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Young Jazz 2010 a Foligno.

Tre le novità di rilievo introdotte dal Young Jazz 2010. In primo luogo, come avviene in altri festival (Bolzano, Berchidda, Cormons...), si è deciso di estendere il raggio territoriale della manifestazione. Pur rimanendo a Foligno il main stage concertistico e il cuore dell'organizzazione, è stata distribuita una serie di concerti e incontri con i musicisti in prestigiose sedi museali di alcuni comuni limitrofi: Bevagna, Gualdo Cattaneo, Montefalco, Spello, Trevi.

Inoltre da quest'anno il festival, programmaticamente dedicato ai nomi emergenti del panorama jazzistico nazionale e internazionale, ha iniziato ad invitare il vincitore della sezione "nuovi talenti" del referendum indetto fra la critica specializzata dal mensile Musica Jazz. Questa volta è toccato a Luca Aquino, che si era aggiudicato il Top Jazz 2009.

Infine la direzione artistica, che fino allo scorso anno era stata sostenuta da Giovanni Guidi, ideatore e animatore del festival, d'ora in poi sarà affidata di volta in volta ad un musicista differente. Questa sesta edizione (28 maggio - 2 giugno) è stata curata da Gianluca Petrella, le cui scelte artistiche si sono rivelate nel complesso in continuità con quelle del passato.

Appunto Petrella, per l'occasione in veste di performer, ha aperto il cartellone del Young Jazz 2010, esibendosi in duo con Paolo Fresu. Dopo il primo incontro, avvenuto a Pattada nell'agosto 2009 all'interno di Time in Jazz, i due hanno ripreso il dialogo sul palco dell'Auditorium San Domenico di Foligno. Salvo pochi scambi di ruoli, il trombonista ha incarnato un carattere prepotentemente espressionista ed il trombettista ha fatto trasparire la sua fisionomia più melodicamente narrativa; all'interno di un flusso improvvisativo in cui prevalevano temi originali dei due, il loro interplay inventivo ha rivisitato anche classici come "'Round Midnight" e "My Funny Valentine".

Il largo uso dell'elettronica da parte dei due musicisti, ma anche l'acustica della ex-chiesa e un'amplificazione non facile da calibrare, soprattutto in questo primo appuntamento, hanno conferito all'esibizione una dimensione sonora esasperatamente deformata, gonfia e ridondante. Il contesto ambientale ha quindi condizionato la produzione sonora degli interpreti e in modo ancor più determinante le condizioni d'ascolto del pubblico.

Personalmente ritengo che l'acustica non perfetta dell'auditorium in certi casi possa conferire effetti suggestivi, come si è verificato lo scorso anno nel concerto del trio Chant (Libero Mureddu, Antonio Borghini, Cristiano Calcagnile), in cui veniva accentuata la propensione visionaria e avveniristica della loro musica. Nel caso del concerto di Fresu-Petrella ho ricevuto impressioni contrastanti: da un lato mi sembra che siano stati compromessi i momenti di mobile contrappunto fra i due fiati, ai quali avrebbe giovato un'acustica più asciutta; al contrario nei passaggi basati su pedali reiterati l'acustica riverberante e gli effetti elettronici possono aver creato un alone avvolgente, conferendo all'interpretazione un certo fascino ipnotico e psichedelico.

In rappresentanza dell'associazione ed etichetta El Gallo Rojo, una delle realtà più qualificate e combattive del panorama nazionale, il quintetto Rollerball ha proposto una musica ben articolata in poderosi temi-riff tracciati all'unisono e in frenetiche improvvisazioni. Sono di volta in volta emersi il fraseggio nervoso del contralto di Piero Bittolo Bon e la voce possente e ruvida del baritono di Beppe Scardino, mentre trame di connessione, a tratti relativamente più evocative, sono state intessute da Enrico Terragnoli alla chitarra, Danilo Gallo al contrabbasso e Massimiliano Sorrentini alla batteria.

La sera successiva il Lunaria Quartet di Luca Aquino, grazie a un interplay dalle trame aperte, ha imbastito progressioni avvincenti ora melodicamente delicate e allusive ora ritmicamente più toniche, non esenti da spunti eccentrici. La bella voce strumentale del trombettista e flicornista campano si è avvalsa dell'apporto dei tre partner (il chitarrista Giovanni Francesca, il bassista Marco Bardoscia e il batterista Gianluca Brugnano), che si è dimostrato del tutto congeniale agli obiettivi del leader, assicurando al gruppo un'autentica identità.

Gruppo ormai compatto e consolidato si è confermato, dopo otto anni di sodalizio, il quintetto Urban Society diretto da Gaetano Partipilo e completato dai dinamici effetti coloristici del vibrafonista Pasquale Bardaro, dal solido drumming di Vincenzo Bardaro, dalla rotonda sonorità del contrabbasso di Giorgio Vendola e dai sostanziosi interventi pianistici di Mirko Signorile. Il lucido e ricco linguaggio strumentale del contraltista pugliese ha trovato una naturale estensione nell'ampia gamma di arrangiamenti, interpretati con sicurezza e partecipazione dalla formazione.

Al Museo Emilio Greco di Spello, il dialogo fra Daniele Tittarelli ed Enrico Bracco, in duo per la prima volta, si è sempre mantenuto su toni riflessivi e pacati, dagli equilibri e dallo swing quasi cool. Le limpide linee del chitarrista sono state saltuariamente integrate con intelligenza da effetti rumoristici elettronici, mai prevaricanti; il sassofonista ha disegnato un fraseggio pulito e sorvegliato, esente da qualsiasi manifestazione gratuitamente esteriore. Un repertorio di original, intercalati da pensosi passaggi connettivi del chitarrista, ha incluso l'omaggio a insostituibili maestri del passato con la rivisitazione di "Off Minor," "Subconscious Lee" e "Reflections".

Le prime tre giornate del Young Jazz 2010 si sono concluse al San Domenico nel segno della comunicativa più trascinante. Decisamente notevole è stato il set della Ray Anderson's Pocket Brass Band, che a quanto mi risulta non si ascoltava in Italia da tempo. I componenti del gruppo non sono certo più giovani, ma la presenza al festival del grande trombonista americano si motiva come un omaggio da parte di Petrella ad uno dei maestri viventi del suo strumento.

Il quartetto era completato da Lew Soloff alla tromba, Matt Perrine al sousaphone e Bobby Previte alla batteria, tutti bravissimi nel sostenere il proprio ruolo. Soprattutto nella "Sweat Chicago Suite," ma anche negli altri brani, il complementare e denso impasto fra i tre ottoni, la stentorea estroversione, la potenza sonora e la netta costruzione dei brani sembravano non voler prendere in considerazione un'ampia porzione della storia del jazz, dallo Swing al free, per riagganciarsi allo spirito e alla qualità sonora del jazz classico e perfino alla tradizione delle marching band. Il tutto ovviamente trasfigurato da una sensibilità che ha già metabolizzato tutte le invenzioni di certa sperimentazione degli ultimi trent'anni.

Più o meno la stessa cosa si potrebbe dire del Dynamic Trio di Fabrizio Bosso, con Lorenzo Tucci alla batteria e Luca Mannutza all'organo Hammond e al Fender Rhodes, salito sul palco subito dopo il quartetto di Anderson. In questo caso però, nonostante la compattezza della formazione e la bravura dei due partner, era soprattutto la tromba del leader a costituire il centro dell'esuberante azione musicale. Ed inoltre non su original ma sulla reinterpretazione di temi famosi si esercitava l'inesauribile virtuosismo del trombettista, ricco di accenti e basato su un fraseggio articolato e dalla verve bruciante.

Foto di Roberto Cifarelli.

Ulteriori immagini del festival sono disponibili nelle gallerie dedicate ai concerti di Ray Anderson e Gaetano Partipilo.

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