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A dialogo con Giancarlo Mazzù e Luciano Troja

Neri Pollastri By

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Il chitarrista calabrese Giancarlo Mazzù e il pianista siciliano Luciano Troja formano ormai da molti anni una coppia artistica molto affiatata. Messisi in luce nell'interessante quartetto Mahanada, che realizzò tre album tra il 2004 e il 2008 (leggi la recensione di Mahanatta), i due hanno poi consolidato la loro intesa artistica pubblicando i due volumi di Seven Tales About Standards (entrambi per la Splasc(H), nel 2006 e nel 2008, leggi la recensione del secondo ), singolarissima e raffinata rilettura della tradizione jazzistica, ai quali è seguito un terzo capitolo, registrato live alla Metropolitan Room di New York nel 2009 e uscito per la Slam nel 2013. Ancora a New York i due hanno poi registrato un lavoro ampiamente improvvisato su temi propri, Tasting Beauty, uscito per la Slam nel 2015. Grazie ai loro viaggi negli USA Mazzù e Troja hanno poi stretto un duraturo sodalizio con il sassofonista e clarinettista newyorchese (ma originario di Detroit) Blaise Siwula, con il quale hanno svolto varie tournée oltreoceano registrando due dischi d'improvvisazione: D'Istante3 (Slam, 2012) e Sometimes the Journey Is a Vision (NoFrills Music, 2014). Più recentemente è uscito un loro lavoro in trio con il batterista Francesco Branciamore, Broad-Ways, mentre è annunciato un nuovo lavoro in quartetto assieme a Blaise Siwula e Rocco John Iacovone.

All About Jazz Italia: Inizierei da una breve storia della vostra lunga collaborazione, iniziata nel singolare quartetto Mahanada e consolidatasi con il duo dedicato agli standard: perché proprio quel tipo di formula?

Giancarlo Mazzù: Abbiamo discusso molto sull'opportunità di un progetto simile, perché il "genere standard" è di solito un po' troppo formale: per gli americani quella è la tradizione, con la quale hanno lo stesso rapporto che gli europei hanno con la musica classica. È però poi prevalso il nostro comune amore per la canzone, che ci ha spinto a suonarli così, senza altri artifici.

Luciano Troja: Infatti ciò che c'è di originale deriva dall'averli interpretati a modo nostro in piena libertà. Noi europei abbiamo vissuto quella tradizione indirettamente, ma in fondo stiamo parlando di canzoni, cioè di materiale reintepretabile e, quindi, sempre aperto a nuove soluzioni.

GM: Ogni nota, ogni modulazione è una possibilità aperta, come se nella traccia orizzontale del brano ci fossero costantemente opportunità di uscirne fuori in verticale. Così possiamo stare a guardare quel che succede e cogliere opzioni sempre nuove. Per questo i nostri concerti sono sempre diversi: quali strade prendiamo dipende dall'ambiente e dalla risposta del pubblico.

LT: E con la piena libertà di produrre sorpresa, "l'essenza assoluta del jazz," come diceva John Lewis -che pure suonava nel Modern Jazz Quartet, considerato quanto di più apparentemente formale ci sia stato in questa musica. Senza la sorpresa non può succedere niente.

AAJ: Come è nato il duo?

LT: Avevamo suonato spesso assieme in vari contesti, scoprendo molte affinità: artistiche e umane, nell'amore per tante cose che solo in apparenza possono sembrare banali. Accadde poi di avere un ingaggio di alcune date a Taormina Arte per accompagnare una rappresentazione teatrale. Durante le pause delle prove, gli attori ci lasciavano il teatro completamente libero con un meraviglioso pianoforte a disposizione. Pensammo che fosse il caso di approfittarne: "Giancarlo," dissi, "il Palazzo dei Congressi è nostro... registriamo!."

GM: Il nostro primo disco è nato così, costruito sul vissuto personale, come due amici che si incontrano una sera e suonano....

LT: Da questa registrazione abbiamo scelto i brani del nostro primo CD in duo, Seven Tales About Standards, uscito per la Splasc(H) nel 2006.

GM: Suonammo d'istinto e senza altra preparazione: sette storie tirate fuori dalla memoria e dalle nostre sensibilità. Successivamente abbiamo registrato in studio il secondo capitolo nel 2008, che abbiamo presentato a New York e Philadelphia nel 2009. In quell'occasione, ricevuto un ingaggio alla prestigiosa Metropolitan Room, abbiamo deciso di registrare dal vivo la nostra performance, uscita poi per l'etichetta inglese Slam.

AAJ: Questa spontaneità, basata su relazioni artistiche ma anche e soprattutto umane, è una cosa che molti improvvisatori ritengono essenziale. Lo è anche per voi?

LT: Sì, forse perché è quanto permette la naturalezza della creazione, che per essere documentata con la registrazione richiede situazioni atipiche e informali: di solito si verifica in determinati contesti, non la puoi produrre sempre, a piacimento.

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