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Signor Goldoni

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Teatro La Fenice - Venezia - 21-29.09.2007

Evidentemente le cose stanno cambiando: se in meglio o in peggio non è questione proponibile. Nell'ambito dell'opera lirica sembrano passati i tempi delle "operine" che hanno caratterizzato la seconda metà del secolo scorso: atti unici concepiti per organici e cast ridotti, con partiture scarne e asciutte, concentrate su circoscritti materiali sonori. In anni recenti sembrano prevalere di nuovo opere nello spirito della tradizione, di ampie dimensioni, pompose e ricche, che coinvolgono vari aspetti della messa in scena. Un esempio validissimo della tendenza in atto è stato Antigone, di Ivan Fedele, nel cartellone dell'ultimo Maggio fiorentino. Altro caso probante è Signor Goldoni, opera appositamente commissionata in occasione del terzo centenario della nascita del commediografo e rappresentata all'interno della stagione di lirica e balletto 2007 del Teatro La Fenice di Venezia. Probabilmente non è un caso se fra gli interpreti principali di entrambi i lavori, diversissimi fra loro, spicca Roberto Abbondanza; è anzi la dimostrazione che su questi repertori si sta andando verso una specializzazione, favorendo la formazione di una schiera di ottimi interpreti.

In Signor Goldoni si rinnova la collaborazione fra il compositore Luca Mosca e Gianluigi Melega, autore di un libretto favolistico, di allucinato onirismo, pretesto per una girandola di effetti musicali e scenici: scambi di ruoli e scene giocose sembrano replicare le formule della commedia dell'arte e dell'opera buffa. L'arcangelo Raffaele preleva dai Campi Elisi Carlo Goldoni e Giorgio Baffo, poeta erotico veneziano a lui contemporaneo, per farli partecipare a un ballo mascherato che ha per tema Venezia e Shakespeare. Qui, in una situazione atemporale, si sviluppa la vicenda fino all'esaurirsi del convivio festoso.

Si tratta di un'opera corale, in cui il regista Davide Livermore ha previsto un vivace, frenetico movimento degli interpreti e delle masse, mentre lo scenografo Santi Centineo ha colto l'occasione per un rispecchiamento del teatro nel teatro: la sala stilizzata di un teatro all'italiana viene infatti proiettata sulla scena, prima vista dal basso, poi, nel finale, dall'alto verso la platea.

Ma è la scrittura che dà l'imprimatur ad ogni soluzione adottata. Come già in precedenti collaborazioni fra Mosca e Melega, quest'ultimo ha concepito un libretto in inglese (lingua che per altro il compositore afferma di non conoscere), perché la sua costruzione, il suo ritmo, la maggiore brevità delle parole, bi-trisillabiche, spingono la traduzione musicale di Mosca in una direzione nervosa, decisamente mossa e frammentata. Le parti vocali si alternano, si allacciano in duetti, si sommano in collettivi; parti vocali che richiedono un grande virtuosismo e che l'autore ha scritto pensando agli interpreti prescelti (come per altro si usava fin dall’epoca barocca e come facevano, in ambito jazzistico, Ellington ed altri grandi, quando componevano i brani dedicandoli a specifici componenti delle loro band).

Equilibrato e molto affiatato il cast dei cantanti. La figura dell'Anzolo Rafael, presenza sovrumana, oggettiva ed emotivamente distaccata, che funge quasi da regista di tutte le azioni che si svolgono sulla scena, è interpretata dal soprano Alda Caiello, la cui voce di enorme estensione si impone dall'inizio alla fine con virtuosismo nitido, appunto distaccato, quasi astratto. Mirandolina e Despina formano invece una coppia burlesca, di disinibita, terrena vivacità, e sono affidate alla briosa presenza scenica e all’ineccepibile prestazione vocale di Cristina Zavalloni e Barbara Hannigan. Quest'ultima, nel finale, è protagonista della sfrenata "aria dei numeri", vera e propria aria di bravura nel senso rossiniano, quasi una declamazione scat mozzafiato. Per un Goldoni di cui si vuole sottolineare l'austera dignità, ma anche la saggezza e la bonomìa, si è fatto affidamento sull'autorevolezza del baritono Roberto Abbondanza, mentre all'ottuso, ebbro balbuziare del sessuomane Baffo ha prestato la voce il baritono Chris Ziegler. È questo un ruolo buffo, come quello di Arlecchino, a cui il tenore Michael Bennett dona una spericolata mobilità fisica, ma una vocalità talvolta non altrettanto adeguata.

Quelli di Otello e Desdemona (i bravi Michael Leibundgut e Sara Mingardo, basso e contralto) sono ruoli più sfuocati e statici; ma ben venga un po' di elegante aplomb in un contesto tanto dinamico. Proprio il contralto è l'artefice dell'unica aria struggente e nostalgica, poco prima della chiusura del sipario.

Anche all'orchestra sono assegnate partiture incalzanti, virtuosistiche, timbricamente molto ricche: ad un gruppo di strumenti antichi, collocato in un palco di proscenio, fa riscontro, nel golfo mistico, un’ampia gamma strumentale (molte percussioni, compreso lo xilofono, l’inusuale fisarmonica...). Come ha ammesso il compositore, La carriera di un libertino di Stravinskij costituisce un precedente imprescindibile, ma più da un punto di vista concettuale che formale; allo stesso tempo si può scorgere la continuità con molti elementi che hanno caratterizzato la musica colta nell'ultimo trentennio del secolo scorso.

Mosca riconduce comunque tutto a una sua visione forte e personale. La sua partitura, e di conseguenza l'impostazione registica, esprimono un'esigenza di saturazione, di riempimento di tutti gli spazi, come per una sorta di horror vacui. Nell'affollamento, nella concitazione che quasi costantemente regnano in scena, ben raramente si verificano momenti/passaggi più rilassati di meditazione, di incanto, di sospensione. A ben vedere è proprio questo carattere deciso e persistente a costituire il leitmotiv, ma allo stesso tempo il limite, di Signor Goldoni.

foto di Michele Crosera


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