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Ravenna Jazz 2009
Ravenna Jazz è uno degli appuntamenti storici in Italia: passato nell'eccellente cornice del Teatro Alighieri dopo il glorioso passato estivo alla Rocca Brancaleone, continua a calamitare un pubblico vasto e affezionato, arrivando spesso al tutto esaurito del teatro ottocentesco. La trentaseiesima edizione, svoltasi dal 29 al 31 ottobre, impostava le sue tre serate su altrettanti temi: la prima era dedicata ai fiati, la seconda alle voci, la terza a Miles Davis. Temi che in tutta evidenza si richiamano e si annodano su tracce molteplici.
A Stefano Di Battista era affidata l'apertura della prima serata, e il sassofonista romano presentava un quartetto scaturito dal disco Trouble Shooting, registrato due anni fa per la Blue Note. Il suo sax contralto e la tromba di Fabrizio Bosso danno luogo ad un'ampia serie di contrasti e fusioni, che si discosta dal neo-bop praticato in precedenza, quando il tandem era con la tromba di Flavio Boltro. Questo anche per il diverso organico strumentale del gruppo, che con la presenza dell'organo Hammond di Baptiste Trotignon e della batteria di Franck Agulhon si apre spesso sui territori del funk storico, o si avventura dentro nuovi impasti timbrici. Se Di Battista ha trovato una propria dimensione solistica ben focalizzata, seppure saldata alla tradizione di Cannonball, Bosso deve ancora mettere a controllo alcune intemperanze dettate dal virtuosismo e dal desiderio di dare libero sfogo alla propria vitalità espressiva. La sua interpretazione di "In a Sentimental Mood" avrebbe certo guadagnato da un maggiore senso della misura.
James Carter, protagonista del secondo set, ha portato con sé una sezione ritmica piuttosto anonima, condizionando la riuscita del concerto, che basava il repertorio sul recente disco Some Other Time, senza averne il sostegno delle stesse personalità. Unico personaggio di un certo interesse, il trombettista Corey Wilkes, che rappresenta un eccellente contraltare a Carter, anche sotto il punto di vista della gestualità, spregiudicata e caricaturale. Nel complesso poco focalizzato, prolisso e caotico anche il leader, concentrato sull'aspetto atletico e muscolare più che sullo sviluppo delle idee. Acquista autorità quando imbocca il tenore, dal suono poderoso, ma anche in questo caso eccede negli spunti atletici, a volte motivati solo dalla spettacolarità. "Brother Dolphy," naturalmente al clarinetto basso, alterna momenti di convulsa densità a episodi rilassati, ma è ben lontano dal modello che si intende omaggiare.
La prima voce della seconda serata è quella di Barbara Casini: il suo omaggio a Charles Trenet, appena pubblicato sul disco Formidable! è gustoso, onesto e profondamente sentito, ma manca di un taglio interpretativo forte, che possa dare carattere a tale progetto. Accanto alla voce duttile della Casini c'è ancora l'esuberante tromba di Bosso, che a tratti mostra grande sensibilità nel sottolineare motivi e nella fusione di timbri. Il piano di Luca Mannutza e il contrabbasso di Ares Tavolazzi rifiniscono con elegante pertinenza.
Diane Schuur, nella seconda parte della serata, si presenta sul palco con grande verve. Instaura con il pubblico un rapporto stretto, estroverso. Blandisce la platea, la stimola, la vezzeggia. La voce è sorretta da personalità e professionalità, al pianoforte dà piccoli saggi di concisione e gusto. "Over the Raimbow," in solitudine, mostra come la vocalist sa costruire scavando nella melodia, sa usare le pause con senso drammatico e con humor. "My Favorite Things" e "Nice Work If You Can Get It" danno il senso della leggerezza e del gioco infantile.
Paolo Fresu, che apre l'ultima serata, presenta una lettura filologica dello storico Birth of the Cool: lo stesso organico strumentale distribuito su nove strumenti, affidato a musicisti giovani e poco conosciuti, che assolvono il loro compito in modo egregio, restituendo la leggerezza e la trasparenza alle orchestrazioni di Gerry Mulligan, John Lewis, Johnny Carisi, Gil Evans. La proposta ha una sua suggestione e un senso, perché ascoltare dal vivo quelle atmosfere, quella deliziosa concisione di timbri e forme è un vero piacere. Gli assoli, unico aspetto libero del concerto, mantengono la pertinenza con quella stagione di elegante stringatezza.
L'omaggio del secondo set è a un altro Davis: quello che negli anni Sessanta si lanciava in avventure siderali, lasciandosi trasportare da giovani indemoniati come Tony Willams, Herbie Hancock e Wayne Shorter. Roberto Gatto, leader del quintetto in scena, è senza dubbio meno indemoniato, ma resta ben sintonizzato su quelle turbolenze. Flavio Boltro e Daniele Scannapieco formano un tandem affiatato, mentre Luca Mannutza sfodera le unghie rispetto alla serata precedente, e il contrabbasso di Rosario Bonaccorso pulsa a fianco della batteria. Sospensioni, esplosioni, walking e scatti brucianti caratterizzano "Seven Steps to Heaven," che insieme ad altri classici come "Footprints," "Stella by Starlight" e "Basin Street Blues" marcano un concerto molto applaudito, di elegante mainstream moderno.
Foto, di repertorio, di Danilo Codazzi (Di Battista), Dario Villa (Carter), Giorgio Ricci (Casini) e Claudio Casanova (Gatto)
Ulteriori immagini di questo festival sono disponibili nella galleria immagini dedicata al concerto di Diane Schuur.
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