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Südtirol Jazzfestival Alto Adige 2010

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Il Südtirol Jazzfestival Alto Adige è diventato una manifestazione tentacolare, toccando varie località dell'intera provincia di Bolzano con un ventaglio di proposte musicali estremamente ampio e vario, senza nascondere anche finalità di promozione turistica ed economica.

In dieci giorni - dal 25 giugno al 4 luglio - questa edizione ha distribuito un centinaio di concerti un po' ovunque, coinvolgendo sedi bancarie e case vinicole, rifugi alpini d'alta quota e parchi, piazze e scuole... Sarebbe stato materialmente impossibile seguire tutte le esibizioni, svoltesi anche in contemporanea a distanza di decine di chilometri. La mia personale selezione degli appuntamenti succedutisi negli ultimi quattro giorni del festival ha privilegiato innanzi tutto i concerti del main stage, iniziando dalla verifica dell'evoluzione/tenuta del progetto gershwiniano di Enrico Rava.

L'orchestra di "Gershwin & More," che ha esordito in gennaio a Umbria Jazz Winter, comprende alcuni dei giovani più talentosi dell'attuale panorama jazzistico italiano: Francesco Fratini e Mauro Ottolini agli ottoni, Daniele Tittarelli e Dan Kinzelman alle ance, Giovanni Guidi al piano, Marcello Giannini alla chitarra, Stefano Senni al contrabbasso e Zeno De Rossi alla batteria.

Oltre che naturalmente la leadership carismatica, coagulante di Rava, vanno sottolineati gli arrangiamenti di Kinzelman, capaci di conferire colori cangianti e mobili strutture alle interpretazioni dei temi gershwiniani. Nei primi due brani, "It Ain't Necessarily So" e "I Love You Porgy," è prevalsa una compostezza quasi neo-cool, evidente anche nella pronuncia dei due sassofonisti. Con l'ingresso in scena dei due ospiti, Gianluca Petrella e Gianluigi Trovesi, l'atmosfera si è notevolmente vivacizzata: i collettivi sono parsi più motivati e le sortite solistiche più incisive.

Da segnalare per esempio un'insolita versione di "Summertime" e un'improvvisazione del duo Petrella-Senni incastonata fra le varie, gustose fasi di un esteso "But Not for Me". La struggente tromba del leader, seguita dal trombone sordinato di Ottolini, ha introdotto un'interpretazione di "The Man I Love" dapprima malinconica, poi trasformatasi in un collettivo vociante, a cui ha fatto seguito la concitata improvvisazione del trio Guidi-Giannini-De Rossi.

Nel corso del concerto si sono avuti alcuni cali di tensione, qualche passaggio sfrangiato, a conferma che quest'ampia e composita formazione si regge appunto su trame sempre aperte e vive.

Purtroppo nell'acustica non perfetta di una location un po' sacrificata, Livio Minafra, alla guida del suo nuovo quartetto, ha proposto sue composizioni caratterizzate da strutture piuttosto rigide, da un dichiarato impegno civile e da toni diversificati. Riferimenti balcanici si sono incrociati con accensioni free, abbandoni lirici con cadenze danzanti; l'ironico e scanzonato andamento di "Passi," quasi una colonna sonora anni Sessanta, ha lasciato il posto alla convinta invettiva di "Stop War".

All'interpretazione dei brani ha giovato il contributo del batterista Maurizio Lampugnani e soprattutto degli esperti e personali Domenico Caliri alla chitarra e Gaetano Partipilo ai sax. Quanto al pianista-leader, vincitore nella sezione "nuovi talenti" del Top Jazz 2008, si sarebbe auspicata da parte sua un'esposizione solistica più coraggiosa con sviluppi improvvisativi più elaborati: doti interpretative che sappiamo essere nelle capacità e nel temperamento del giovane barese, ma che la sua apparizione bolzanina non ci ha permesso di verificare appieno.

Ancor più penalizzato da una sonorità impastata dall'amplificazione è risultato l'inizio della performance di Mederic Collignon, presso il Museion di Bolzano sulla riva del fiume Talvera. La prova del suo settetto, su musiche di Ennio Morricone tratte soprattutto dal film "Giù la testa," non ha certo eguagliato quella, memorabile, del suo quartetto, che nella passata edizione rivisitò il Davis elettrico. Uno sviluppo del concerto un po' troppo dispersivo e confuso ha comunque confermato la dimensione esasperata, certo plateale ma anche visionaria, della musica di Collignon.

I tesi arrangiamenti, con stop improvvisi e incalzanti progressioni, hanno messo in evidenza il propulsivo drumming di Philippe Gleizes, il vibrante, a volte ridondante, intreccio fra i Fender Rhodes di Frank Woeste e Mathieu Jerome, il fondamentale contributo del bassista Jean-Philippe Morel e soprattutto del chitarrista Maxime Delpierre. Solo nei brani finali il contraltista Thomas De Pourquery ha usufruito di un paio di assoli in cui ha potuto esporre le sue qualità. In risalto ovviamente l'incontenibile leader, sia in veste di vocalist e cornettista sia per l'esuberante direzione del gruppo.

Il pomeriggio del giorno dopo, nella tenuta vinicola di Alois Lageder a Magrè, Frank Woeste, uno dei tastieristi di Collignon, ha pilotato il suo trio, di impostazione ben diversa, rivelandosi una delle sorprese positive del festival. Woeste, nato ad Hannover nel 1976, ma da alcuni anni residente a Parigi, si è dimostrato pianista dotato di un tocco ben calibrato, di un drive trainante e di uno spiccato senso melodico. Nell'interplay con i suoi professionali partner, il contrabbassista Jerome Regard e il batterista Matthieu Chazarenc, si sono raccordate le influenze di vari trii, da EST ai Bad Plus, che hanno recentemente attualizzato l'immagine di questa classica formazione: influenze che sono state però addolcite da un carattere narrativo continuo e avvolgente, quasi incantatorio, senza escludere impennate più toniche e swinganti.

Uno degli obiettivi dichiarati della manifestazione è quello di valorizzare i meritevoli jazzisti locali: è il caso dell'orchestra Sweet Alps, nata nel 2006 su incarico del festival e coordinata dal tastierista e compositore Michael Lösch, che quest'anno ha messo a punto "Sweet Alps Mundial," una suite ispirata ai mondiali di calcio. I venti elementi dell'orchestra erano diretti con piglio deciso da Helga Plankensteiner, sassofonista e moglie dello stesso Lösch. La formazione era rinforzata per l'occasione da un Gianluca Petrella particolarmente generoso e dall'ottimo trombettista tedesco Matthias Schriefl, ai quali erano garantiti larghi spazi di competizione-interazione. Alle spalle dei musicisti scorrevano immagini calcistiche di repertorio, assemblate e rielaborate con intelligenza da Giuseppe Tedeschi.

Il progetto è risultato del tutto convincente, variato ed essenziale al tempo stesso, entusiastico ma non retorico, accattivante ma mai banale. Gli arrangiamenti ben marcati hanno messo in evidenza gli strepitosi interventi dei due solisti ospiti, oltre che i vari comparti dell'orchestra, fra i quali si è distinta la poderosa sezione ritmica.

L'ultimo concerto della sezione "Jazz on the mountains" ha visto protagonista Danilo Rea al Rifugio Comici: a 2160 metri d'altitudine, ai piedi de Sasso Lungo e con il Gruppo Sella a fare da maestoso sfondo alle spalle del pianista. Come in numerose altre occasioni, la sua suite ha intrecciato brani di De André a "Alice in Wanderland," temi di Puccini a "Besame Mucho," canzoni dei Beatles a "Dancing in the Rain"... La delicatezza si è alternata allo swing, l'intimismo a reiterazioni percussive.

Un classico, quasi un'autocelebrazione, ma d'altra parte è giusto che un jazzista di spessore rimanga fedele a se stesso, riproponendo il proprio mondo espressivo, a costo di ingaggiare una lotta continua e inevitabile con la routine: lotta che Rea riesce solitamente a vincere, nonostante che i concerti in solo costituiscano la maggior parte dei suoi ingaggi. Anche al Rifugio Comici il pianista romano ha convinto i più, in quanto sorretto da un'autentica gioia di suonare, oltre che dall'abilità tecnica e dalla sensibilità istantanea con cui ha concatenato, alternato, rivisitato, contaminato con grazia brani di svariate provenienze culturali.

Il Südtirol Jazzfestival Alto Adige 2010 si è chiuso al Teatro Comunale con Dianne Reeves e il suo quartetto, per la prima volta a Bolzano. Su un repertorio tutt'altro che risaputo la cantante americana ha proposto la sua vocalità solida, privilegiando il registro medio, ma raggiungendo all'occorrenza sensuali note basse e acuti volatili. Un canto indubbiamente concreto, ben costruito ed efficace, senza acrobazie particolarmente virtuosistiche, senza effetti eccessivamente svenevoli. La Reeves è riuscita comunque a conquistare il pubblico con la sua sincera comunicativa, coinvolgendolo più volte nel corso della performance. Fra i quattro professionali jazzisti che la sostenevano si è distinto soprattutto il chitarrista brasiliano Romero Lubambo.

Foto di Roberto Cifarelli (tranne quella di repertorio di Enrico Rava, di Claudio Casanova, e quella di Livio Minafra)

Per ulteriori immagini tratte da questo festival, visita la galleria dedicata al concerto di Mederic Collignon.

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