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Umbria Jazz Winter

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Orvieto - 28.12-01.01.2008

Umbria Jazz Winter, come la sua matrice estiva, è un festival del tutto anomalo nel panorama nazionale e potrebbe sollecitare analisi e considerazioni di carattere sociologico sullo stato di salute del jazz, sul suo pubblico, sui meccanismi di organizzazione e promozione degli eventi... Evito però di inoltrarmi in un simile ginepraio e mi limito a valutazioni musicali, scegliendo i concerti più interessanti dal ricco puzzle della programmazione, che, come sempre, da mezzogiorno a notte fonda ha coinvolto numerosi spazi del centro storico di Orvieto.

Il cartellone ha proposto alcuni gruppi (tutti italiani) in concerti unici ed altri (prevalentemente americani) che, secondo la formula della residenza, si sono esibiti più volte in luoghi diversi.

Fra questi ultimi hanno spiccato il duo e il trio del pianista emergente Gerald Clayton ed il quintetto di Joe Lovano. Il nuovo gruppo del tenorsassofonista, che come strumentista ha confermato di essere uno dei più poliedrici e completi oggi in circolazione, ha esposto un suo poderoso spessore: l'accoppiata di due asciutti batteristi fra loro complementari (Otis Brown e Francisco Mela), il pianismo di Salvatore Bonafede, di imperiosa solidità, la verve della giovane contrabbassista Esperanza Spalding, considerevole sia per il sound risonante sia per il fraseggio variamente modulato, hanno costruito un jazz pieno e colorito, articolato in lunghi brani accortamente arrangiati. Le cose cambiavano, diventando più banali e piatte, quando in scena entrava la moglie del sassofonista, Judi Silvano, vocalist non particolarmente originale e di dubbio gusto.

Il ventitreenne Gerald Clayton, figlio di John Clayton e membro del gruppo di Roy Hargrove, è stato la gradita rivelazione del festival. Sia negli original che nei pochi standard prescelti, il pianista ha affrontato con buona tecnica cadenze marcate, intrise di blues e gospel, e situazioni più pacate ed intimiste, rivelandosi una sorta di Jason Moran più schematico e tradizionalista. Notevole è la sintonia che nei vari concerti lo ha legato agli altrettanto giovani partner del suo trio (il contrabbassista Joe Sanders ed il batterista Justin Brown), il cui modo di accompagnare, brioso ed ben bilanciato, è parso superclassico. Gerald si è esibito ripetutamente anche in duo con il padre, contrabbassista sobrio ed elegante sulla scia di Ray Brown. Dal loro interplay (era palpabile il compiacimento di John nei confronti del figlio) è scaturito uno swing flessuoso; toccante la loro interpretazione di "Estate", ormai un vero standard del jazz.

Nell'attuale panorama internazionale un giovane jazzman come Gerald Clayton risulta interessante in quanto si mantiene saldamente radicato alla cultura nero-americana, dalla quale proviene e della quale vuole fornire una rinnovata espressione, sincera e personale, ma tutto sommato rispettosa. Al contrario l'originalità, la maturità e l'attualità di tanti jazzisti di casa nostra (molti dei quali presenti al festival, incontrando l'alto gradimento degli spettatori) risiedono nel fatto che essi, ormai da decenni e in forme diverse, si sono discostati da quei modelli americani per cogliere spunti dalla propria tradizione, popolare o colta, rigenerandoli con una sensibilità jazzistica.

Ecco allora che hanno preso forma un nuovo repertorio ed un inedito approccio, caratterizzato da una particolare vena melodica, da toni scanzonati, nostalgici, poetici, a volte perfino umoristici, oppure anche da una strampalata inventiva, quasi di derivazione futurista (come capita - esperienza estrema e unica - nel linguaggio inventato delle poesie di Fosco Maraini, riprese e musicate dal sestetto di Stefano Bollani e Massimo Altomare nello spettacolo "La gnosi delle fanfole"). È insomma quella che Giovanni Serrazanetti nel presentare i concerti non perde occasione di definire "la linea italiana del jazz".

Di questa corrente nostrana Enrico Rava è stato uno dei precursori, uno degli esponenti che, grazie alla spiccata personalità, hanno saputo evitare il rischio - sempre latente - di cadere nella stereotipata banalità comunicativa di un etno-jazz nazionalpopolare. A questa quindicesima edizione del festival di Orvieto, il trombettista, forte della recente, ennesima vittoria al referendum del mensile "Musica Jazz" come miglior musicista del 2007, era presente con quattro diverse formazioni, dimostrando di essere in ottima forma musicale, nonostante fosse reduce da una violenta lombalgia.

I temi di Rava hanno costituito il filo rosso della performance del suo quintetto (con Gianluca Petrella, Andrea Pozza, Rosario Bonaccorso e Roberto Gatto, tutti di estrema efficacia). Sono state le sue tipiche composizioni infatti, sornione, contrastate e ondeggianti, argute, a suggerire gli arrangiamenti, l'interplay e gli assoli. Il sound, la polifonia, la comunicativa che ne sono risultati possedevano un'impronta essenzialmente classica, quasi neworleansiana, come se, per un processo di palingenesi, di corsi e ricorsi vichiani, il jazz ritornasse periodicamente sui propri passi, rigenerandosi sempre uguale a (e sempre diverso da) se stesso.

Più o meno gli stessi brani (ma con l'inserimento di un tagliente "Confirmation" e di un "My Funny Valentine" dalla divagante introduzione) sono stati riproposti da Rava a capo della New Generation, secondo una diversa ottica. Come la versione da parte del quintetto storico, collaudata da anni di esperienza comune, è stata quadrata, equilibrata, di sintetica incisività, così quella della band giovanile è stata entusiasta, aperta, più improvvisata, pur sotto la regia a distanza del leader.

Sono quindi emersi in evidenza i lenti, meditabondi crescendo, fino a culminare in toni parossistici, del pianista Giovanni Guidi, vincitore del medesimo Top Jazz 2007 nella categoria "nuovi talenti". Allo scuro, statico ancoraggio fornito dal contrabbassista Francesco Ponticelli ha fatto riscontro lo spumeggiante, variegato, incalzante drumming di Joao Lobo. L'ospite d'onore Mauro Negri, al contralto e soprano, è stato l'artefice di assoli tanto motivati e lancinanti da ricordare quasi Massimo Urbani, uno dei giovani che lo stesso Rava ebbe modo di valorizzare negli anni Settanta. In alcuni brani, non previsto dal programma, si è aggiunto Francesco Bigoni, che al tenore, con sonorità asprigna, ha esposto un fraseggio ponderato e visionario allo stesso tempo.

Rispetto al CD The Third Man, che pure ha vinto ex aequo il già citato referendum, la performance del duo Rava-Bollani è parsa più vivace e comunicativa, meno ufficiale e distaccata. Fra sentiti omaggi (uno sfrenato "Cheek to Cheek" dedicato a Oscar Peterson, recentemente scomparso) ed ancora gli inconfondibili temi di Rava, il pubblico è rimasto incantato da una miscela di poesia e arguzia, di ironia e fantasioso virtuosismo, in una parola di pura musicalità.

Alla forbita spontaneità di questo duo hanno fatto seguito gli elaborati arrangiamenti del progetto di Javier Girotto, Luciano Biondini e Paolo Silvestri, già edito dalla Giotto Records. Il largo ensemble, comprendente flauto, fagotto, corno, oboe, clarinetti, tromba e trombone, ha affrontato una gamma timbrica molto particolare. Le composizioni di Girotto o di Silvestri sono state sottoposte agli arrangiamenti di quest'ultimo, che hanno ricordato molto le tessiture di Gil Evans, quelle diafane e limpide degli anni Cinquanta, nonché quelle più aperte ed avanzate degli anni Settanta- Ottanta. La sapiente orchestrazione ha comunque inglobato i calibrati interventi di vari solisti, le elastiche progressioni di Marco Siniscalco alla chitarra basso e soprattutto le strepitose sortite del duo Biondini-Girotto, grondanti passionalità, quasi animate da una ferocia irreggimentata.

Da un'altra ampia compagine altrettanto recente, la Cosmic Band di Gianluca Petrella, un tentetto di giovani elementi, è venuta la proposta senza dubbio più fresca ed aggiornata del festival. Il repertorio basato su temi di Sun Ra e original di Petrella ha innescato sviluppi dilatati, unisoni poderosi, schermaglie competitive (anche teatralmente mimate, come quella fra trombone e baritono), fitti intrecci dinamici e timbrici, assoli esuberanti (ottimi quelli di Alfonso Santimone al synth, dei già citati Guidi e Bigoni, oltre a quelli esasperati del leader). Il progetto, per quanto stimolante, ha lasciato però intravedere un possibile limite: se l'energia debordante di questa formazione non venisse sempre finalizzata con la massima essenzialità, tanto dispiegamento di forze potrebbe risultare a tratti dispersivo e un po' generico.

Conta ormai cinque anni di vita invece il sodalizio professionale fra Petra Magoni e Ferruccio Spinetti [per leggere la recensione del recente Quam Dilecta clicca qui], che ad un repertorio attinto da vari generi hanno saputo dare un'interpretazione sofisticata e anomala. La voce della cantante, sempre perfettamente intonata e di ampio spettro dinamico, nonché la sua conturbante presenza scenica, hanno conferito un timing insolito alle varie canzoni, le hanno frammentate con glaciale precisione, illuminate con lampi inquietanti, dissezionate con un puntiglio un po' nevrotico. Qua e là, soprattutto nei bis, la tensione drammatica ha lasciato il posto ad un tocco di scanzonato sarcasmo. Rispetto alle oblique, ricercate modulazioni di Petra, talvolta il sound del contrabbasso di Spinetti è parso forse troppo ruspante, il suo piglio fin troppo diretto, ma poi è risultato evidente che il suo ruolo è soprattutto quello di una "spalla" particolarmente consistente.

Due cantanti hanno costituito gli appuntamenti di maggior richiamo di Umbria Jazz Winter: lo stagionato Gino Paoli e Mario Biondi, non più giovanissimo ma giunto al successo recentemente con, in particolare, l'album Handful of Soul. La voce baritonale di Biondi, ora ruvida ora velata, a volte perfino cavernosa, con una ricca gamma di inflessioni, si coniuga ad un look non banale, quasi austero. Ma come si spiega la sua vistosa affermazione, soprattutto al di là della ristretta cerchia dei jazzfan? Oltre alle sue doti vocali ed allo scaltro management che gli sta alle spalle, una delle ragioni è da individuare nel fatto che nella scelta di un accorto campionario di canzoni, nel modo di affrontarle e di porgerle alla platea, avvalendosi di accattivanti arrangiamenti, egli in sostanza replica e rinnova un modello americano di quaranta-cinquanta anni fa, senza trasgressioni, senza intellettualismi, senza contaminazioni. Le sue interpretazioni risultano quindi immediatamente riconoscibili e gradite al grosso pubblico.

Non è certo secondario inoltre il fatto che Biondi, come molti altri suoi colleghi, sa contornarsi di ottimi jazzisti: nell'apparizione orvietana l'High Five Quintet, galvanizzato da un superlativo Fabrizio Bosso e dalla vitalità di Luca Mannutza. Il giorno seguente, in un concerto tutto per sè, il quintetto ha avuto modo di dispiegare la sua compattezza, la sua focosa e trascinante versione di un aggiornato mainstream hardboppistico.

Anche Gino Paoli era sostenuto da grandi protagonisti del jazz italiano: il quartetto di Enrico Rava con Rosario Bonaccorso, Roberto Gatto e Danilo Rea al piano. Il loro "Incontro in jazz" ha emanato una nostalgia malinconica, dimessa, sfrangiata, creando un'atmosfera univoca ma decisa e persistente. La prevedibile reinterpretazione di se stesso da parte del cantautore è stata affiancata dal lineare controcanto del trombettista, dalla sontuosa correttezza dell'accompagnamento di basso e batteria, mentre gli unici sussulti interpretativi sono venuti dal pianista.

Foto di Giorgio Alto

Altre immagini tratte dal festival sono disponibili nelle gallerie dedicate ai concerti di Joe Lovano e Gerald Clayton


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