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The Piano Hour Series - Fabrizio Puglisi e Anthony Coleman

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Sala Vanni - Firenze - 20.11.2009

L'ultimo dei quattro appuntamenti della seconda edizione di The Piano Hour Series, organizzata da Musicus Concentus, ha visto di scena due pianisti di estrazione jazzistica, ma anche dediti a più vasti orizzonti musicali come Fabrizio Puglisi e Anthony Coleman.

Puglisi ha messo pienamente in mostra il proprio eclettismo nel corso della sua intera performance, che lo ha visto ora impegnato su brevi composizioni più vicine alla contemporanea che al jazz, ora uscire dal piano, frugando costantemente al suo interno alla ricerca di sonorità altre (che a volte richiamano la kora, a volte persino gli archi), usando tecniche percussive o strane eco acustiche. Fino a mandare in scena una brigata di giocattoli sonori, bambolotti e animali canterini, carillon e quant'altro fosse atto ad accompagnarlo mentre improvvisava alla tastiera, o semplicemente sceneggiava il tutto.

Un gioco, certo, un happening scenografico, ma anche di più: Puglisi si è infatti mostrato padrone del piano, dal quale nonostante - o forse grazie a - quella complessa rappresentazione ha inventato belle sonorità, oppure trascinanti ostinato prodotti sulla scia di Giuseppe Chiari, protagonista fiorentino dell'avanguardia musicale del secondo dopoguerra, che Puglisi ha attentamente studiato. Proprio a Chiari si ispira infatti questo spettacolo, che il pianista catanese porta in scena ormai da qualche anno. Con gustosissimi risultati.

Nella seconda parte, Coleman ha proposto il suo ultimo progetto, appena uscito per la Tzadik con il CD Freakish: la rilettura della musica di uno dei miti fondativi del jazz, Jerry Roll Morton. Una rilettura - per quanto possa sembrar strano, considerando l'inquietudine artistica di Coleman - marcatamente filologica. Se si esclude il bis, il pianista ebreo-americano (che nella copertina del CD si fa ironicamente ritrarre nella medesima, plateale posa in cui compare Jelly Roll in una notissima foto storica) ha inanellato una dopo l'altra una serie di composizioni del pianista che si vantava di aver inventato il jazz. Questo, apparentemente quasi senza modificare alcunché, né aprirsi significativi spazi di improvvisazione.

In realtà, proprio su un materiale così tradizionale, si sono potute apprezzare ancor meglio le formidabili qualità pianistiche di Coleman, il suo talento interpretativo basato sull'accurata variazione dinamica, sugli accenti ora percussivi, ora lievi, sulle pause e le accelerazioni, su sottili riarmonizzazioni che, pur non mutando lo scenario, lo rendono sfumato e lo ricreano in forma nuova. Un caso esemplare, insomma, di concerto in cui il programma è quasi solo un pretesto per vedere all'opera l'interprete, perché questi è capace di suonare con la propria sensibilità un materiale dato, senza tuttavia apparentemente alterarlo.

Paradossalmente, questo restare rigorosamente aderente ad una musica non sua offre una volta di più la cifra dell'eccezionale eclettismo di Anthony Coleman: capace di spaziare nelle più diverse forme di musica creativa, di riprodurre dal nulla la tradizione ebraica, di suonare anche solo al piano elettrico o al campionatore, ma anche di mettersi al piano e - semplicemente ma con tutta la propria sensibilità - di interpretare Jelly Roll Morton.

Grande pianista, grande artista, Anthony Coleman. Per chi non possa apprezzarlo in concerto, resta comunque la possibilità di cercare l'ottimo disco.

Foto, di repertorio, di Claudio Casanova

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