Open Papyrus Jazz Festival 2016

Alberto Bazzurro BY

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Ivrea e Chiaverano
17-19.03.2016

Svariati fil rouge attraversavano la trentaseiesima edizione del jazz festival di Ivrea, da quest'anno denominato Open Papyrus in omaggio al principale sponsor che da anni ne rende possibile, accanto ad altri, istituzionali e non, la realizzazione: c'erano le voci femminili, tre, tutte inserite in trii dalla geometrie desuete, c'erano i tributi e c'era il trentennale di Enten Eller, il gruppo fondato da Massimo Barbiero e Maurizio Brunod, principali fautori (specie il primo) della rassegna, nel 1986 e tuttora attivo. Gruppo che è stato festeggiato per così dire in contumacia, visto che non si è esibito ma è stato comunque oggetto di attenzione grazie alle coreografie che, su brani provenienti dal suo ampio repertorio (ovviamente ascoltati da disco), hanno brillantemente aperto ciascuna delle tre serate, laddove i rapporti fra musica e danza sono stati al centro dell'ormai usuale tavola rotonda del sabato pomeriggio.

Concertisticamente, si è partiti a Chiaverano la sera di giovedì col citato Brunod in trio con un collega di strumento (chitarrista, quindi), Lorenzo Cominoli, e la voce di Sonia Spinello, nella riproposizione dell'omaggio a Billie Holiday già al centro, qualche mese fa, di un bel CD pubblicato dalla Abeat. Un organico esattamente identico ha aperto poi anche la seconda serata (la prima nella canonica cornice del Teatro Giacosa di Ivrea), protagonista Laura Conti alla voce e Maurizio Verna e Simone Ghio alle chitarre. Il tema, qui, erano le gloriose song degli anni Venti e Trenta diventate nel tempo il tessuto connettivo dell'idioma jazzistico, il tutto attraverso un set essenziale quanto brillante, fluido, spigliato, felicemente disinvolto e scorrevole.

La serata di venerdì si è quindi completata con uno dei vertici del festival, vale a dire l'esibizione dell'ormai rodatissimo ensemble (anzi, cenacolo) veneto-friulano XY Quartet (Fazzini, Fedrigo, Tasca e Colussi), che ha confermato anche de visu quanto di buono già si era ampiamente colto nei suoi primi due album (e il terzo non tarderà troppo): una musica di stringente coerenza, perfettamente al passo con i tempi nella sua sete di ricerca, rigorosa quanto libera nel suo progressivo disvelarsi, ora spigolosa e ora più sospesa, per così dire flocculante, ammirevole per la concentrazione e la contemporanea capacità di prendere il volo senza perdere mai di vista la propria essenza poetica. Tutto ciò al di là dell'interplay, assolutamente maiuscolo.

La serata finale ha offerto come primo set il terzo trio vocale, con Tiziana Ghiglioni, voce, Gianluigi Trovesi, sassofono e clarinetto contralto, e Umberto Petrin, pianoforte, a riappropriarsi dell'antico, fortunatissimo progetto-Tenco, oggi più libero, svolto attraverso una specie di metabrani (di medley, se vogliamo, ma ampliando il concetto), che assieme ai fisiologici temi tenchiani ("Ciao amore ciao," "Lontano lontano," "Mi sono innamorato di te," "Pensaci un po,'" che è parso assumere inattese coloriture battistiane, "Vedrai vedrai," "Un giorno dopo l'altro" e "Il tempo dei limoni," salvo dimenticanze) mette a decantare finestre dialetticamente ricche, senza enfasi o forzatura alcuna, nonché pagine di altri autori, omaggiati—presumiamo—per la loro importanza abbinata al fatto di averci lasciati di recente (Ornette Coleman per mezzo dell'immancabile "Lonely Woman," del resto antesignano cavallo di battaglia della cantante, e Paul Bley con il tema più celebrato dell'ex-moglie Carla, "Ida Lupino").

Chiusura in gloria, per finire, con un gruppo che ancor più dal vivo che su disco sa offrire come si dice la classica quadratura del cerchio: perizia dei singoli, amalgama di gruppo, progettualità e sano gusto del divertissement. Stiamo parlando del quartetto Tinissima, che nello specifico ha proposto il suo ultimo lavoro discografico dedicato a Woody Guthrie, confezionando un set ampio, rigoglioso, a tratti opulento, capace di catturare l'attenzione del pubblico da cima a fondo, senza potersi quindi esimere dal concedere un inevitabile bis, liberatorio quanto il lungo applauso che l'ha preceduto. Impeccabili i ruoli coperti da ciascuno, con una citazione speciale per Giovanni Falzone (gli altri sono, com'è noto, il leader Francesco Bearzatti, Danilo Gallo e Zeno De Rossi, tutti bravissimi).

Senza dimenticare la presentazione del libro di Franco Bergoglio Sassofoni e pistole (Arcana), i concerti di contorno, pomeridiani e post-serali e le mostre fotografiche, il tutto prevalentemente in Santa Marta, ci auguriamo vivamente di ritrovarci ancora qui, fra un anno, a riparlare di Ivrea edizione n. 37. I tempi sono quelli che sono, ma in regime di gestione sana certe intemperie sembrano oggi un po' più lontane di un passato neanche troppo remoto.


Foto di Luca D'Agostino.

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