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Yilian Cañizares: lo Yin e lo Yang

Photo credit: Lauren Pasche

Serena Antinucci By

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Nata a L'Havana, naturalizzata svizzera, Yilian Canizares è tra le più interessanti e promettenti artiste del jazz internazionale. Vincitrice alla Montreux Jazz Festival Competition nel 2008, ha pubblicato a suo nome, Ochumare nel 2013, Invocación nel 2015, e Águas, prodotto in collaborazione con Omar Sosa nel 2018.

L'ultimo progetto della cantante, compositrice e violinista, dal titolo Erzulie, delinea un nuovo scenario musicale. Uscito un anno fa (15 novembre 2019), per l'etichetta Planeta Y (fondata dalla stessa Cañizares), è ancora fortemente radicato nella terra, nel tempo, nella storia. Dedicato alla divinità haitiana dell'amore e della libertà, l'essenza della femminilità e della passione, Erzulie è anche la manifestazione di una ribellione. Nel disco, infatti, la Cañizares esprime la propria idea di resistenza e si schiera apertamente e con coraggio dalla parte delle donne, in difesa dei loro diritti. Lo fa attraverso l'incontro di linguaggi, di grandi voci (Nina Simone, Malala Yousafzai, Simone de Beauvoir), di generi musicali (soul, jazz, classica, hip hop, RnB) e di culture (africana, caraibica, cubana).

La Cañizares proviene da una formazione classica, ma il suo amore per Cuba e la cultura creola, in questo caso si fondono con il suono di New Orleans, dove il disco è stato registrato. Quest'anno, in occasione dell'attuale edizione del Roma Jazz Festival dedicata al cambiamento (climatico, sociale, dei diritti civili), l'artista cubana si esibirà insieme al suo Resilence Trio (Childo Tomas al basso e Inor Sotolongo alle percussioni) sul palco dell'Auditorium Parco della Musica. Il concerto sarà inusuale, senza pubblico, a causa delle restrizioni imposte dalla diffusione del Covid-19, ma in diretta streaming sulla piattaforma Live Now, usufruendo del nuovo teatro di posa ad alta tecnologia allestito nella Sala Petrassi dell'Auditorium.

All About Jazz: Voglio cominciare quest'intervista con una domanda diretta. Che cos'è per te il jazz?

Yilian Cañizares: È libertà, anticonformismo, è correre rischi...

AAJ: Hai iniziato la tua formazione classica a L'Havana. Subito dopo hai vinto una borsa di studio in Venezuela e dopo due anni ti sei spostata in Svizzera, dove hai perfezionato i tuoi studi. Cos'è che ti ha fatto capire che avresti potuto sfruttare le potenzialità del violino nel jazz?

YC: Cercavo nuovi modi di esprimermi con lo strumento. Cercavo la libertà e la possibilità di poter comunicare attraverso la mia musica chi ero veramente. Così ho iniziato ad esplorare sempre più l'improvvisazione con il mio violino. Ho iniziato a cantare e a suonare allo stesso tempo e, senza saperlo, avevo fatto un passo avanti nel mondo del jazz.

AAJ: Cuba e la Svizzera sembrano due culture opposte. Come hai navigato in questa dualità di contesti ed esperienze?

YC: Sì, lo sono, ma mi sembra di aver sempre danzato tra opposti. Come se venendo da Cuba molti si aspettassero che io suonassi il pianoforte, i fiati o le percussioni. Ma alla fine ho scelto il violino, che è uno strumento europeo, usato soprattutto nella musica classica. Credo che questa dualità sia una ricchezza. Affrontare tutta la mia vita tra questo tipo di scelte opposte mi ha fatto crescere molto, non solo come musicista, ma anche come essere umano. Direi quasi che cerco sempre questo tipo di esperienze. È un modo per spingermi a continuare ad evolvermi.

AAJ: Quando è nata la tua passione per le musiche afro-cubane, per la tradizione creola e per le commistioni tra i generi?

YC: Crescere a Cuba è stata una grande opportunità, perché parallelamente alla mia formazione classica sono stata esposta a molti altri generi. Come la musica afro cubana, la musica tradizionale cubana, il latin jazz e molto altro ancora. Tutte queste informazioni erano lì nella mia testa, ma in modo subliminale. La questione interessante è che una volta arrivata in Europa, ho iniziato a sentire la mancanza di tutta questa musica. All'inizio mi ha sorpreso molto, perché non sapevo di esserne così appassionata, ma alla fine queste sono le mie radici! Vengo da questa cultura. Così ho deciso di incorporarle sempre di più nella mia musica, per ricordarmi da dove vengo.

AAJ: Hai collaborato con importanti musicisti, tra cui Ibrahim Maalouf, Omar Sosa, Youn Sun Nah, Richard Bona, Chucho Valdes, Roberto Fonseca, Dhafer Youssef ed El Comité. Com'è stato sperimentare il dialogo con questi artisti, alcuni provenienti da generazioni diverse dalla tua? Cos'hai imparato da loro?

YC: Sì, sono stato così fortunata! Prima di tutto è stato un grande onore imparare dai più grandi. Suonare con una leggenda come Chucho Valdés o con un grande musicista come Omar Sosa è un'esperienza che dura tutta la vita! Sono cresciuta molto grazie a queste collaborazioni. Hanno detto che stanno "passando il testimone" e la verità è che è un grande onore, ma anche un'enorme responsabilità. Sono stata travolta dalla loro generosità, dal loro amore, dal modo in cui hanno creduto in me. Mi hanno insegnato che la musica è condivisione, è essere onesti con la propria anima e con gli altri. Mi hanno insegnato a seguire la mia voce a prescindere da tutto!

AAJ: Dopo Ochumare, Invocación e Águas, prodotto insieme a Omar Sosa, sei giunta al tuo quarto album, dal titolo Erzulie, pubblicato nel novembre del 2019. Mi sembra che, rispetto al passato, con quest'ultimo disco si sia aperto un nuovo scenario musicale. Che ne pensi?

YC: Sì, lo è sicuramente. Non sono il tipo di musicista che ripete sempre lo stesso album, almeno cerco di non farlo! Erzulie è in perfetta risonanza con la persona che ero al momento della creazione dell'album, con le cose che stavo vivendo nella mia vita personale, con la visione che ho ora come musicista e come donna. È semplicemente un'affermazione, un'immagine di quel momento.

AAJ: Erzulie è la divinità femminile haitiana dell'amore e della libertà, alla quale anche Cecil Taylor dedicò un suo lavoro. È anche la rappresentazione del tuo mondo, della complessità, dell'incontro tra culture e tradizioni diverse. Cos'altro rappresenta per te Erzulie?

YC: Esattamente. Erzulie è un crocevia in cui si incontrano tutti questi mondi diversi. Per me simboleggia anche la resistenza, la forza e la fragilità che convivono nell'energia femminile. Erzulie è dentro ogni donna, e anche dentro ogni uomo. È come uno specchio in cui puoi vedere te stesso così come sei. Mostra la tua profonda essenza.

AAJ: Quest'anno il tema del Roma Jazz Festival riguarda il cambiamento. Nel tuo ultimo progetto affronti un altro tema cruciale: il ruolo della donna nella società odierna e la necessità di un urgente cambiamento. Perché, secondo te, dopo anni di lotte, di emancipazioni, è ancora così importante affrontare il tema dei diritti femminili? E perché hai sentito il bisogno di tradurlo in canto e musica?

YC: È fondamentale! Tutti gli argomenti che hai appena citato sono al centro del mio lavoro. Sono una donna, una donna di colore, proveniente da un'isola del cosiddetto terzo mondo, come posso fare arte e non parlarne? Come posso ignorare i tempi in cui viviamo? Ho una responsabilità, perché ho una voce, perché attraverso la mia arte posso toccare il cuore delle persone e sperare che si rendano conto che dobbiamo essere uniti in questo momento!

AAJ: A proposito di clima e ambiente: ho saputo che stai lavorando ad un remix della canzone "Yemaya"—la dea del mare in Santeria—con il produttore Greg Landau. Cosa possiamo aspettarci?

YC: Si! Sono molto entusiasta di questa collaborazione, nel contesto della giornata mondiale degli oceani organizzata ogni anno l'8 giugno. Mi sento molto onorata di mettere la mia musica al servizio di una grande causa. Spero di rafforzare la consapevolezza e di risvegliare la coscienza attraverso questa canzone e di far ballare la gente, perché in questo momento abbiamo bisogno anche di tanta gioia e felicità nel nostro mondo!

AAJ: So che pratichi ancora la Regla de Ocha, la religione dei tuoi antenati. Quanto è importante nella tua musica?

YC: Il modo in cui abbraccio la mia spiritualità influenza la mia musica, naturalmente. Praticare la Regla de Ocha è un modo per mantenere il mio spirito allineato con tutti i miei antenati. Attraverso la mia pratica spirituale e la mia musica rendo loro omaggio, perché senza di loro non sarei qui.

AAJ: Perché hai scelto New Orleans per registrare il disco?

YC: Perché New Orleans è il delta della cultura creola, il posto in cui è nato il jazz, la black music.

AAJ: La diversità musicale del tuo progetto si riflette anche nella scelta delle collaborazioni. Da Christian Scott aTunde Adjuah, a Michael League, Bill Laurance, Bobby Sparks, Justin Stanton, insieme al tuo quintetto The Maroons. Come avete lavorato insieme?

YC: Non mi aspettavo di avere questi grandi artisti nel mio disco. È semplicemente capitato che si innamorassero della musica e del messaggio che conteneva. Così si sono uniti a me. Alla fine del disco non riuscivo a credere a quello che era appena accaduto.

AAJ: All'inizio del brano "Lo Que No Dico Ahora," sussurrando in spagnolo dici che "tanta perfezione ti sta ammazzando l'anima." Sollevi un altro tema importante: l'imperfezione. Ti va di spiegarcelo meglio?

YC: Sono felice che tu me l'abbia chiesto, nessuno l'aveva fatto fino ad ora. La verità è che sono un perfezionista. Posso essere molto esigente con me stessa, non solo nel mio lavoro, ma anche nella mia vita personale. Ho dovuto imparare a lasciarmi andare, a mostrare anche la mia vulnerabilità, ad amare le mie imperfezioni, perché mi rendono più umana.

AAJ: In "Gloria Mia" e "Liberdad" invece ascoltiamo voci femminili, in particolare nella seconda traccia, in cui sei riuscita a creare degli intrecci linguistici sorprendenti. Di chi sono queste voci e perché le hai scelte?

YC: In "Gloria Mia" si sente la voce di mia nonna, che racconta come hanno scelto il mio nome. In "Libertad" si sente Nina Simone, Malala Yousafzai e Simone de Beauvoir che discutono a modo loro del femminismo. Ho deciso di includerle, perché queste donne mi ispirano, anche per la rilevanza e la puntualità dei loro messaggi.

AAJ: Se dovessi scegliere tre artiste che ti hanno più influenzata, sia musicalmente che umanamente, chi sceglieresti?

YC: Nina Simone, Omara Portuondo e Celia Cruz.

AAJ: Salirai sul palco del Roma Jazz Festival con il Resilience Trio [clicca qui per vederlo online il 20 novembre alle 21], insieme a Childo Tomas al basso e Inor Sotolongo alle percussioni. Perché hai scelto questo nome per il tuo trio?

YC: Abbiamo creato questo progetto durante il lockdown. È stato un momento molto difficile (anche nella mia vita privata). Questo progetto e la musica che abbiamo realizzato insieme sono stati la mia risposta e il mio modo di rialzarmi.

AAJ: Ci puoi parlare delle tue collaborazioni con Paul Beaubrun?

YC: È stato un bel modo di mettere insieme la cultura cubana e quella haitiana attraverso la musica. Spero che il pubblico si goda la musica che è nata da questa collaborazione.

AAJ: Ci sono altri progetti nel futuro?

YC: Comporre molto, registrare nuova musica, iniziare a lavorare anche alle mie opere visive. Insomma, sto cercando di mantenere vivo il processo creativo nel miglior modo possibile!

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