quell'epoca. Il duo ha caratteristiche molto diverse da quelle del duo con Giancarlo: qui le composizioni sono completamente scritte, il fagotto si muove un po' come la voce di un cantante, anche per il grande gusto per la melodia di Antonino Cicero, e io mi inserisco a supporto con qualche mia improvvisazione. Il progetto funziona molto bene, abbiamo registrato il disco An Italian Tale, edito da Almendra nel 2016, e suoniamo spesso perché, grazie alla presenza di un fagottista di rango qual è Antonino, siamo ben accolti anche nelle rassegne classiche. Cosa che mi fa molto piacere, perché permette di presentare cose un po' diverse anche in quell'ambiente. Poi, sempre senza Giancarlo, ho anche registrato un CD in duo con Siwula, Rags to Ragas, sempre a New York, uscito nel 2016 per la No Frills Music. In realtà è una cosa nata da una performance in duo all'ABC No-Rio dedicata al compositore americano di metà '800 Gaetano Daga. Ma anche un po' per caso, perché Giancarlo quella volta non poteva venire negli USA: ci è mancato così tanto che dallo studio di registrazione l'abbiamo chiamato!

GM: Per parte mia ho partecipato al disco di esordio della giovane sassofonista Maria Merlino, Alos, uscito per Rudi Records lo scorso anno. Si tratta di musica tutta improvvisata: le sue composizioni sono solo dei pretesti, dei canovacci per l'improvvisazione. Ci conoscevamo da un po' di tempo e abbiamo deciso di intraprendere questo "viaggio possibile," assieme a Domenico Mazza al basso elettrico. Un disco interessante che ha ricevuto molta attenzione dalla critica. Poi ho tanti progetti in corso, tra i quali quello che mi sta più a cuore è il duo di chitarra jazz con il mio fratello gemello Francesco. Non abbiamo ancora realizzato un disco, ma lo faremo.

LT: Vorrei aggiungere un'altra cosa su cui lavoro, anche se non si tratta esattamente di un progetto musicale mio: un laboratorio permanente, del quale è stato spesso ospite anche Giancarlo, che ho chiamato Pannonica Workshop. È coordinato da me e dal batterista messinese Filippo Bonaccorso e -pur senza tanta pubblicità -esiste da quasi vent'anni. Lavoriamo su partiture legate ad autori americani contemporanei e fin dall'inizio abbiamo collaborato con autori importanti: uno dei primi a venire qui, lavorare con noi e dirigere la formazione fu Kenny Wheeler. Con il tempo si è legato sempre più alla Filarmonica Laudamo, della quale da qualche anno dirigo la stagione concertistica, ma ci tengo a sottolineare che è una realtà preesistente, che lavora da tanto tempo e ha visto passare tra le proprie fila decine e decine di musicisti dell'area dello stretto.

AAJ: Che tipo di laboratorio è?

LT: Prepariamo nostri progetti originali, quasi sempre monografici -anzi, ormai una monografia l'anno -che prevedono la presenza di ospiti ad hoc. Il lavoro è soprattutto sul linguaggio del Novecento e in particolare dei grandi autori americani legati al linguaggio del jazz.

AAJ: Mi sembra una cosa piuttosto importante, perché credo si tenda a trascurare l'importanza di una formazione adeguata dei musicisti, che poi ha un peso anche sulla formazione di un pubblico che, oggi, mostra sempre più limiti riguardo alla curiosità e alle capacità critiche. Puoi parlarci della tua attività di Direttore Artistico della Filarmonica Laudamo?

LT: Si tratta della più antica associazione concertistica della Sicilia: ha quasi cento anni ed è tra le più importanti in Italia. La Filarmonica ha avuto per ventuno anni un Presidente -Manlio Nicosia, da poco scomparso, grande appassionato di musica classica, ma anche un cultore di musica a tutto tondo -che ha pensato di affidare la programmazione a me, ben sapendo che la mia sensibilità era legata più al jazz che alla classica. Dandomi carta bianca si è assunto il rischio di fronte ai numerosi abbonati, che frequentano le stagioni perché interessati alla classica, e mi ha offerto l'opportunità di poter pian piano provare a fare breccia sugli ascoltatori, introducendo all'interno dei concerti il nostro linguaggio "creativo." In modo non sempre netto, anche proponendo delle "serie trasversali" e, soprattutto, una vera e propria formazione, per creare una scena musicale del territorio che frequenti ambiti un po' discosti dalla tradizione classica. E devo dire che la cosa sta funzionando, anche grazie agli eccellenti collaboratori con i quali ho potuto realizzare un vero e proprio percorso di perfezionamento, che da un lato vede la usuale serie di concerti e incontri con grandi nomi della musica classica, dal barocco fino al Novecento, e dall'altra una serie di concerti e incontri con personalità del mondo del jazz. In questo modo studiamo la loro musica e gli ospitiamo per i concerti e workshops, attraverso i quali si è col tempo creata una vera e propria orchestra: la Filarmonica Laudamo Creative Orchestra, un organico di quasi quaranta elementi di cui facciamo parte anche io e Giancarlo. Tra i musicisti che abbiamo ospitato ci sono Fred Hersch, Marc Copland, Dave Burrell, poi come dicevo Rocco John Iacovone e Blaise Siwula. Tra poco avremo la prima assoluta di Animal Suite, scritta da Salvatore Bonafede, che verrà personalmente a condurre assieme alla coautrice Roberta Giuffrida. Poi ovviamente abbiamo dei progetti per la prossima stagione, che preferisco non svelare. Ma la cosa importante è che tutto questo è connesso con un grande fermento di attività in città e nel territorio circostante, che mettono in gioco gli artisti locali e favoriscono anche ulteriori collaborazioni: per esempio, dopo essere stato da noi Dave Burrell ha sviluppato una collaborazione con una soprano messinese.

AAJ: Il progetto coinvolge dunque musicisti di qualsiasi genere, non solo jazzisti.

LT: Certo, si tratta di un'orchestra, ma non è né un'orchestra sinfonica, né una big band -anche se, in ogni momento, è pronta a diventare questa o quella -e perciò accoglie musicisti di qualsiasi provenienza. Il tentativo è anzi proprio quello di mettere a contatto queste realtà diverse e svilupparne le reciproche potenzialità.

AAJ: Quanta disponibilità c'è a calarsi in questo contesto atipico e affrontarne le sfide da parte di chi non ha una formazione jazzistica?

LT: Molta, perché l'obiettivo del laboratorio è proprio la condivisione, attraverso la quale riusciamo a superare i possibili pregiudizi: se le persone suonano assieme si comprendono e scoprono gli aspetti interessanti dei generi e dei linguaggi che frequentano meno.

AAJ: Come riesci ad armonizzare le diverse proposte nel programma della stagione della Filarmonica e qual è la risposta del pubblico?

LT: Quella in corso è la sesta stagione che allestisco e l'esperienza mi permette di fare una valutazione nel tempo. All'inizio della mia direzione artistica c'è stata qualche perplessità -non le definirei rimostranze -che mi ha stimolato a curare il modo in cui le cose vengono presentate, perché talvolta anche questo incide su come l'ascoltatore poi si pone di fronte alla proposta per lui inusuale: se la presenti con gentilezza, invece che con autoreferenzialità, la risposta è un'altra. In generale direi che se dai fiducia al pubblico, questo risponde; se invece -come purtroppo spesso capita -lo consideri minus habens, allora è più difficile che lo faccia. Noi siamo riusciti ad avere anche quattro-cinquecento presenze per concerti di musica fortemente creativa, di improvvisazione collettiva, lo stesso numero che per i grandi pianisti che fanno Chopin o per i cameristi di Santa Cecilia. Recentemente abbiamo fatto quello che doveva essere un esperimento -testi di Shakespeare musicati da Mario Castelnuovo Tedesco, l'esistenza dei quali è stata scoperta di recente dopo cinquant'anni dalla sua morte, e interpretati al pianoforte da Claudio Proietti -che ha invece visto una risposta massiccia da parte del pubblico, con più di trecento persone. Ci tengo a sottolineare che anche il progetto di Maria Merlino, di cui parlava Giancarlo, è inserito nella stagione di quest'anno e andrà in scena ad aprile. Perché è un lavoro interessante e perché è anch'esso una proposta che si spinge su territori diversi, da proporre al pubblico della Filarmonica.

AAJ: Hai citato il rischio dell'autoreferenzialità: immagino tu intenda la scarsa disponibilità di musicisti, organizzatori e critici a offrire un qualche -anche banale -percorso di avvicinamento a musiche che per l'ascoltatore siano inusuali o, per qualche ragione, passibili di essere recepite come incomprensibili.

LT: Esatto. È per quello che, accanto a offerte fatte con rispetto e gentilezza, abbiamo attivato anche il percorso di formazione che, attraverso i musicisti, deve arrivare anche al pubblico.

GM: Mentre Luciano parlava riflettevo sul ruolo che svolgo personalmente nella formazione dei musicisti e del nuovo pubblico, perché anch'io sono molto toccato dalla scomparsa del pubblico o, comunque, dalla sua omologazione a un certo tipo di ascolti sollecitati dai media e dalle fonti moderne attraverso le quali oggi si può, con apparente facilità, accedere alla musica e che invece di fatto finiscono per produrne un ascolto distratto. Io insegno da anni e sono coordinatore del dipartimento jazz del Conservatorio Francesco Cilea di Reggio Calabria, per cui ogni giorno mi confronto con l'approccio dei più giovani verso questa musica, la quale spesso risulta ai loro occhi per certi aspetti datata, oppure poco comprensibile. Ciò mi spinge a reinventare sempre di nuovo il modo in cui tradurre e presentare questo linguaggio, perché la cosa più delicata e importante è proprio riuscire a far amare il jazz a chi lo studia: prima di diventare un buon studente o un buon tecnico dello strumento bisognerebbe essere un appassionato. Altrimenti non scatta mai la magia che permette di comunicare agli altri attraverso il jazz la propria estetica e le proprie idee. Per questo nell'ambito dell'insegnamento il mio sforzo è diretto in primo luogo a formare dei ragazzi che siano appassionati di questa musica.

AAJ: Mi pare una riflessione importante, oggi che il jazz sembra da un lato crescere in visibilità, con la celebrazione anche mediatica di alcuni dei suoi protagonisti di punta, ma al tempo stesso e paradossalmente perdere pubblico, presente solo ai concerti di quei medesimi protagonisti e con scarsa attenzione per tutte le altre proposte. Mostrando però in tal modo di aver assunto l'estetica pop, basata su canoni precisi e reiterati, al posto di quella del jazz, caratterizzato invece dal continuo rinnovarsi, dalla novità e dalla sorpresa.

GM: È vero, perché la riproduzione di alcuni canoni consolidati da un lato trasmette sicurezza al pubblico non attento, ma dall'altro cancella l'elemento del rischio e della sorpresa, che non conta più niente, perché si sa già sempre cosa succederà, e si deve saperlo!

LT: Diciamo che l'ago della bussola sembra essersi spostato dalla creazione e dallo sviluppo di nuovi linguaggi, caratteristica del jazz fin dagli esordi, all'affinamento di quelli già esistenti. Da questo punto di vista -senza voler dare giudizi di merito, ma solo come valutazione descrittiva -la cosa mi ricorda molto gli schemi della musica classica e dell'accademia. Forse una volta diventati consapevoli di questo sarà più facile tornare ad assaporare il gusto di essere "pionieri," sentire nuovamente l'esigenza di provare a essere "il primo" che fa una cosa, o almeno a seguire la scia ideale di qualcuno che l'ha appena fatta e chi ti apre un mondo espressivo nuovo. Che poi credo sia una delle cose più affascinanti ed emozionanti del jazz, una delle prime ragioni per cui si fa questa musica invece di altre.

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