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Silvia Bolognesi, discepola e maestra

Neri Pollastri By

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Da tempo considerata tra i maggiori interpreti del contrabbasso nel nostro paese, eccellente compositrice e bandleader, Silvia Bolognesi vive un momento particolarmente esaltante della propria carriera: oltre i suoi progetti di lungo corso, nazionali e internazionali, da due anni è membro dell'Art Ensemble of Chicago e, complice il suo lavoro di didatta a Siena Jazz, ha messo in piedi un quartetto nel quale è alla testa di alcuni giovanissimi e talentuosi musicisti. Colpiti proprio da questa contemporanea esperienza in due realtà entro le quali si trova giocoforza a giocare un ruolo diverso, anzi quasi opposto, l'abbiamo intervistata per farcene raccontare le sue impressioni.

All About Jazz Italia : In questo momento della tua vita artistica ti trovi in una situazione singolare e molto interessante: da un lato, infatti, sei diventata parte di quella che oggi è forse la formazione che più di altre rappresenta la tradizione del jazz e la sua tensione costante per l'innovazione, l'Art Ensemble of Chicago; dall'altro, però, tra i tuoi propri gruppi ne hai uno composto da "ragazzini" tra i venti e i ventiquattro anni, tuoi allievi a Siena Jazz, nel quale sei tu a fare da Maestra, mentre un altro tuo giovanissimo allievo—il ventunenne Amedeo Verniani—ha pubblicato quest'anno un disco di sorprendente maturità (clicca qui per leggerne la recensione). Come vivi questa situazione che ti vede, al mutare dei contesti, tanto discepola, quanto maestra?

Silvia Bolognesi: È una cosa su cui mi sono interrogata parecchio, perché è vero che mi trovo, diciamo così, in una "mezza età" che mi ha offerto sia l'occasione di far parte di questo gruppo, che è sicuramente uno dei più longevi sulla scena internazionale—ha festeggiato quest'anno i cinquant'anni di attività—e che, come dicevi, ha rappresentato molto per questo mezzo secolo di storia del jazz, sia quella di insegnare e poter suonare con ragazzi giovani e pieni di entusiasmo.

Riflettendo su questa singolare situazione mi sono resa anzitutto conto che personalità come quelle di Roscoe Mitchell e Don Moye siano veramente uniche: non saprei neppure spiegare bene il perché, se non dicendo che spesso, quando li sento parlare, dirmi o spiegarmi delle cose, rimango davvero sorpresa per il modo in cui sono al tempo stesso profonde e umili. Si preoccupano realmente che il loro modo di fare, il loro comportamento anche aldilà della musica, possa essere di esempio per chi nel gruppo abbia meno esperienza, e questo anche riguardo a decisioni che può capitare di prendere assieme, come nel caso della cancellazione del concerto di Istambul, a ottobre, per protesta nei confronti dell'intervento dell'esercito turco in Siria. Ma allo stesso tempo sono anche persone molto semplici: condividono pensieri anche con chi è più giovane, non hanno imbarazzi a mostrare che i trenta o quaranta anni in più portano con sé anche qualche limite e qualche acciacco, sono sempre molto umili.

Essere loro allieva offre anche questo tipo di insegnamento, che poi porto con me quando sono io a lavorare con chi è più giovane e inesperto. Del resto, nei ragazzi con cui suono nel gruppo Young Shouts trovo la stessa attenzione che ho io nei confronti di Roscoe e Don Moye: sono giovani con grandi qualità tecniche e artistiche, ma quel che più conta è il loro coinvolgimento nel materiale musicale, il fatto di crederci, di metterci il cuore. Che poi è quel che facciamo noi più giovani nell'Art Ensemble: la voglia di suonare la loro musica, sia quella nuova, sia quella che abbiamo ascoltato tutti e che ci ritroviamo adesso a fare noi—e che vogliamo fare bene!

AAJ: L'attenzione da parte dei ragazzi di Young Shouts è senz'altro palpabile anche per chi sta in platea: vi ho visti due volte (clicca qui per leggere la recensione del concerto del Pinocchio di Firenze) e ho potuto rendermi conto di come fossero concentrati sulla musica, in certi momenti sul dettaglio, in altri presi dall'entusiasmo. Cioè attenti sia a quel che fanno, sia a quel che la musica significa e trasmette. Ma, per te, cosa cambia al mutare dei due ruoli? Perché entrambi prevedono oneri e onori, ma di tipo ben diverso.

SB: Si tratta di un cambiamento simile a quello che c'è tra fare il leader e fare il sideman, con alcuni aspetti amplificati, e per me è sempre stato più stressante fare il sideman, per la semplice ragione che sbagliare la musica di altri mi pesa più di sbagliare la mia! Anche se, va detto, nell'Art Ensemble il concetto di "errore" non esiste: casomai c'è l'attenzione a non compromettere l'energia del momento o l'eventuale pensiero di Roscoe e di Moye; ma questa basta a rendermi concentrata e sicuramente più preoccupata di quando sono nel mio gruppo di giovanissimi.

Una preoccupazione che ovviamente cresce anche a causa della differenza di aspettative del pubblico e del tipo di palcoscenici su cui ci si esibisce: l'ultimo concerto, al Barbican di Londra, l'abbiamo fatto davanti a duemila persone, un pubblico che è difficile immaginare per gli Young Shouts. Anche se, poi, parte di quella preoccupazione viene assorbita dal fatto che il gruppo è più ampio, è molto coeso e ha anche una protettiva complicità tra i più giovani. Con i ragazzi, invece, la responsabilità che sento di più è quella di farli stare tranquilli: è giusto che loro vivano le proprie emozioni come io ho vissuto le mie, che si godano la musica nel migliore dei modi. Da questo punto di vista è importante che si dimentichino che sono una docente della scuola dove studiano—Siena Jazz—e che percepiscano che accetto le loro personalità musicali e le loro decisioni. Insomma, che la nostra è una collaborazione alla pari, che non mi offendo se sono loro a segnalarmi che sono io ad aver sbagliato, che il fatto che la musica l'abbia scritta io e che perciò debba anche dare delle indicazioni non significa che loro non possano dire la loro, offrire soluzioni, metterci del proprio. Che poi, di nuovo, è quel che vorrebbero passarci gli "anziani" dell'Art Ensemble: Roscoe ci ha detto più volte che noi siamo in quella formazione perché siamo compositori e bandleader, dunque dobbiamo prendere le nostre decisioni funzionali alla musica, non essere dei sidemen che seguono passivamente le loro istruzioni. Loro ci vogliono liberi e io voglio liberi i ragazzi.

Comunque, più in generale, nella musica l'età diventa relativa: nelle formazioni ci sono sempre stati gli anziani, più esperti, e i più giovani, alle prime armi. Una cosa, questa, che diventa ancor più frequente se chi conduce le formazioni fa anche l'insegnante, come nel caso di Roscoe al Mills College: si conoscono giovani interessati alla propria musica e che hanno qualità e doti adatte per suonarla, è naturale che poi si coinvolgano nei propri progetti. La stessa cosa è successa a me insegnando a Siena Jazz: i giovani musicisti di Young Shouts li ho conosciuti lì e prima mi hanno colpito, poi mi hanno perfino ispirato: la musica della formazione è scritta pensando a loro, a quel che avrebbero potuto fare suonandola. Anche se oggi, dopo averli scelti, aver fatto un percorso insieme e, al suo interno, essere andati ogni volta un passo più avanti, vorrei anche che si proseguisse andando a lavorare su un materiale diverso. Vedremo l'anno prossimo cosa succederà.

AAJ: A proposito dell'attuale repertorio del quartetto, nello scriverlo ti sei ispirata alla figura di Bessie Jones: in che modo lo hai fatto?

SB: In Bessie Jones mi sono imbattuta grazie a Dee Alexander, cara amica e grandissima cantante di Chicago con la quale ho lavorato più volte. Qualche anno fa risiedette alcune settimane in Italia e in uno dei laboratori che organizzammo assieme portò un materiale di Bessie Jones, artista che allora non conoscevo, che mi colpì moltissimo e che mi ripromisi di approfondire. Ascoltandola e scoprendola mi affascinarono sia il suo modo di cantare, sia il suo repertorio semplice, di canzoni folk "da cortile," che si cantano anche in gruppo—come infatti facciamo anche noi sul palco. Proprio questa semplicità fa sì che le sue canzoni si presentino come una pagina bianca e che la sua voce mi evochi suoni; partendo da questo, mi sono appoggiata ai testi -che io non so scrivere, anche se un paio li ho fatti in vita mia -e ho composto la musica.

Nella scelta di Bessie Jones c'era in verità anche un intento didattico, visto che avrei lavorato con dei giovanissimi: quello di stimolarne l'attenzione verso un materiale poco noto e un po' arcaico, che magari non sarebbe stato nelle loro corde ascoltare oggi—quando si è giovani la tradizione di solito interessa poco—ma che invece sarà loro utile per il prosieguo dell'attività artistica. In un certo senso, è stato il modo in cui ho fatto la "maestra," passandoli qualcosa di "antico," facendone però qualcosa di attuale e adatto a loro. Peraltro anche loro, che sono di un'altra generazione e praticano altri ascolti, mi hanno trasmesso cose che non conoscevo, cosicché la musica si è rinnovata anche grazie all'apporto che mi hanno dato.

AAJ: Ma Emanuele Marsico, il trombettista, cantava già da prima o si è prestato vista la necessità di un cantante?

SB: No, cantava già: Emanuele ha un bellissimo dono, anche se non ha mai studiato canto lo fa con grande naturalezza e ha una bella voce. È una ragazzo con un disarmante istinto musicale.

AAJ: Tornando alla tua esperienza di "discepola" nell'Art Ensemble, volevo chiederti—aldilà del tuo rapporto con i membri storici—come vivi quest'avventura così importante e che ormai va avanti da un paio d'anni.

SB: La prima e più immediata risposta che mi viene è che mi sento come il topo dentro il cacio! Insomma, mi sembra di essere in un sogno. Anche adesso, dopo due anni e tante cose fatte assieme, quando salgo sul palco e Roscoe dice "The Art Ensemble of Chicago," io ho il cuore che mi sale in gola! Perché, per ascolti e gusti musicali, il mio desiderio massimo è sempre stato di suonare proprio quella musica: che si sia realizzato mi pare ancora oggi impossibile! E poi, con Roscoe che continua sempre a spingere in avanti, a inventare qualcosa di nuovo, succede che si sperimenta di tutto—com'è successo per esempio al concerto di Chicago, dove eravamo con la formazione ampia, con due cantanti lirici e i direttori, suonando dalla musica nera fino all'atonale, passando per la lirica e il folk—e io mi sento immensamente felice, perché c'è tutto quello che ho studiato e che mi appassiona: il jazz, la musica classica, quella contemporanea. E non c'è neppure bisogno di andare sul palco per farmi essere felice, bastano le prove, basta suonare!

AAJ: Del resto che sei felice quando suoni si vede benissimo ai tuoi concerti...

SB: Sì, suonare mi rende sempre felice, ma in questo momento della mia carriera ancora di più, perché sto facendo tante cose che mi appassionano: oltre all'Art Ensemble e agli Young Shouts c'è il trio Hear In Now, che celebra i dieci anni proprio in questi giorni e che ha molte cose in cantiere per l'anno prossimo, e sono anche riuscita a far suonare di nuovo il mio Open Combo insieme al Dinamitri Jazz Folklore (clicca qui per leggere la recensione del concerto alla Sala Vanni di Firenze).

AAJ: Una domanda sul tuo allievo Amedeo Verniani, che quest'anno ha sfornato un disco, Due, impressionante per complessità e maturità, cosa che per un ragazzo di quell'età è veramente sorprendente. Cosa puoi dirne tu che ne sei stata la maestra?

SB: Ho qualche difficoltà a parlarne, sia perché non va distratto—deve ancora studiare e crescere!—sia perché sono influenzata da un certo orgoglio per quel che sta facendo. Posso dire che si tratta di un ragazzo che è sempre stato un po' fuori dalla norma: legge, s'informa, s'interessa di politica, cose che oggi non fanno tutti i suoi coetanei. Io l'ho conosciuto quando aveva undici anni ed è venuto a una scuola di musica dove insegno, l'Associazione Mosaico di Colle Val d'Elsa. Era così piccolo che suonava con un basso elettrico ridotto, perché aveva le mani ancora troppo piccole, tanto che io mi interrogai sulle possibilità di essere all'altezza di insegnare a un bambino (fu il primo così giovane, adesso ho qualche esperienza in più).

Ma Amedeo è molto portato per lo studio: già quando suonava il basso elettrico gli facevo sentire qualche jazzista e lui era sempre molto interessato; studiava teoria con Emanuele Parrini e non ricordo bene quanti anni aveva quando scoprimmo che a scuola (non la nostra di musica) aveva portato un ricerca su Ornette Coleman, rimanemmo entrambi stupefatti; quando crebbe un po' lo invitai a passare al contrabbasso e lui lo fece; finite le superiori gli consigliai di andare al conservatorio e lui ci andò; a scuola era molto bravo, perché ci tiene a fare le cose bene. E anche nel disco ha fatto una scelta intelligente: ha privilegiato l'aspetto compositivo e quello del suono, lasciando da parte ogni dimostrazione di quanto sia bravo al contrabbasso. E, nota bene, lui la tecnica ce l'ha, la sua è stata davvero una scelta, a mio parere molto matura: lo si sente proprio da come suona, da come dà la cavata per guidare il gruppo.
Quando è stato il momento di far uscire il disco ho avuto qualche esitazione a farlo con la Fonterossa, perché temevo di essere troppo protettiva, per non dire nepotista; poi, invece, ho deciso di sì, un po' per la qualità, un po' perché ci suonano due artisti che fanno parte della comunità Fonterossa—Emanuele Parrini e Tony Cattano—e un po' anche perché mi sembrava giusto dar voce proprio nella mia etichetta anche a musicisti giovani: altrimenti noi che s'invecchia a fare?

AAJ: Ma, alla fine, tra il ruolo di docente e quello di discepola qual è quello che ti piace di più?

SB: Ci sto riflettendo da tempo, anche perché entrambe le situazioni mi piacciono molto e entrambe mi danno tanto anche a livello di insegnamenti. Ma proprio per questo quale mi piaccia di più proprio non lo so!

Foto: Luciano Rossetti (Phocus Agency)

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