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Zorniana
Amato e odiato Zorn. Nessun protagonista della musica creativa dell’ultimo trentennio può vantare una capacità così viscerale di suscitare reazioni diametralmente opposte, commenti discordanti ed emozioni tanto intense. Zorn l’alfiere della scena down-town coi capelli rossi e quei terribili occhiali alla Woody Allen; Zorn il musicista free; Zorn il compositore spocchioso e ridondante; Zorn il terrorista sonico e il jazzista metallaro che tanto piace ai giovani alternativi; Zorn il genialoide alchimista di suoni improbabili e musiche impossibili, il profeta del jump-cutting innamorato di Morricone; Zorn lo scaltro imprenditore, l’asso del marketing radical-chic, che si riscopre ebreo a trentacinque anni e ti confeziona la mania (moda?) della “Radical Jewish Culture”, inondando gli scaffali di mezzo mondo con una marea di CD griffati praticamente indistinguibili l’uno dall’altro; Zorn il talent-scout infallibile alla cui corte sono stati allevati fior di musicisti e discutibili fenomeni da baraccone; Zorn il compiaciuto celebratore del proprio culto, capace di festeggiare il cinquantesimo compleanno suonando per un mese di fila e sfornando pure un’ennesima serie di pubblicazioni. Uno, nessuno, centomila Zorn.
Zorniana l’hanno chiamata gli organizzatori. E il nome già la dice lunga. Certo, ricomporre il mosaico poc’anzi delineato nel corso di una sola serata è impresa a dir poco temeraria. Tuttavia, i concerti milanesi hanno senza dubbio restituito un’interessante istantanea del personaggio Zorn, colto in alcune delle sue più tipiche pose e attuali incarnazioni.
Il proverbiale ghiaccio è toccato romperlo ai Secret Chiefs 3, formazione californiana di avant rock nata da una costola dei leggendari Mr. Bungle di Mike Patton. Lo Zorn evocato in questo primo set è stato l’artefice dell’infinita e ciclica epopea Masada, anche perchè il gruppo si esibiva presentando in anteprima il progetto Xaphan, nono volume della fortunata serie dei “Book of Angels” (già pubblicati i lavori di Jamie Saft, Masada String Trio, Koby Israelite, Mark Feldman e Sylvie Courvoisier, Cracow Klezmer Band, Uri Caine, Marc Ribot ed Erik Friedlander).
Le sonorità ostentate hanno imposto fin dalle primissime battute il parallelo, a tratti penalizzante per la differenza di caratura dei solisti, con formazioni ben più blasonate, Electric Masada su tutti. Territori già ampiamente battuti, dunque, anche se l’ensemble ha sfoggiato a tratti un piglio indie-rock decisamente sui generis (nel turbinio sono spuntati pure gli Arcade Fire, il fenomeno indie per eccellenza). Da segnalare la splendida prova del violinista Timb Harris, languido e inquietante, e dei due chitarristi, il leader Trey Spruance e Jason Schimmel, capaci di erigere notevoli architetture e decisamente complementari dal punto di vista musicale: secco, sanguigno e desertico il primo; sognante, tagliente e psichedelico il secondo. Per il resto il canovaccio recitato si è mosso lungo schemi ormai consolidati, e un po’ ripetitivi: piccoli fraseggi di basso dal sapore klez (Shanir Blumenkranz), batteria incalzante e singhiozzante (l’ottimo Ches Smith), sulla quale si è mossa la baraonda orchestrata dal resto della formazione, con Elena Dorofti alla voce e violino, Rich Doucette al sarangi e Jai Young Kim alle tastiere a completare i ranghi dell’ottetto.
Secondo set e secondo Zorn. Bando alle facezie Masada e largo al compositore serioso, al prodigo emulo della tradizione colta novecentesca. In scena il quartetto classico Crowley, che ha presentato dal vivo la suite in cinque movimenti “Necronomicon”, già incisa e pubblicata qualche anno addietro sull’album Magick. Il tutto è durato qualcosa in più di una ventina di minuti, con i quattro interpreti (Jennifer Choi e Jesse Mills al violino, Richard O'Neill alla viola e Fred Sherry al violoncello) impeccabili nel restituire le spigolose sonorità della composizione, i dissonanti pizzicato e le inquietanti lamentazioni. Musica travolgente, nervosa, dissonante, fittamente intessuta e in alcuni passaggi persino entusiasmante quella proposta dal quartetto, anche se non si può nascondere un certo smarrimento nel celere transito dalle distorsioni rock e dal groove klez dei Secret Chiefs 3, alle raffinatezze racchiuse in partiture dal respiro alquanto accademico. Ma anche questo, in fondo, è Zorn.
Dopo un rapidissimo cambio di palco, ecco entrare in scena sua versatilità newyorchese in carne ed ossa. Già, perchè tra “Book of Angels”, “Filmworks” e quartetti d’archi, c’era pure il rischio che qualcuno si dimenticasse quale straordinario musicista e improvvisatore si nasconda sotto le spoglie di Mr. Tzadik. E così, a ricordarcelo ci ha pensato Zorn stesso, esibendosi al fianco di un indiscusso maestro della batteria come Milford Graves e rinnovando un sodalizio che risale ormai al 1999 (testimoniato anche da un disco, il secondo volume della serie registrata in occasione del cinquantesimo compleanno). L’attacco del set è stato bruciante, con il drumming scuro, tribale e ossessivo di Graves ad assecondare gli sproloqui affilati del contralto di Zorn. Free jazz ai massimi livelli quello proposto dal duo, con lo splendido batterista ultrasessantenne capace ancora di stupire per complessità ritmica e incalzante energia propulsiva (doppia cassa il buon Graves, manco fosse il batterista di un complesso speed-metal), mentre Zorn si è rivelato ancora come uno dei decostruttori più diabolicamente lucidi del sassofono e del suo linguaggio (impressionante e di grande effetto l’uso dell’interno coscia come sordina per il contralto).
Assolutamente imperdibile una danza grottesca e goffa di Graves, con tanto di cantilena africaneggiante, ruzzoloni e convulsioni, che se opportunamente registrata e piazzata su You-Tube avrebbe potuto rivelarsi come il fenomeno mediatico dell’anno.
Gran finale affidato alla quarta incarnazione del nostro beneamato, la più faceta e zuzzurellona, quella del prompter - suggeritore - in “Cobra”, una sorta di gioco di ruolo musicale che Zorn ha teorizzato almeno una ventina di anni addietro e continua a portare a spasso per i palchi del mondo con le stesse regole, ma con interpreti sempre diversi. Inutile tentare di illustrare i meccanismi del gioco (anche perchè non ne sono certo un grande esperto), basti tenere a mente alcuni dettagli. Primo: Zorn non suona, limitandosi, appunto, al ruolo di prompter, una sorta di direttore alla “Butch” Morris. Secondo: il prompter guida il gruppo attraverso una serie di gesti e cartelli che espone durante l’esecuzione. Terzo: i cartelli non contengono alcuna notazione strettamente musicale e i musicisti sono assolutamente liberi di improvvisare. Quarto: i musicisti stessi partecipano attivamente al gioco infrangendo le regole, proponendosi al prompter e scegliendo con chi suonare. Quinto: il numero dei giocatori-musicisti, la durata del pezzo e la composizione dell’ensemble è del tutto arbitraria. Detto questo, risulta piuttosto semplice immaginare la baraonda (anche perchè, scrutando le espressioni di qualcuno dei partecipanti, ho avuto la netta impressione di non essere il solo a non aver completamente digerito le regole del “Cobra”).
Sul palco l’intera formazione dei Secret Chiefs 3, con l’aggiunta del violino di Jennifer Choi, del violoncello di Fred Sherry e dei fedelissimi Ikue Mori e Cyro Baptista. Il risultato? Senza dubbio spettacolare e di sicuro effetto, con passaggi totalmente anarchici e momenti di autentico divertimento, concitati botta e risposta alternati ad assordanti crescendo, improvvisi squarci di calma seguiti da fragorosi unisono della band. Determinante nell’economia teatrale della performance la presenza di Baptista, un concentrato di soluzioni percussive imprevedibili e chincaglierie musicali da rigattiere, un bambinone felicemente libero di dar fondo al proprio repertorio di trucchetti, illusioni, colpi a sorpresa (ad esempio un megafono puntato a tutto volume contro il malcapitato Zorn; oppure un biscione in lattice fucsia fatto rumorosamente roteare sopra la testa). Che dire? Dal vivo lo spettacolo, perchè in fondo di questo si tratta, funziona alla grande, anche perchè in un’esibizione come questa il caos e la confusione non sono mali da rifuggire ad ogni costo, ma compagni di strada da vezzeggiare, corteggiare e persino sbeffeggiare.
Insomma, un gran bel modo per chiudere la serata e rinnovare per l’ennesima volta l’enigma Zorn.
Foto di Claudio Casanova (Jennifer Choi - Cyro Baptista)
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