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Sting a Mantova
Piazza Sordello
Mantova
28.07.2017
Se non lo vogliamo definire un ritorno alle radici, davvero poco ci manca. Sting e la sua bandin una Piazza Sordello di Mantova che si farà ricordare (anche) per lo splendido colpo d'occhio -ha regalato un concerto senza passi falsi e all'insegna dello spirito più originale che spinse il giovane Sumner a imbracciare il basso elettrico. L'assetto scelto per questa nuova uscita italiana, infatti, è squisitamente rock: Dominic Miller e Rufus Miller alle chitarre e Josh Freese alla batteria sono i tre musicisti che insieme allo stesso Sting rappresentano il cuore pulsante dello show, proseguimento di quel 57th & 9th Tour che già lo scorso marzo entusiasmò il Fabrique di Milano con un altro concerto infuocato.
E il motivo è presto detto: niente fronzoli (accanto alla formazione solo due coristi, fra cui il figlio di Sting, Joe Sumner), nessuna concessione alle atmosfere world che qua e là hanno costellato la carriera di Sting (e che talvolta hanno anche rappresentato i capitoli meno convincenti), poche parole, tanto rock dalle mille contaminazioni, e nessuna remora nel riversare una buona quantità delle canzoni del periodo Police in una scaletta praticamente perfetta.
In anticipo di qualche minuto sulle 21.30, sono proprio le note di "Synchronicity II" il biglietto da visita della serata. Una rotta chiara, un passo serratissimo che regala in rapida successione un andirivieni fra "If I Ever Lose My Faith in You" (era il 1993 e i tempi quelli di Ten Summoner's Tales) e "Spirits in the Material World," di nuovo dalle parti dei Police di Ghost in The Machine.
Nessuna sorpresa, nel constatarlo, ma la band -ridotta all'osso e il più vicino possibile al minimalismo dei Policenon fa rimpiangere alcun tipo di formazione più estesa: gli arrangiamenti brillano per essenzialità e la pulizia del suono, cristallino e mai sopra le righe, è assoluta, senza contare che la componente familiare (Rufus è figlio di Dominic Miller, Sumner è figlio di Sting) probabilmente contribuisce a esaltare la coesione di un gruppo di musicisti che si muove come un solo corpo lungo una strepitosa e reggaeggiante versione di "Englishman in New York," anche questa regalata nelle primissime battute del concerto insieme a "Every Little Thing She Does Is Magic."
Si tira il fiato solo più tardi con "She's Too Good for Me," "Mad About You," e due super-classici come "Fields of Gold" e "Shape of My Heart" (diventate fra gli esempi-simbolo dell'ormai storico connubio artistico di Sting con il chitarrista Dominic Miller, negli ultimi mesi alla ribalta fra l'altro anche con uno splendido album solista intitolato Silent Light e pubblicato dalla ECM).
Dall'ultimo album 57th & 9th provengono "Petrol Head" e "One Fine Day," prima di un finale che porta il livello emotivo sempre più in alto: "Message in a Bottle" anticipa il tributo a David Bowie di "Ashes to Ashes" (a cantarla c'è il figlio Joe), innestata a sua volta su "50,000." E poi una chiusura memorabile con "Walking on the Moon," "So Lonely," "Desert Rose" (unica concessione al controverso amore per la musica world in salsa pop), quindi "Roxanne" e di nuovo una cover: "Ain't No Sunshine" di Bill Whiters.
Richiamato a gran voce sul palco, Sting saluta Mantova con "Next to You," "I Can't Stop Thinking About You," "Every Breath You Take" e "Fragile." Un concerto che conferma la forma strepitosa dell'ex Police in versione live, una lezione di stile per gli amanti del lato più sofisticato del pop-rock. Musica sostanzialmente senza tempo.
Foto: Roberto Fontana
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