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Verona Jazz 2008
Le prime tre serate di Verona Jazz 2008, che si è chiuso il 30 giugno all'Arena con il concerto-spettacolo di Carlos Santana, hanno presentato un programma intrigante e insolito pur nella varietà delle proposte. Il merito va a Nicola Tessitore, tornato alla guida artistica del festival dopo un periodo di assenza forzata iniziato nel 2001.
Il concerto d'apertura ha offerto l'occasione, rara in Italia, di ascoltare James Blood Ulmer, in questo caso in veste di bluesman, come spesso ama proporsi negli ultimi anni anche a livello discografico [leggi la recensione del CD dello scorso anno Bad Blood in the City: the Piety Street Sessions]. Nelle sue mani, e nella sua voce, la struttura del blues ha deviato in parte dalla leggibilità accattivante e dalla quadratura proprie della forma classica (penso per esempio, fra gli interpreti attuali e più giovani di Ulmer, a quel Keith B. Brown esibitosi nell'ultima edizione di Vicenza Jazz), per assumere un andamento più austero e frammentario, a volte quasi monotono e piatto. La sua interpretazione ha comunque esasperato la natura terrena, perfino melmosa, la disperazione repressa, il carattere ombroso del blues, che, come in certi esponenti classici, si è connotato ancora come "la musica del diavolo".
Per ottenere ciò Ulmer è ricorso ai mezzi che gli sono propri: in primo luogo una voce cavernosa, "selvaggia", antileziosa come poche altre, con un vibrato dolente e crude impennate, fino ad includere, nel brano finale, risate catarrose e sataniche. L'uso della chitarra è invece sembrato scarnificato, caratterizzato da accordi anomali e da un tipico scampanìo di note; un approccio tutto sommato abbastanza lontano da quello stile armolodico, di cui proprio lui, assieme a Ornette Coleman, era stato uno degli inventori all'inizio degli anni Settanta.
Ad un'altra, originale rivisitazione della tradizione si è assistito poco dopo con il Tempest Trio, formato nel 2005 da Daniele D'Agaro, Bruno Marini e Han Bennink. A parte qualche passaggio connettivo e qualche esasperazione, che potremmo ascrivere ad una matrice free, la loro performance ha guardato al jazz pre-bop per reinterpretarlo con esuberante inventiva. D'Agaro, sia al tenore che al clarinetto, sembrava riferirsi agli honkers o ai collaboratori di Ellington, esponendo una grande varietà di accenti, mentre gli sprazzi di vitalità e l'impeccabile senso ritmico di Bennink hanno fatto rivivere lo spirito di Chick Webb. Marini, che in questo contesto suona l'organo Hammond, non ha potuto trascurare l'insegnamento del Soul Jazz, ma nel contempo dal suo strumento ha tratto accordi, bagliori, contrasti fra forte e piano, che hanno ricordato anche i block chords di Milt Buckner.
Composizioni poco battute di Ellington o un blues di Leadbelly, il tema di un film di James Bond o un brano di Marmarosa hanno offerto lo spunto per un'improvvisazione tesa e imprevedibile, ricca di partecipazione e di colpi di scena. Indubbiamente è preferibile cogliere dal vivo tutta la verve che il Tempest Trio è in grado di sprigionare, piuttosto che dal pur valido CD The Tempest, inciso nel settembre 2006 ed appena edito da Artesuono.
La sera seguente il pubblico ha gremito il Teatro Romano per assistere al duo Rava- Bollani. Che l’affluenza non fosse giustificata dalla Bobby Sanabria Big Band è stato chiaro quando, durante il set di quest'ultima, esibitasi per seconda, una parte del pubblico, anche se non sostanziosa, ha disertato il teatro alla spicciolata. Indubbiamente negli ultimi tempi protagonisti del jazz italiano come Rava, Bollani, Fresu e pochi altri, hanno beneficiato anche di un fenomeno mediatico, che li ha portati sulle pagine nazionali dei quotidiani o a trasmissioni televisive e radiofoniche, avvicinandoli ad un pubblico più vasto e generico, che non è quello ristretto del circuito del jazz. E ben venga se musicisti come questi, che fanno ancora del jazz di alta qualità, possono fornire a molti neofiti la chiave per entrare nel vasto, problematico mondo della nostra musica. Diverso è il caso di altri personaggi, quotatissimi ma sostanzialmente estranei ad un approccio jazzistico, che “godono di millantato credito”, più per effetto di un marketing abile e capillare che per iniziativa loro. Questo tipo di operazione può risultare fuorviante ed allontanare il grosso pubblico dal vero jazz piuttosto che avvicinarlo.
Dopo questa digressione, tornando al concerto del collaudato duo, si sono ancora una volta potute apprezzare le qualità tecniche ed interpretative, la dose di ironia e di brio, gli squarci di poesia e i passaggi movimentati. Bollani appartiene a quella genìa di pianisti che da Fats Waller arriva a Martial Solal, includendo il sommo Art Tatum o l'anomalo Errol Garner; pianisti virtuosi e scanzonati, comunicativi e inventivi, di vasta cultura pianistica, ma avulsi dagli schemi bebop e dagli estremismi scontrosi del free. Rava è un maestro che, partito da lontano, è giunto, ormai da decenni, ad una maturità espressiva che racchiude tutte le sue esperienze precedenti e che rimane sempre intrisa di una personale impronta poetica qualunque sia il materiale e le collaborazioni affrontate.
L'orchestra di Bobby Sanabria, dinamico percussionista e leader di polso, nato a New York da genitori portoricani, che già nel 1992 aveva preso parte a Verona Jazz come membro dell'orchestra di Mario Bauza, è apparsa in prima europea, costituendo una gradita sorpresa, anche per chi non è propriamente un appassionato di latin jazz. Appunto dalla tradizione di questo genere sono partiti gli arrangiamenti orchestrali, ma le fitte poliritmie, il sostegno e gli interventi del pianista e del contrabbassista, ottimi, le parti compatte, sature e roboanti della sezione delle ance e soprattutto di quella degli ottoni hanno garantito un alto livello qualitativo alla performance. Il ricorso ad improvvisi e frequenti stop, a cambi di ritmo e di tonalità, a dissonanze armoniche ha conferito a questa musica non solo un'autentica identità culturale, ma anche una turgida consistenza ed un'impronta attuale, un po' eccentrica.
La terza serata è stata dedicata interamente a John Zorn, che non ha potuto fare altro che riproporre se stesso, come tutti quegli artisti che sono diventati dei classici per la coerenza delle loro proposte, anche se radicali. Il parametro del suo duo con Mike Patton è sembrato essere quello della variazione continua al ritmo di una corsa sfrenata. Il campionario delle sonorità e dei rumori, degli sviluppi concatenati o delle deviazioni improvvise che i due hanno messo in campo è stato frastornante; ma quello che conta in questi casi, per ottenere un messaggio sorprendente ed estremo, è l'intesa istantanea, il senso dinamico velocissimo, incessante e senza ripensamenti. In questo John e Mike, legati da una lunga frequentazione, sono maestri.
Subito dopo, la proverbiale incisività melodica, anche se un po' ripetitiva, dei temi di Acoustic Masada (Zorn con Dave Douglas, Greg Cohen e Joey Baron) ha innescato dinamiche chase, rapidi interventi ad incastro da parte dei quattro. Solo nel brano di apertura ha invece dato il via a dilatate improvvisazioni: in questo caso il leader ha privilegiato sonorità abbastanza scure ed un fraseggio quasi schematico, illuminato però da guizzi brucianti e da spunti palesemente colemaniani. Zorn si è comunque confermato regista autorevole, determinando l'evoluzione della performance in ogni istante. Ottimamente articolati gli assoli di Douglas, che ha saputo unire mente e cuore; magistrale Cohen e favoloso, come sempre, Baron. Con l'ingresso di Patton il quartetto si è trasformato in quintetto, affrontando un brano di straordinaria essenzialità, scandito da unisoni impeccabili e secche pause.
Foto di Elena Carminati
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