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Umbria Jazz Winter 2020

Libero Farnè By

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Orvieto
Varie sedi, 28.12.2019—1.1.2020

Le cinque giornate di Umbria Jazz Winter si sono aperte nel segno del cordoglio per la triste notizia della scomparsa di Mario Guidi, manager di grande competenza e padre del pianista Giovanni. Il suo funerale si è tenuto a Foligno il 29 dicembre con la partecipazione larga e commossa di tanti amici di famiglia, di musicisti e addetti ai lavori del mondo del jazz, che hanno conosciuto Mario apprezzandone le qualità umane e professionali. La solo performance del figlio, che nello stesso giorno avrebbe dovuto tenersi al Museo Emilio Greco aprendone la programmazione, è stata inevitabilmente soppressa e tutta l'edizione del festival è stata dedica alla memoria dell'amico deceduto. A parte questo evento imprevisto che ha lasciato un velo di mestizia, un pubblico debordante ha assistito con entusiasmo a una variegata serie di proposte, incentrate in gran parte su formazioni italiane di richiamo e, come sempre, anche congeniali al periodo di festività.

Uno dei temi affrontati da questa 27ª edizione invernale del festival umbro era l'omaggio a protagonisti del passato, non solo dell'ambito jazzistico, rivisitandone il repertorio. "Le canzoni di Mina" era il titolo del progetto sostenuto da Danilo Rea, Massimo Moriconi e Alfredo Golino, che ha aperto la programmazione al Teatro Mancinelli. Dopo quasi un trentennio al servizio di Mina, e dopo aver inciso un disco rispolverando il suo repertorio, il trio è salito sul palco per rendere omaggio alla grande cantante. Si sono così susseguite notissime e intramontabili hit degli anni Sessanta di vari autori, tra cui Lucio Battisti, Tony Renis, Ennio Morricone, Chico Buarque... Di taglio decisamente jazzistico è stata la loro interpretazione, corroborata da una buona dose d'improvvisazione e da un interplay serrato; un senso dinamico prevalentemente molto teso ha incluso sapori bluesy e reiterazioni quasi minimaliste. In alcuni brani l'energia si è decantata sulle seducenti cadenze melodiche proprie delle ballad e delle song. Ognuno dei tre protagonisti ha dato un contributo fondamentale alla coesa immagine del progetto, emergendo in spunti solistici d'indubbio spessore. Oltre alla ben nota classe di Rea e Moriconi, è il caso di sottolineare il drumming di Alfredo Golino, spumeggiante e di gusto infallibile, soprattutto perché, purtroppo, dei tre musicisti egli è il meno attivo nell'ambito strettamente jazzistico.

Si è guardato nostalgicamente al passato anche nel progetto "The Magic and the Mistery of The Beatles," inedito in queste dimensioni. I brani del famoso quartetto inglese, alcuni dei quali poco noti, sono stati arrangiati da Gil Goldstein e affidati all'esecuzione di una compagine che univa una selezione della Umbria Jazz Orchestra e della Orchestra da Camera di Perugia. La larga formazione era integrata da quattro ospiti americani: oltre allo stesso Goldstein alle tastiere, Lewis Nash alla batteria, Jay Anderson al contrabbasso e soprattutto, in maggiore evidenza, John Scofield alla chitarra. Non è facile dare un giudizio univoco e oggettivo di questa ambiziosa operazione, che alla prima esibizione (l'unica alla quale ho potuto assistere) non ha convinto del tutto anche per alcuni contrattempi capitati all'ultimo momento. In alcuni brani l'essenziale e scanzonata spigliatezza degli originali è annegata in una orchestrazione un po' pretenziosa. In altri casi, con gli archi in primo piano, hanno prevalso avvolgenti atmosfere orientaleggianti; in altre occasioni ancora, soprattutto a carico del quartetto jazz, l'andamento dinamico e ritmico ha preso un incedere fin troppo scandito, pur beneficiando del fraseggio nitidamente sgranato e dell'ineludibile enfasi jazzistica di John Scofield, sovraesposto anche per quanto riguarda l'amplificazione.

Milt Jackson, Bobby Hutcherson e i loro rispettivi repertori sono stati invece rivisitati nell'omaggio a loro tributato dal quartetto dei vibrafonisti emergenti Joel Ross e Warren Wolf, completato dal contrabbasso di Joe Sanders e dalla batteria di Gregory Hutchinson. Uno strumento come il vibrafono è già affascinante di per sé; particolarmente coinvolgente è risultato il dialogo fra due linguaggi strumentali diversi e complementari fra loro. Il tocco secco del chicagoano Ross e il suo fraseggio scandito con decisione e sincerità hanno costituito un messaggio diretto, esplicito. Più leggero si è rivelato il tocco di Wolf, più fittamente ordito il suo procedere e più alonato il suo sound; il tutto teso a creare uno stile più insinuante, di vaporosa eleganza. Vagamente modale l'andamento del contesto che il contrabbassista e il batterista hanno contribuito a creare. Fra brani di Jackson e di Hutcherson, hanno fatto la comparsa versioni di famosi temi di Monk ("Round Midnight" ed "Evidence") e di "Django," scritto da John Lewis. In alcuni brani finali una nota simpatica e dinamicamente virtuosistica, con una grandinata di passi sonori, è stata introdotta dalla giovane tap dancer Michela Marino Lerman.

Il primo incontro fra Simone Zanchini e Antonello Salis avvenne nel 1999 al festival di Clusone, ma solo negli ultimi anni il loro sodalizio, non più rimandabile, si è consolidato dando risultati di livello elevatissimo. Le colonne sonore di Ennio Morricone sono state da loro reinterpretate nei quattro concerti orvietani, che sono stati registrati con l'intento di selezionarne il materiale per un disco live. Nel concerto che ho potuto ascoltare al Museo Emilio Greco, i temi di Morricone, ora lasciati a lungo sotto traccia ora affrontati in modo più esplicito, hanno innescato un flusso continuo, un'improvvisazione simbiotica, energica, turbinosa, carica di senso ritmico, ricca di dense agglomerazioni e dirottamenti... come ormai è nella natura e nell'identità di questo duo. Rispetto ad altre apparizioni del recente passato, l'interferenza fra varie culture ha forse propeso maggiormente per un approccio austero e "colto." Se le idee imprevedibili, le esasperate deformazioni surreali, i suggerimenti e gli sviluppi sono pervenuti da entrambi, Zanchini è apparso responsabile di una dimensione più lirica, di una maggiore attenzione per gli aspetti melodici dei temi affrontati. Di particolare intensità è risultato, nella parte centrale del concerto, il lungo e frenetico dialogo inscenato dai due impegnati alle fisarmoniche.

Altri due protagonisti italiani, presenti quest'anno in qualità di "artisti residenti," hanno usufruito di una sorta di "carta bianca," sostenendo quattro concerti ciascuno con formazioni sempre differenti: Paolo Fresu, una delle icone del jazz italiano e uno dei beniamini del festival umbro negli ultimi decenni, e il chitarrista Francesco Diodati, che negli ultimi anni si è imposto con grande personalità fra i personaggi di spicco della sua generazione.

Dei tre gruppi presentati dal chitarrista in qualità di leader o co-leader, ho potuto ascoltare solo il Francesco Diodati Yellow Sqeeds: il quintetto, che nel 2019 ha pubblicato su Auand il suo secondo prezioso documento discografico, è la sua formazione più antica e collaudata. Nel concerto alla Sala Expo del Palazzo del Popolo il contrabbasso di Gabriele Evangelista ha sostituito validamente la tuba del titolare Glauco Benedetti, mentre hanno rivestito con autorevolezza il loro ruolo gli altri abituali partner del gruppo: Enrico Zanisi al piano, Enrico Morello alla batteria e Francesco Lento alla tromba. Partendo da un incipit pensoso e problematico, l'interplay ha via via preso consistenza, dando corpo a vigorosi crescendo, a varie aggregazioni strumentali, a concitazioni e distensioni che hanno caratterizzato l'intenzione eminentemente compositiva del leader. A livello individuale sono emersi in particolare evidenza gli interventi del chitarrista e del trombettista, spesso coalizzati in un fitto scambio di battute. La pronuncia di Lento, apparentemente stentata e reticente, è in realtà molto personale e adatta a questo contesto, contrapponendosi a volte al fraseggio del leader. Dal canto suo, in questa occasione il chitarrista ha esposto una diteggiatura contrastata, nitida e costruttiva, d'impianto prettamente jazzistico a differenza di quando, in altri contesti più liberi, esplora aree più sperimentali e allucinate.

In due occasioni il Devil Quartet di Paolo Fresu, costituito nel 2004, ha ospitato due valenti jazzisti più giovani: Francesco Diodati appunto e Gianluca Petrella, dando vita alle due anime della formazione, quella elettrica e quella acustica. Ambedue i concerti si sono aperti con un paio di brani interpretati dai soli titolari della formazione classica. Immancabile il momento in cui il leader ha tenuto una nota interminabile con la respirazione circolare. Non si tratta soltanto di un espediente per sorprendere e suscitare l'applauso; è invece un metodo per creare una situazione topica, di lirica trascendenza. Al Mancinelli in particolare, quella nota era affiancata da uno scuro pedale di Paolino Dalla Porta e da un insistente, delicato frusciare delle spazzole di Stefano Bagnoli, creando così un tappeto su cui la chitarra di Bebo Ferra ha potuto costruire una tesa progressione. Al suo ingresso in scena Diodati ha usufruito di un lungo spazio solistico, gestito in modo visionario e sperimentale secondo una sequenza di situazioni essenziali. All'ospite si sono aggiunti via via Ferra, contrapponendogli un controcanto fitto e scandito, poi la ritmica estremamente costante di contrabbasso e batteria. Infine dal flicorno di Fresu è emerso "Moto perpetuo," uno dei temi storici del gruppo. In altri brani, per esempio "Giulio Libano" di Bagnoli, si sono materializzate situazioni più poetiche, proprie delle ballad. L'inedito quintetto ha proceduto per tutto il concerto con un drive irresistibile e vitale, con soluzioni opportunamente variate, fornendo una prova memorabile. L'inserimento del chitarrista ospite nel collaudato quartetto di Fresu si può quindi considerare decisamente riuscito, in quanto ha portato una pronuncia anomala ma propositiva e dilagante, che è stata inglobata con naturalezza ed entusiasmo dalle trame del quartetto stesso.

La sera seguente, al palazzo del Popolo, il Devil Quartet era integrato da Gianluca Petrella, il cui inserimento si presentava sulla carta meno problematico. Medesime sono state la coesione e l'impronta della formazione base, che questa volta si è esibita nella versione (quasi) acustica: Bagnoli prevalentemente alle spazzole, con le quali ha somministrato anche sprazzi di tonica energia, e Ferra con una chitarra acustica sia pure opportunamente amplificata. Sempre basilare si è dimostrata la presenza del contrabbasso rotondo, potente, essenziale di Paolino Dalla Porta. La dimensione elettronica, più che elettrica, è stata comunque introdotta dai due fiati. Sono stati loro i veri mattatori di questo concerto, intrecciando i timbri dei rispettivi strumenti in un dialogo convinto, affermativo, movimentato da unisoni, controcanti, trascinanti impennate, polifonie seducenti... Il trombonista ha confermato di puntare oggi su un sound potente, su un fraseggio evocativo e declamatorio nella sua essenzialità, pur utilizzando l'elettronica per inoltrarsi in brevi squarci di sperimentalismo sulfureo. In definitiva ne è risultata l'ennesima prova di come il trombettista sardo, lungi dall'accontentarsi della routine, sia in grado di rinnovare l'idioma delle sue diverse formazioni principali, ormai attive da moltissimi anni. Si prende cioè dei rischi, avendo sempre la capacità di risolverli con entusiastica partecipazione, contornandosi dei partner più congeniali e motivandoli opportunamente. E questo significa possedere il carisma della leadership.

Questi gli appuntamenti più importanti delle prime tre giornate del festival, replicati in luoghi e orari diversi; ma, fra un concerto e l'altro, si è potuto assistere di sfuggita ad altre esibizioni. Fra i nomi nuovi proposti in questa edizione spiccava il trentaduenne pianista di New Orleans Sullivan Fortner. Il suo pianismo rispetta in pieno la tradizione jazzistica più canonica, senza tralasciare però la tradizione classica, dalla quale preleva note composizioni, per esempio un walzer di Chopin, aggiungendo a tratti una spolverata di colore brasiliano. La verve della sua diteggiatura è autentica e piacevole, senza tuttavia essere in grado di proporre nulla di sostanzialmente nuovo, di elaborare un inedito sincretismo culturale.

In uno dei concerti di mezzogiorno al Museo Emilio Greco, il pianismo decantato e intimista di Dino Rubino ha percorso una via elegiaca e malinconica nell'accarezzare un repertorio composito, in cui suoi original erano affiancati da brani come "Luisa" di Jobim, il tema del Pinocchio televisivo di Fiorenzo Carpi, l'aria "Lascia ch'io pianga" di Haendel, oltre a composizioni di Riz Ortolani e di altri. L'interpretazione poco appariscente, mai invadente, del pianista siciliano ha preferito indagare negli interstizi dei temi, piuttosto che farne una estroversa esaltazione.

Foto: Roberto Cifarelli.

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