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Roma Jazz Festival 2009
Il filo conduttore dell'edizione 2009 del festival Jazz di Roma era rappresentato dalle Jazz Labels, con serate tematiche dedicate all'abbinamento tra i musicisti e le etichette discografiche che rendono disponibili le loro opere presso un pubblico più vasto, alcune delle quali hanno visto la partecipazione di più artisti. Occasione interessante per riflettere sul ruolo importante che hanno certe label nella diffusione e nella caratterizzazione del jazz nell'ambito della musica contemporanea. Si pensi in particolare al caso ECM, ma senza sottovalutare il lavoro realizzato da tante altre case, in ambiti più ristretti, per definire una proprià identità e una presenza sul mercato.
Ovviamente le serate a tema non avevano la pretesa di rappresentare storicamente ed esaurientemente la proposta della label attraverso la scelta di alcuni dei propri artisti, ma essenzialmente di stimolare la riflessione su quanto sta dietro ai singoli musicisti. Abbiamo seguito con interesse alcune di queste serate, a coinciare da quella del 12 Ottobre dedicata alla Enja, etichetta tedesca fondata nel 1971. Il giovane pianista pugliese Livio Minafra ha esibito il suo stile impressionistico, quasi minimalista, nel quale il jazz è solo uno dei tanti ingredienti, giustificando la radice comune in tante lingue europee (ad eccezione dell'italiano) delle parole "suonare" e "giocare," inscindibili nella sua musica. Molto più complesse di quanto non sembrino a un primo impatto, le sue composizioni rivelano un talento brillante ancora in evoluzione, sintesi di svariate esperienze che uniscono Debussy, Bàrtok, Fats Waller e i canti tradizionali della sua terra. In buona parte tratti dal CD La fiamma e il cristallo, i brani eseguiti mettono in mostra una personalità di spicco, già matura nonostante la giovane età, e un talento vivace, marcatamente originale.
A seguire, il concerto del quintetto del pianista cubano Roberto Fonseca, novità assoluta per l'Italia. Conosciuto ai più per la sua presenza a fianco dei grandi nomi della scena musicale cubana, Rubén Gonzalez, Cachaito Lopez, Ibrahim Ferrer e i Buena Vista Social Club, per questo gruppo il musicista ha riunito attorno a sé alcuni dei suoi collaboratori di lunga data, con i quali condivide un progetto tutto basato sul ritmo e l'esuberanza tipiche della musica del suo paese. Il suo set è risultato trascinante e coinvolgente, brillante e divertente, leggero ma non banale, pur se improntato al puro svago. Da segnalare i migliori tra i suoi accompagnatori, il sassofonista e clarinettista Javier Zalba, dal timbro che ricorda il primo Gato Barbieri, e il batterista Ramses Rodriguez, vera "fuente del ritmo" del quintetto.
La serata del 13 era invece dedicata all'Egea, etichetta perugina che ha saputo ritagliarsi uno spazio importante sulla scena discografica europea attuale, grazie alla qualità e accuratezza delle proprie produzioni. Dapprima si è esibito il trio del clarinettista Gabriele Mirabassi, uno degli artisti di spicco della label, nata praticamente con lui; è stato infatti un suo disco ad inaugurarne il catalogo vent'anni fa. Mirabassi ha presentato alcuni brani tratti dal suo ultimo lavoro, Canto di ebano, accompagnato da due dei musicisti con i quali l'ha inciso, ovvero Peo Alfonsi alla chitarra classica e Salvatore Maiore al contrabbasso, assente il solo batterista Alfredo Kramer.
Il clarinettista si è confermato uno dei massimi virtuosi dello strumento, capace di suonare anche i passaggi più complessi e veloci con una (apparente) facilità e leggerezza strabilianti, mantenendo sempre una grandissima espressività. Non è mancato il consueto omaggio al Brasile con un paio di duetti che hanno dato modo anche al chitarrista Peo Alfonsi di mostrare le proprie doti di accompagnatore e solista. Al trio si è poi unita la cantante Cristina Zavalloni per tre brani nei quali ha potuto sfoggiare le sue notevolissime e intense qualità vocali, dall'interpretazione di una canzone popolare friulana del primo Novecento, al canto jazz con e senza parole, sempre nel segno di una estrema duttilità. E' poi salito sul palco il violoncellista Mario Brunello; nel suo breve set ha eseguito dapprima una Suite di Bach, di cui è uno dei massimi specialisti; poi, per giustificare la sua presenza in un festival jazz, ha eseguito una suite di cinque canzoni di prigionieri neri americani, nella trascrizione per violoncello di Judith Weir. Col suo strumento Brunello ha saputo esprimere alla perfezione tutte le sfumature di dolore, dramma, sofferenza, speranza e rassegnazione contenute nelle canzoni originali, blues intensi e struggenti. Chiusura col gruppo del sassofonista Marco Zurzolo e il suo jazz napoletano. Circondato dai giovanissimi musicisti che compongono il suo attuale quintetto, Zurzolo ha proposto la sua miscela di funk e etno-jazz in un set tutto sommato scolastico e poco incisivo, qua e là ravvivato da qualche assolo, ma destinato a lasciare pochi ricordi.
Il 14 era la volta di uno dei nomi di maggior richiamo del cartellone, ovvero Brad Mehldau con il suo trio completato da Larry Grenadier al contrabbasso e Jeff Ballard alla batteria, dove da qualche anno ha sostituito Jorge Rossy. Il pianista americano è attualmente in forza alla Nonesuch, che ha raggiunto in seguito alla chiusura della divisione jazzistica della Warner Bros, l'etichetta che lo ha lanciato nell'olimpo del jazz internazionale. Il suo stile personale, che riunisce l'educazione classica all'improvvisazione jazzistica e al gusto pop, ne ha fatto uno degli artisti di riferimento per il suo strumento, nonostante i pareri su di lui siano spesso opposti e discordanti. Anche nel concerto romano la musica ha confermato le luci e le ombre che da sempre accompagnano la sua opera; pur nella ricchezza generale di spunti e stimoli, la musica tende spesso all'involuzione, girando su se stessa come indecisa su quale direzione prendere, e tendente a un autocompiacimento intellettuale troppo insistito. Si ha l'impressione che Mehldau sia prigioniero (volontario) della maschera che si è cucito addosso, appesantito dal fardello della propria cultura classica, incapace di lasciarsi andare con leggerezza per esprimere compiutamente l'enorme potenziale musicale di cui dispone. Il folto pubblico presente ha comunque mostrato un alto gradimento, richiedendo (e ottenendo) la bellezza di cinque bis, che hanno portato la durata finale del concerto oltre le due ore.
Il 17 era la serata dedicata alla Auand, una delle giovani etichette italiane più attive e interessanti soprattutto del campo del jazz d'avanguardia. Due i gruppi che si sono succeduti sul palco; hanno cominciato i 3Quietmen con Stefano Battaglia, autori di una musica più vicina come atmosfere al post-rock dei Tortoise che al jazz propriamente inteso, basata sulla tromba trattata elettronicamente di Ramon Moro, sostenuto dalla ritmica composta da Federico Marchesano al basso e Dario Bruna alla batteria. Ai tre, che formano un insieme unico e compatto, si contrappone il piano di Battaglia, che dialoga, interagisce e completa la musica dei compagni. Tutta basata sull'improvvisazione invece la musica del Downtown Trio del chitarrista Roberto Cecchetto con Giovanni Maier al contrabbasso e Michele Rabbia alla batteria e percussioni varie, tesi a ridefinire la formula chitarra-basso-batteria attraverso la sintesi di diverse forme musicali, rock incluso. Fondamentale l'interazione continua tra i musicisti, incessante la spinta fornita dalle percussioni di Rabbia, continua la ricerca timbrica della chitarra di Cecchetto.
Il 29 è stata infine la volta della Black Saint, etichetta storica tra le più importanti in Italia, il cui catalogo è stato recentemente acquisito dalla CAM. A celebrarla è stato scelto uno dei musicisti che nel tempo le è stato più legato, insieme protagonisti di una stagione irripetibile, tanto da chiamare il suo nuovo quartetto proprio Black Saint: il sassofonista David Murray. Il suo concerto, pur se alla testa di un gruppo abbastanza tradizionale rispetto alla moltitudine di esperienze da lui vissute in passato, e testimoniate da oltre 130 incisioni, lo ha confermato come uno dei massimi interpreti in assoluto della musica afroamericana, capace di spaziare attraverso tutti i generi, dagli standard al free. Assecondato da una ritmica compatta, quella del sassofonista è stata una lezione di grande professionalità e musicalità, all'insegna di un'espressività ricca e prorompente, con un solismo sempre vibrante e impetuoso che ha entusiasmato i presenti. Un grande artista, che ha segnato la storia del jazz negli ultimi quaranta anni, ma non ha ancora finito di incantarci, degno suggello a una edizione del Roma Jazz Festival particolarmente ricca e varia nei contenuti.
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