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Un ricordo di Roberto Masotti

Un ricordo di Roberto Masotti

Courtesy Archivio Lelli Masotti

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Terre incognite—Concerto per Roberto
Ravenna
Teatro Alighieri
20.11.2022

Di Roberto Masotti, che ho avuto l'opportunità d'incontrare più volte a cominciare dalla fine degli anni Settanta non solo in occasione di festival e concerti, mi rimangono vari ricordi privati, immagini fugaci ma significative. È sulla base di queste tracce, oltre che sulla conoscenza parziale del suo lavoro fotografico, che ho la presunzione di poter abbozzare un suo ritratto, ovviamente del tutto arbitrario e personale, senza soffermarmi sulle tappe della sua prestigiosa carriera, che lo ha visto artefice di innumerevoli copertine dei dischi ECM, come pure responsabile per decenni, assieme alla moglie Silvia Lelli, dell'archivio fotografico del Teatro alla Scala.

Per me Roberto era un cittadino del mondo, pur immaginandolo periodicamente rintanato nel bozzolo del suo studio per rifinire il suo lavoro con la dovuta, rigorosa concentrazione. Spirito curioso nei confronti di ogni espressione artistica, ha concepito la sua ricerca fotografica come mezzo di confronto e di analisi, raggiungendo in alcuni periodi più che in altri una dimensione concettuale, pur senza trincerarsi in posizioni radicali, ma di volta in volta interagendo con immediata empatia e possibilismo con l'oggetto stesso della ricerca. Nato a Ravenna, ma residente a Milano dal 1974, ho sempre riconosciuto in lui, nei suoi atteggiamenti, nel suo modo di relazionarsi alle persone, un carattere romagnolo. Certo non nel senso di possedere quel tipo di comunicativa esuberante ed eccentrica, un po' sopra le righe, che costituisce un luogo comune un po' logoro quando si parla degli abitanti della Romagna. Il suo era piuttosto uno spirito riflessivo, a volte meditabondo e dubbioso, in grado di tradurre l'intuizione creativa in un coerente sistema teorico ed espressivo; era sempre animato da un aperto desiderio di conoscenza e dall'intima esigenza di una proiezione utopica, da mettere in atto con una spontaneità onesta e costruttiva, ma anche con passione vitale e con metodo puntiglioso.

Con Ravenna d'altra parte non aveva mai rotto i ponti, soprattutto, ma non solo per la relazione che lo legava al più giovane fratello Franco, negli ultimi decenni direttore artistico di Aterforum a Ferrara e di Ravenna Festival. Appunto quest'ultimo e Silvia Lelli hanno ideato e realizzato "Terre incognite," l'articolato evento in ricordo di Roberto, tenutosi al Teatro Alighieri il 20 novembre. L'appuntamento si è aperto nel pomeriggio con la presentazione della riedizione del libro You Tourned the Tables on Me, probabilmente il lavoro più sistematico e famoso di Masotti, da troppo tempo introvabile.

L'elegante edizione rilegata e bilingue, pubblicata dall'editore senese Seipersei grazie all'interessamento della Fondazione Ravenna Manifestazioni, è introdotta dal testo di Roberto dell'edizione originaria del 1994 e da quello attuale di Franco Masotti; conclusa da un lungo ed impegnativo saggio di Daniel Charles, essa comprende inoltre le biografie e le telegrafiche discografie dei musicisti ritratti a cura di Roberto Valentino. È stato Veniero Rizzardi, musicologo e amico di vecchia data, a rievocare la trasversalità degli interessi di Masotti, che, da autentico rappresentante di quell'eroica stagione artistica, è stato capace di intravvedere e fomentare relazioni fra espressioni e generi diversi, allacciando collaborazioni, complicità e amicizie con alcuni dei musicisti più creativi del momento. Il libro è appunto il frutto più compiuto di quelle relazioni.

È emozionante rivedere oggi il prezioso lavoro di Roberto, che raccoglie centoquindici immagini, scattate fra il 1974 e il 1981, di musicisti contemporanei accomunati dalla loro problematica convivenza con l'immancabile tavolino rotondo, geniale leitmotiv dell'intera serie inserito a forza dall'autore. Tutti i soggetti fotografati compaiono giovani e belli (come eravamo tutti a quell'epoca)... o forse è la distorta visione nostalgica di coloro che hanno avuto la fortuna di vivere la temperie di quegli anni che ce li fa vedere tali. Soprattutto, risulta chiaro che per affrontare un'impresa di quel tipo, durata anni, l'autore e le sue prede costituivano una sorta di comunità omogenea, di circolo di adepti mossi da un'evidente unità d'intenti, da un'insopprimibile esigenza di confrontarsi, convivere, sperimentare e inventare situazioni, mescolando in continuazione le carte. Tanto è vero che in questa carrellata d'immagini le soluzioni adottate nell'individuare il rapporto fra l'individuo, l'ambiente e l'oggetto-tavolino sono sempre diverse e sorprendenti.

La serata è proseguita con la parte concertistica: una sfilata, durata sei ore, di quattordici gruppi o solisti, tutti suoi amici e/o collaboratori, che uno dopo l'altro hanno reso omaggio a Roberto con affetto immutato e partecipazione emotiva. È una delle poche volte in cui può avere un senso rispettare l'ordine con cui i musicisti si sono succeduti sul palco, senza trascurare nessuno e con l'obiettivo di proporre non tanto una recensione degli aspetti estetici, quanto piuttosto un sintetico resoconto delle finalità dell'evento, cercando di rendere l'atmosfera che vi si respirava. Va detto innanzi tutto che chi avesse temuto delle lungaggini per le operazioni di cambio palco si sarebbe presto ricreduto: tutto ha proceduto ordinatamente con la massima efficienza, senza alcuna dispersione di tempo. Ne è risultata una manifestazione fluida, informale, per nulla seriosa o ufficiale, un viaggio attraverso culture e colori, strutture, umori ed atteggiamenti musicali sempre diversi.

Nell'introito-ouverture sotto il portico del teatro, il corno delle Alpi è stato l'inaspettato strumento che, nelle mani esperte di Martin Mayes nel ruolo di pifferaio magico, ha funzionato da suggestivo richiamo, da invito ad entrare per sistemarsi in platea o nei palchi. Il pubblico non aveva ancora finito di prendere posto che sul palcoscenico il duo Roberto OttavianoAlexander Hawkins già cominciava a suonare, replicando il suo omaggio a Mingus, recentemente documentato su disco Dodicilune. Un'improvvisazione sinergica ed equilibrata la loro, anche se penalizzata dal fatto di dover aprire i concerti in teatro, di fronte ad un pubblico non ancora del tutto predisposto all'ascolto. Al duo italo-inglese ha fatto riscontro una formazione identica, quella dei fratelli Patrizio e Stefano Fariselli, rispettivamente pianoforte e sax soprano. La riproposizione, col senno di poi, di alcuni brani degli Area non a caso è stata introdotta dalla citazione di un brano davisiano della fine degli anni Sessanta, quasi a dichiarare la matrice da cui nel decennio successivo prese le mosse quell'importante esperienza italiana.

La solo performance di Giancarlo Schiaffini al basso tuba ha costruito un'improvvisazione che, con l'abituale compassatezza e con un pizzico d'ironia, ha coniugato toni colti e altri popolareschi, intersecando con sapienza aspetti melodici, armonici dinamici e timbrici. Diverso l'approccio del duo formato da Paolo Damiani al contrabbasso e Massimo Giuseppe Bianchi al pianoforte, che ha proposto propri original, due dei quali espressamente composti dall'uno e dall'altro per l'occasione. Gli andamenti sostanzialmente lenti, evocativi, carichi di una poesia intimista non hanno escluso qualche passaggio più tormentato. Con l'esibizione di Luigi Ceccarelli invece, concentrato nell'azionare i suoi flussi elettronici, si è cominciato ad assistere all'interazione fra la componente musicale e quella visiva, riproponendo le immagini che Lelli e Masotti hanno elaborato per l'istallazione "Bianco Nero Piano Forte," allestita per Ravenna Festival nel 2009. Sull'ampio schermo alle spalle del performer scorrevano inquadrature di pianoforti senza pianista, lente, evanescenti e virate, quasi recuperate da un passato dimenticato, senza tempo.

Non è mancata, nella serata, una significativa rappresentanza dell'attuale scena jazzistica italiana. Il trio Blend 3 del contrabbassista Andrea Grossi, con Manuel Caliumi al contralto e Michele Bonifati alla chitarra, integrati dalla limpida voce di Beatrice Arrigoni, ha ripercorso un jazz pulsante, austero, dalle sonorità coriacee, come già sul CD edito dalla We Insist. Non a caso nel finale è stato affrontato lo standard "You Turned the Tables on Me," titolo dal quale Roberto, su suggerimento di Steve Lacy, ha tratto quello del suo libro fotografico, deformando consapevolmente il verbo in tourned per accennare alla forma rotonda del tavolino o anche agli spostamenti dei tour concertistici. Di seguito il giovane flautista Fabio Mina ha intrapreso un percorso solitario in cui le frasi e le sonorità, replicate e sovrapposte dall'uso dell'elettronica, hanno conferito al discorso sonoro stratificazioni ora incantatorie ora più grevi e ossessive. Sullo schermo alle sue spalle scorrevano le riprese traballanti, dai colori un po' sovraesposti, probabilmente "rubate" da Masotti nei confronti di una folla di bagnanti inconsapevoli in un lido ravennate: tutti ammassati nel bagnasciuga, impalati nell'acqua bassa a scambiarsi quattro chiacchiere o in lento movimento. Le scene riprese sembrano voler denunciare la banalità di un collettivo rito estivo, a cui lo stesso autore si era trovato a partecipare.

Dopo un breve intervallo, Giovanni Sollima ha riproposto una sua composizione risalente a oltre vent'anni fa, in cui si intrecciano melodie delle varie culture che si affacciano sul Mediterraneo, immaginarie o prelevate dal passato, reinterpretate dal violoncellista siciliano con la solita autorevolezza sorniona e quel suo tipico piglio irruento e visionario. L'apparizione del gruppo Ars Ludi (i percussionisti Antonio Caggiano, Rodolfo Rossi, Gianluca Ruggeri, Alessio Cavaliere) ha confermato l'infallibile efficacia e la contagiosa comunicativa delle loro trame ritmiche, sia quando hanno usato le bacchette sulle pelli nell'interpretazione di "Drumming -Part 1" di Steve Reich, sia ricorrendo alle voci e ai battiti delle mani in "I funerali dell'anarchico Serantini" (versione per tre esecutori) di Francesco Filidei.

Con il trio di Don Moye, completato dal trombettista Christopher Leloil e dal polistrumentista Simon Sieger, si è piombati in un autentico clima afroamericano, caldo e rituale. L'ingresso in scena lentamente cantilenato e ritmato dal gong sostenuto dal batterista settantaseienne ci ha subito richiamato alla memoria le atmosfere dell'Art Ensemble Of Chicago, per poi ripiegare verso tribali litanie strumentali e/o vocali. Dall'alto della sua esperienza Alvin Curran ha ammannito sorprese elettroniche e raggiunto suggestivi effetti stranianti, estendendo, interpolando e deformando sorgenti sonore prelevate dal quotidiano.

Meritano un commento un po' più attento le due ultime performance della serata, che hanno visto di nuovo interessanti connubi fra suono e immagine. Nella prima esecuzione assoluta di "Carte da musica" tre erano i responsabili in scena: all'origine di tutto le partiture grafiche elaborate con dinamismo e vitalità da Masotti negli ultimi anni di vita, una sorta di poesia visiva tramata da lettere, simboli, grafici dagli andamenti decisi; la voce di Monica Benvenuti, che ha dato un'interpretazione personale dei testi fra le tante possibili, con inflessioni, sussulti, accenti e smorzature opportune; non ultima la cangiante musica per pianoforte, anche preparato, composta da Luigi Esposito, allievo di Sylvano Bussotti, in stretta relazione con Roberto e con le sue carte.
"Happening sonoro" si potrebbe definire il set finale imbastito dal trio TAI—No Orchestra (Massimo Falascone sax, Roberto Del Piano basso elettrico e Filippo Monico batteria) con la partecipazione di Silvia Bolognesi al contrabbasso, Martin Mayes al corno e Gianluca Lo Presti agli effetti elettronici live, visivi e sonori. Accompagnata dalle effimere trovate sceniche del batterista, la musica ha preso le mosse in modo frammentario e reticente, per poi inoltrarsi gradualmente in un magma scontroso e ostico. Video e foto di Masotti di varia natura, per lo più oggetti d'archivio polverosi, residui abbandonati e particolari di una natura petrosa, hanno funzionato da partitura visiva. Anche se in realtà soltanto Lo Presti vedeva le immagini sullo schermo e poteva interagire con esse, a volte ottenendo mimetici sincronismi, fra il supporto visivo e il commento sonoro è indubbiamente emersa una certa sintonia, concretizzando un mood fosco e introverso. Alla fine della maratona musicale era tanta la soddisfazione da parte di chi l'ha fortemente voluta e di chi ha avuto la costanza di seguirla fino all'ultimo; non è escluso, e l'auspichiamo tutti, che l'evento possa avere un seguito negli anni a venire.

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