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Phonetica Jazz Festival 2009

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Maratea - 06-09.09.2009

Non è facile raccogliere l'eredità di un festival come il Marajazz che per tanto tempo è stato il punto di riferimento per la musica jazz lucana. Così come non è facile coinvolgere un pubblico variegato, comprensibilmente distratto dalle bellezze paesaggistiche di questa perla del Sud. Aldo Bagnoni, direttore artistico del Phonetica Jazz Festival, lo sa perfettamente. Non nasconde la sua preoccupazione, ma non per questo si arrende. Anzi, dietro la sua calma flemmatica e la sua proverbiale cortesia, si celano idee chiare e una passione sconfinata per il jazz (lui stesso è un apprezzato batterista: ha suonato, tra gli altri con Paolo Fresu, Gianluigi Trovesi e John Surman).

Dopo il battesimo e la tiepida accoglienza dell'edizione 2008 (l'evento clou era rappresentato dall'esibizione di Maria Pia De Vito), Bagnoni s'aspetterebbe un risultato ancora più confortante, più evidente. È nelle corde di qualsiasi promoter di eventi fare sempre di meglio e di più. Gli sforzi per promuovere l'iniziativa sono stati ancor più forti, quest'anno. La pubblicità campeggia ovunque, negli esercizi commerciali, nei vicoli così come nelle strade e piazze principali. L'interesse ha attratto giornalisti di riviste specializzate nazionali e internazionali. Poi c'è l'idea di portare la musica nelle case dei cittadini di Maratea. Come realizzarla? Attraverso un concerto itinerante, ad esempio.

Il festival parte il 6 agosto. Di scena il Quarteto Malandro. Tre set musicali in altrettanti posti del centro storico. Il prologo si svolge in un angolino di piazza Vitolo. All'inizio, poche persone attendono l'evento. In un attimo, la piazzetta si riempie. Due dei quattro musicisti (Margherita Rinaldi, voce, e Stefano Calderano, chitarra) attraggono l'attenzione di un pubblico incuriosito da una voce brillante e da una tecnica chitarristica ferma e sicura nell'esecuzione del non facili armonie della bossa brasiliana ("O Corcovado," Antonio Carlos Jobim).

Si cambia scena: 100 metri più avanti si arriva nella zona più affollata e elegante: piazza Buraglia. Tra tintinni di tazze di caffè, bambini schiamazzanti e brusii di folla, i due musicisti interpretano il Caetano Veloso di "Minha Voz, Minha Vida" e "Corazao Vagbundo". Poi, tutti in fila, pubblico e musicisti, si va per piazzetta Pietra del Sole. E qui che ci sarà il concerto vero è proprio con tanto di posti a sedere e un panorama notturno mozzafiato (si aggiungono, nel frattempo, gli altri due musicisti: Luca Mercuri al basso e Marco Calderano alla batteria). Nel terzo e ultimo set c'è spazio per un viaggio nella storia della musica brasiliana che ha per epicentro il repertorio di Noel Rosa ("Feitico da Vila"), punto di riferimento artistico per la band, passa ancora per Jobim ("Insensatez," "Garota de Ipanema"), Nelson Cavalquinho ("Luz Negra") e Djavan ("Oceano"). Buona la prima.

Seconda serata, si cambia scena e genere. Palazzo Tarantini offre lo scenario più congeniale a "Love Is a Dangerous Necessity": spettacolo di jazz e poesia scritto da Aldo Bagnoni. Il riferimento del titolo è a Charles Mingus, la musica sguazza di qua e di là nelle composizioni più importanti legati al tema ("Lonely Woman," "Ev'ry Time We Say Goodbye," "A Love Supreme"). Guest star è Daniele D'Agaro che illumina col suo clarinetto la versione di "Let's Face the Music and Dance," di Irving Berlin, ben sorretto da un comprimario elegante come il pianista lucano Stefano De Bonis, dall'incedere possente di Marco Bardoscia al contrabbasso e dal drumming sicuro e preciso di Bagnoni. Un vero e proprio happening letterario (i testi sono recitati da Marco Tizianel) di intellettualismo jazz che non sarebbe dispiaciuto a quei sognatori del Greenwich Village che hanno scritto, decenni fa, note in nero jazz con impeto e passione.

La piazza della chiesa di Santa Maria Maggiore è lo scenario per un evento nell'evento: la prima esecuzione mondiale di R-Evolution (Charles Darwin's New World), progetto multimediale di Andrea Centazzo. Lui è un musicista di assoluto rilievo internazionale. Collaboratore di Giorgio Gaslini, discepolo dello svizzero Pierre Favre, il percussionista è una one man band, un musicista totale. E nell'esibizione, serata dell'8 agosto, lo ha dimostrato appieno. Tra piramidi di piatti, miriadi di percussioni acustiche ed elettroniche e di tastiere campionatori, sfilano le immagini di Charles Darwin o degli scenari naturali delle Galapagos, dell'Indonesia, delle Mauritius. Lui sembra un asceta. Muove tutto con le bacchette, in perfetta sincronia con le immagini. Che sia una rullata, un coro ancestrale o semplicemente una nenia esotica. Il ritmo, mentre scorrono immagini di paradisi perduti, diventa suono orchestrato. Le mani di Centazzo e i suoi prolungamenti tecnici (le bacchette) sono l'accesso a una dimensione esoterica. Il ritmo, fondamento della musica, si trasforma in melodia, sua sovrastruttura compiaciuta e compiuta. La dimensione ipnotica in cui si è immersi è primordiale e incontaminata. Qui si ritrova l'origine della specie e del suono, di fronte ad una chiesa. L'andate in pace che il musicista udinese proferisce alla fine della suggestiva esibizione ha il sapore un po' beffardo e ambivalente del sacro e del profano. In nome di Darwin.

Si ritorna a palazzo Tarantini per l'ultimo degli appuntamenti in cartellone: Cristina Zavalloni Idea Quartet con il tributo a Charles Aznavour. Ancora una volta il festival chiude nel segno della vocalità di elevata fattura (non è un caso che l'iconografia della manifestazione sia affidata a una possente dea della voce, Phonetica, che soffia canti sulla cittadina marina).

La talentuosa cantante bolognese attacca con "Si tu m'emportes". È frenetica, elegante nella postura. A tratti sembra Edith Piaf che canta Aznavour, ma è davvero difficile trovare un riferimento preciso alla sua imprevedibile e terribile vocalità. Mostra tutta la sua femminilità, si inginocchia con sensualità a raccogliere la forza, prima di esplodere. È una vocalist posseduta dalle voci di mille spiriti canterini del passato che come in un esorcismo appaiono tutti insieme appassionatamente nell'attimo fuggente dell'evento live. Frantuma in mille pezzi il repertorio di Charles Aznavour, spingendolo oltre qualsiasi possibilità di immaginazione: la voce inconfondibile dell'artista franco armeno è ora imitata, anche nella dizione mangiucchiata italo-franco-armena, ora capovolta e attraversata da una luce più vivida: quella della sua interprete. Ogni frammento è una possibilità vocale che porta con sé una parte migliore ("Io tra di voi," "La mamma," "Qui?"). Poi c'è anche il suo repertorio di recente pubblicazione (il suo ultimo CD è Solidago Compositum), in cui si esibisce tra andirivieni avanguardistici alla Schöenberg del Pierrot Lunaire ("Kaigomai—Kaigomai") e swingate imprevedibili alla Ella Fitzferald e dintorni ("But I Love Her").

Ottima presenza di pubblico, esibizioni di elevato livello artistico: il bilancio è più che positivo. I visi degli organizzatori dell'associazione culturale Phonetica sembrano soddisfatti: sono già attesi dalla prova del nove del prossimo anno. Se si riuscisse a coinvolgere di più le nuove generazioni verso questa forma musicale così preziosa (magari anche con la presenza di artisti cross over) potrebbe essere l'idea vincente dell'edizione 2010.

Foto dei musicisti (di repertorio) di Claudio Casanova


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