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Rai NuovaMusica 2008

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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La nuova musica di un giovane centenario

Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI

Auditorium RAI “Arturo Toscanini” - Torino 12, 14 e 18 gennaio 2008

Avrebbero potuto essere raggruppati sotto il titolo 100+ i primi tre concerti di RAI NuovaMusica, che - con scelta intelligentemente innovativa rispetto agli anni precedenti - fanno parte di una serie unitaria, incentrata su una figura particolarmente autorevole del nostro tempo. Per la quinta edizione l'attenzione è infatti concentrata su Elliott Carter, che, già ospite a Torino nel 1989 per un ciclo monografico di Settembre Musica, era presente nel programma di RAI NuovaMusica nel 2004, con il concerto per violino. Il musicista, vero e proprio “classico della contemporaneità”, si prepara a festeggiare in dicembre, con vitalità e creatività straordinarie, il centesimo compleanno. “E' qualcosa di meraviglioso, di commovente. Da un mese ha compiuto novantanove anni eppure continua a lavorare, a sviluppare nuovi progetti musicali. Non credo abbia finito di sorprenderci”: confermava poche settimane fa alla Stampa Charles Rosen, il celebre pianista e musicologo statunitense, acuto e brillante - sebbene abbia da poco superato l’ottantina - sia nella veste di conferenziere sia nei panni del solista.

L’autore di testi fondamentali come “Lo stile classico”, “La generazione romantica”, “Le forme sonata” e di approfonditi studi su Schoenberg e lo stesso Elliott Carter, ha inaugurato la rassegna con un affollato incontro all’Università, incentrato su un elemento-cardine del pensiero compositivo dell’americano, ossia la peculiare concezione del tempo, sottratta a qualsiasi rigidezza e prevedibilità, ma, al contrario, polimorfa, stratificata, libera dalle convenzioni. L’eloquio colto e arguto di Rosen (il cui arrivo a Torino è stato peraltro annunciato perfino dal New York Times - e con largo anticipo - a differenza della sempre distratta stampa italiana) non ci ha messo molto per avvincere l’attenzione dei numerosi partecipanti, stipati nella sala laurea del DAMS, dalla quale diverse persone sono rimaste fuori; e qui c’è da osservare, ancora polemicamente, che forse si sarebbe potuta trovare una sede più adatta.

Critiche e perplessità si dissolvono davanti alla prima esecuzione italiana del sontuoso Boston Concerto, scritto da un Carter novantaquattrenne: un lavoro di grande complessità, eppure dinamico e agile, la cui vibratile luce viene rifratta in mille iridescenze dall’Orchestra della RAI, quasi un prisma trasparente nelle mani dell’impeccabile Peter Rundel (un nome, una garanzia: non è una frase fatta, almeno in questo caso!). La duplice ispirazione sottesa al brano - il ricordo degli anni giovanili, in cui Carter cantava con il coro della Boston Symphony e l’amore per la moglie Helen, purtroppo deceduta poco dopo la prima esecuzione - rendono le tessiture assai trasparenti, mobili, alternando brevi accenni di cantabilità a un andamento franto ed evanescente, come di sogno.

Il labirinto di anticipazioni, memorie, erranze, cambi repentini di prospettiva, tipici di Carter, raggiunge un’evidenza esplicita, sul piano (anti)narrativo in “What Next?”, primo e finora unico lavoro “lirico” (in senso lato), composto tra il 1997 e il 1998: si tratta di un flusso di pensieri e parole, nato dalla penna di Paul Griffiths, che sgorga libero e (apparentemente) incontrollato dalla mente e dalla voce dai sei personaggi, tutti reduci da un incidente automobilistico. L’ispirazione, questa volta, nasce da “Trafic”, di Jacques Tati, ma l’ironia del regista francese viene spinta nel libretto verso l’assurdo caro a Beckett e Pinter, in un intreccio irrelato di espressioni che non comunicano altro se non l’incomunicabilità.

L’azione è pressoché assente, o comunque del tutto bloccata dalla frammentarietà, riscontrabile anche nella componente musicale, coacervo polimorfo che raccoglie vocalizzi stralunati, violenza percussiva, suggestioni provenienti dal jazz e dalla musica di consumo; il tutto senza mai ricorrere al citazionismo, bensì attraverso un lavorìo intellettualmente stimolante quanto poco avvincente sul piano della mera seduzione sonora.

Alla fine lunghi e meritati applausi salutano orchestra, direttore e cantanti (i soprani Christine Buggle e Sarah Leonard, il baritono Dean Elzinga, il tenore William Joyner, il contralto Hilary Summers e la voce bianca di Frederic Jost del Tölzer Knaben Chor).

Al repertorio cameristico di Carter, accostato a brani (ingiustamente) poco noti di Stravinskij, ci introduce il secondo concerto, con la partecipazione di due interpreti autorevolissimi della musica di Carter, quali il già menzionato Charles Rosen e l’ottimo violoncellista Fred Sherry, forte di un’apertura artistica che lo ha condotto a collaboratore con autori eterogenei della scena americana, come Charles Wuorinen, Mario Dadidovsky, Milton Babbitt e John Zorn (del quale ha peraltro interpretato recentemente, in un apprezzato concerto milanese, sia le rigorose pagine quartettistiche di “Necronomicon” sia il celebre game piece semiimprovvisato “Cobra”).

Apre la serata “Enchanted Preludes”, arioso duo scritto da Carter per flauto e violoncello tra il 1987 e il 1988 utilizzando uno scheletro ritmico preesistente ai suoni (un procedimento adottato spesso, a partire da “Night Fantasies”, per pianoforte, del 1980), il cui dinamismo fluido, teso fra guizzanti tremoli e timbri cangianti emerge grazie alla sintonia fra Sherry e Giampaolo Pretto, primo flauto dell’orchestra di cui non scopriamo oggi le qualità.

Brevi ma dense pagine solistiche, connotate dai tipici metodi carteriani di sovrapposizione simultanea di durate e idee musicali diverse (“Diversion n. 1”, rompicapo pianistico risolto in scioltezza da Rosen) o sottese da richiami più o meno espliciti ad affetti e incontri umani, prima ancora che professionali (quali il serrato intarsio di “90+” - composto per pianoforte nel 1994 per il novantesimo compleanno di Goffredo Petrassi, amico di una vita - e i preziosi colori violoncellistici di “Figment n. 2”, del 2001, che velano pudiche citazioni da Ives) si alternano al lirismo delicato di “Elegy” (brano del 1929, presentato in prima assoluta a Torino nell’arrangiamento scritto nel 2007) e ai lavori più estesi del concerto: la “Sonata”, del 1948, e “Tempo e Tempi”, concepita per soprano e ensemble tra il 1998 e il 1999.

Nel primo brano Carter inizia a sperimentare uno degli elementi caratterizzanti della sua ricerca, vale a dire la “modulazione metrica”, con la quale, radicalizzando la libertà ritmica di Stravinskij e Ives, vengono create stratificazioni di velocità differenti.

Il dinamismo della “Sonata” - dove affiora qualche reminiscenza jazzistica nel sincopato melodizzare del violoncello, specie nel secondo movimento - rivive splendidamente grazie alla sensibilità degli interpreti, che ciclicamente si scambiano i ruoli, fluttuando tra tempo cronometrico e tempo psicologico: tanto espressivo è il calore con cui l’arco di Sherry traccia rapsodiche volute, quanto preciso e puntuale Rosen nel dispiegare sulla tastiera le continue permutazioni metriche. “Tempo e tempi”, invece, richiede a Lucy Shelton e un quartetto strumentale formato da oboe, clarinetto, violino e violoncello, di rendere la plasticità dei testi poetici di Montale, Quasimodo e Ungaretti, inseriti in un ciclo con cui Carter omaggia cultura italiana, ammirata sin dalla gioventù. Ogni sezione riprende, senza limitarsi a illustrarle, le suggestioni del componimento ad essa associato: tra le più riuscite, citiamo quella iniziale, in cui la lirica montaliana - che dà il titolo alla serie viene trasfusa - in una poliritmia franta e “Il segreto del poeta”, sapiente intreccio di timbri che, partendo da un clima cupo, giungono a fondersi nella luminosità. Il mistero che aleggia in “Oboe sommerso” e “Una colomba” viene parimenti restituito con profonda partecipazione dal soprano e dalle voci strumentali che la affiancano, ossia, rispettivamente, l’umbratile sonorità dell’oboista Francesco Pomarico e i tenui trilli del clarinetto di Enrico Maria Baroni.

Il programma del concerto è completato, in maniera molto pertinente, da due aforistiche composizioni per voce e orchestra da camera, composte tra il 1911 e il 1912 da Stavinskij (altro punto di riferimento essenziale per Carter), anch’esse basate su poesie: l’una cesella i cristallini versi di Kostantin Bal’mont, l’altra distilla l’impalpabile stupore degli haiku giapponesi. Entrambi i brani sono piccoli gioielli, che, con le loro tinte delicate - stese nitidamente dall’ensemble - impreziosiscono la serata.

L’ultimo incontro con la musica di Carter associa due recenti lavori orchestrali del maestro con opere di autori che esercitarono su di lui un’influenza indelebile: Charles Ives e Igor Stravinskij.

Dal compositore trascendentalista Carter, oltre a ricevere, agli esordi, sostegno nella ricerca di un percorso artistico personale, assorbì - portandolo a livelli di maturazione e complessità via via più elevati - lo stile eterofonico, poliritmico, dialogico, sempre vario e mutevole: pensiamo al secondo quartetto per archi di Ives, emblematica metafora di un incontro fra “quattro uomini che conversano, discutono, parlano di politica, litigano, si stringono la mano, tacciono e vanno in montagna ad ammirare il firmamento”. Del multiforme linguaggio ivesiano viene proposto “Three Places in New England”, evocazione di luoghi, ricordi personali, eventi storici in cui si fondono mobilissime stratificazioni metriche, evidenti soprattutto nel secondo movimento, in cui frammenti di inni patriottici sono inghiottiti da crescendo tumultuosi, per poi riaffiorarne con moto centrifugo dall’intreccio di livelli ritmici differenti. Senza recepirne l’attitudine alla citazione, Carter si accosta alla tensione dialettica del suo mentore nello splendido concerto per violoncello e orchestra, portandola al grado massimo di contrapposizione. Assoluto protagonista è lo strumento solista, che, nelle mani di un estroso Sherry (dalla singolare camicia a maniche corte e quadrettini), acquista le fattezze di un vero e proprio personaggio.

I suoi tentativi di farsi ascoltare vengono frustrati a più riprese dalle interiezioni della massa orchestrale, diventano esile sussurro intessuto ai legni e alla cupezza del clarinetto contrabbasso (con la tromba sordinata in pianissimo a evocare uno scenario lontano ed etereo), per emergere dal tumultuoso finale con una frase vibrante, che resta tuttavia sospesa nel silenzio.

Decisivi per la riuscita dell’esecuzione, oltre alla già sottolineata espressività del violoncellista (che risponde agli applausi del pubblico indicando lo spartito), l’affiatamento raggiunto tra Pierre-André Valade e l’Orchestra grazie agli incontri piuttosto frequenti nell’ultimo anno, nell’ambito di RAI NuovaMusica 2007, dell’ultima biennale di Venezia e del Festival Manca di Nizza.

“Dialogues” è invece una serrata conversazione tra il pianoforte di Rosen e gli elementi di un ensemble cameristico, nel quale spicca la melodia esitante del corno inglese, creando una fitta rete di sollecitazioni e reazioni. La tensione cresce fra le spigolose figurazioni degli archi e dei fiati, finché la tastiera, sempre più percussiva, chiude la discussione con un brusco accordo. Anche in questo brano, scritto nel 2003, emerge come la vena compositiva di Carter sia ben lungi dall’essere esaurita.

Chissà quali sorprese ci riserverà ancora questo giovane centenario, nato nello stesso anno di Olivier Messiaen, altro grande esploratore di ritmi. La curiosità è davvero tanta, anche in considerazione del fatto che Carter nel 2007 ha scritto ben otto brani, fra i quali “Interventions”, per pianoforte e orchestra, di cui si attende, in dicembre (giusto una settimana prima del compleanno) la prima esecuzione mondiale a Boston.

Conclude la serie di concerti incentrati sul musicista statunitense la Sinfonia in tre movimenti dell’amatissimo (anche grazie alla frequentazione di Nadia Boulanger negli anni ‘30) Igor Stravinskij: un elaborato impasto di ritmi e colori non lontani dalle suggestioni del “Sacre”, che avvinse per sempre alla musica il temperamento artistico di Elliott Carter.

Visita il sito dell’ Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI Consulta le iniziative dedicate al centesimo anno di Elliott Carter


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